L’altra lepre

Serie: Amba Aradam


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Rimasto solo e rassegnato, il giovane Michele coglie un’occasione fortuita e decide di proporsi come lepre nelle gare ciclistiche: avrebbe partecipato per perdere, colmando il vuoto in cui si era rinchiuso.

L’incontro era iniziato da una parola banale: mostarda. Contenuta nella risposta di una sconosciuta seduta in un bar lungo la Tiburtina, uno dei primi banchi a ristoro della capitale. Michele si trovava a Roma di passaggio. Doveva arrivare in Toscana per correre l’ennesima gara da perdere. Tuttavia un ritardo ferroviario, un contrattempo, l’aveva costretto a passare la serata nella capitale, in fermento per le olimpiadi.

Poco prima del tramonto, appoggiato al bancone in attesa di una camomilla, ha sentito il barista chiedere a una ragazza se volesse anche la mostarda, nel panino che aveva appena ordinato. Il tintinnio del cucchiaino ha accompagnato il movimento vorticoso della mano prima che lei rispondesse. No, grazie. Ne abbiamo ricevuta abbastanza ad Amba Aradam. L’uomo ha sorriso per cordialità, e ha continuato il suo lavoro senza curarsi della frase. Michele no. Si è ripetuto a mente l’ultima parola, più volte. L’ha masticata, rimasticata, manducata. La conosceva ma non riusciva a evocarne il significato. Perciò si è presentato alla giovane, e ha chiesto cosa fosse l’ambaradan.

«Amba Aradam. Sono due parole separate. Sa cosa indicano?» ha risposto Zhara in un italiano dall’accento straniero, ma chiaro. Come eloquente è stato il cenno di Michele.

«Un altopiano dell’Etiopia, a sud-est di qui. Un luogo dove ventiquattro anni fa l’esercito italiano ha sconfitto l’esercito etiope utilizzando l’iprite, un gas tossico che viene chiamato gas mostarda. Utilizzandolo anche sui civili.»

«Orribile! Non ne sapevo nulla. Perché mostarda?»

«Per l’odore e il colore simile alla senape, in inglese mustard.»

«Lei viene da lì?»

«Sono nata a Macallè, la città più vicina all’Amba Aradam. Che non indica ciò a cui aveva pensato lei.»

«Capisco. Difatti l’ho disturbata proprio perché ho avuto un dubbio sulla parola… sulle parole.»

«Nessun disturbo, soprattutto se è un dubbio su certi argomenti. Ancora di più se riguardano parole equivoche come “ambaradan”. D’altronde è il mio lavoro.»

«Scrittrice?»

“Non proprio. Interprete e giornalista. E lei?»

«Corro in bici.»

«È qui per le olimpiadi?»

«No, sono di passaggio. Dovrei correre domani vicino a Siena. È una competizione minore. Invece, lei è qui per il grande evento?»

«Accompagno la squadra olimpica della mia nazione.»

«Come stanno andando le gare?»

«Inaspettatamente bene, proprio oggi un atleta etiope è salito sul podio più alto della maratona.»

«Bello! Il ragazzo che ha corso scalzo?»

«Sì, aveva delle vesciche molto fastidiose ai piedi. Si chiama Abebe Bikila.»

«Ah! Io pensavo che fosse sua abitudine correre scalzo.»

«Ed è così. Ha provato ad allenarsi con un paio di scarpe da corridore, ma i costumi non si cambiano velocemente, e l’attrito con la tomaia ha provocato la formazione di fastidiosi rigonfiamenti sulle caviglie. Il dolore era troppo forte, perciò ha preferito correre come ha fatto per una vita. Molti pensano che sia l’altitudine ad aiutare i maratoneti etiopi, ma io credo che sia più un’attitudine.»

Che Zhara amasse le parole, e soprattutto giocare con le parole, Michele l’aveva capito da subito.

«Quale?»

«L’attitudine a essere sempre pronti per la fuga.»

«In che senso?»

«Nel senso opposto al pericolo. Dopo ciò che avvenne sull’altopiano dell’Amba Aradam, in noi Etiopi dev’essersi sviluppato un istinto a correre in qualsiasi momento, in qualsiasi condizione ci si trovi.»

«Neppure il tempo d’infilarsi le scarpe?»

«Più che altro il problema è il tempo per allacciarle. Due minuti che costarono la vita a troppe persone, colpite vigliaccamente anche durante il sonno.»

«Può raccontarmi cos’è avvenuto davvero? Ho ricordi confusi.»

Michele è rimasto in silenzio, mentre Zhara parlava.

Il gas mostarda non si sarebbe dovuto utilizzare nella guerra d’Etiopia, intrapresa gli stessi anni in cui Michele e Abebe scoprivano il mondo. Pochi anni prima, nel 1925, l’Italia aveva firmato la seconda Convenzione di Ginevra, impegnandosi a non usare armi letali sui civili. Eppure undici anni dopo non rispettò l’accordo, così come Abebe Bikila non era riuscito a rispettare il patto stretto con l’allenatore della nazionale olimpica, Onni Niskanen.

L’Italia non avrebbe dovuto invadere una nazione con cui aveva stipulato da appena dieci anni un trattato di cooperazione. Allo stesso modo Abebe Bikila non avrebbe dovuto correre la gara di ieri. Fino a qualche giorno fa lavorava come guardia del corpo dell’imperatore d’Etiopia, Ras Tafari Maconnén, al secolo Halié Selassié; l’uomo che i rastafari considerano ancora oggi l’incarnazione del dio unico Jah. Senonché un maratoneta della squadra olimpica si è infortunato, e l’allenatore svedese, o l’imperatore stesso – certe notizie sfuggono anche all’aria – ha suggerito come sostituto Abebe. Un ventottenne che da appena due anni si allenava come atleta nella squadra della Guardia Nazionale, dopo aver vissuto in un villaggio di pastori.

La sua era una famiglia modesta. Si era trasferita ad Addis Abeba spinta dalla carestia e dalla desolazione in cui caddero quelle regioni dopo le incursioni aeree italiane, che spruzzarono il tremendo gas tossico su una popolazione inerme, ed estranea a un conflitto più assurdo di quanto sia umanamente concepibile. Una guerra proseguita nei titoli dei giornali, che raccontarono la vicenda mistificandone la realtà; e nelle vie italiane che inneggiano ancora alla storpiatura di un avvenimento, contaminando il nome inventato per indicarlo. Da lontano.

«Come se cambiando il significato alle parole si potesse riscrivere, o cancellare, la storia da cui sono nate» ha aggiunto Michele mentre Zhara riprendeva il filo del discorso.

Sta di fatto che Abebe partì, memore della disumanità di cui è capace l’umanità. E per il giovane atleta, l’allenatore aveva previsto lo stesso destino che Michele aveva scelto per sé.

«Gli disse di seguire il 26» o il 21 – faccio sempre confusione con i numeri – raccontava Zhara. «Di non mollarlo, di stargli dietro almeno fino a metà gara. Quando non ce l’avrebbe fatta più, si sarebbe ritirato.»

«Potuto o dovuto ritirare?» la domanda era autobiografica.

Zhara non ha risposto. Forse non ha voluto, forse non ha saputo.

Continua...

Serie: Amba Aradam


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Grazie a te Fabius. Ho preso a modello questa parola per rappresentare la mistificazione che avviene con la storia. Io stesso ci rimasi male quando venni a sapere la sua vera origine. L’avevo sempre usata con leggerezza.

  1. Ciao Luigi,
    lo stile narrativo che usi rende la lettura “scorrevole “. Riesci a trattare argomenti spigolosi con naturalezza, senza prese di posizione. Apprezzo molto il coraggio di chi non vuole nascondere la sporcizia sotto il tappeto.

    1. Grazie Pasquale, credo ancora che la scrittura, e le parole, servano per ricordare anche se, come esprimo nel racconto, spesso i ricordi e le parole vengono travisati. E spero che servano per ricordare, come dici tu, affinché il male venga accettato per ciò che è, e, nel possibile, trasformato in qualcosa di buono. Non a caso la sporcizia sotto il tappeto marcisce e aumenta, mentre messa nella compostiera diviene utilissimo concime.

    1. Ciao Concetta, hai colto un nodo del racconto: il rapporto tra il caso e la volontà, ciò che è spontaneo e ciò che nasce da una decisione. Pendolo tra periodi in cui sono convinto che sia tutto più o meno casuale, ed altri in cui vedo nella volontà la forza del divenire. Forse, in fondo, vorrei tanto fermarmi nel mezzo. Grazie per la lettura.