L’amore forse non esiste, se esiste non dura per sempre

Serie: Ombre e sussurri dal passato


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Il giorno seguente andò come aveva detto il capo. Mentre lui era indaffarato in qualcosa, osservai brevemente la macchina, dovevo agire subito, mi serviva il bullone di protezione dei cerchioni. Speravo solo che fosse nel cassetto porta oggetti. Rapidamente aprii lo sportello, mi chinai, frugai nel cassetto, trovai quello che mi serviva. Mi allontanai con il cuore che pulsava incontrollabile. Dovevo solo aspettare qualche giorno, magari il fine settimana e la notte più profonda.

Mi procurai due sollevatori da un marocchino che vendeva svariata attrezzatura vicino la superstrada. Ideavo un piano, tutto quello che prendeva forma aveva sempre lo stesso problema: come trasportare i cerchi. Dopo aver ponderato bene il mio piano, considerai l’idea di spiegare cosa avevo in mente ad Andrea Melluso. Non perché volessi vendergli qualcosa di rubato, ma perché volevo farlo seriamente. Pensavo mi avrebbe fermato, maltrattato per aver provato a fregarlo; invece acconsentì ad aiutarmi, sembrava anche molto impaziente di farlo a patto di uno sconto.

Era una notte senza luna. “Non sto bene” dissi ad Ellen, dopo un lungo bacio, uno di quelli in cui tenere le mani ferme era impossibile.

Lei guardava oltre, attraversava le mie pupille con il suo sguardo, facendo barcollare la menzogna. Eppure non mi disse nulla.

La macchina del tizio si trovava dentro la villetta sul lungomare, per nulla isolata. Il piano era semplice, almeno in teoria. Dovevo entrare silenziosamente, svitare i cerchi, sollevare la macchina e smontare, lasciarla su blocchi di cemento, poi uscire senza lasciare traccia. La difficoltà stava tutta nel farlo senza essere scoperti.

Arrivammo alla villetta a notte fonda. Andrea aveva il viso serio, concentrato. Io sentivo il cuore battere forte nel petto, l’adrenalina scorreva nelle vene. Dovevo fare tutto da solo.

Scavalcai il cancello laterale, facendo attenzione a non fare rumore. Il giardino era buio e silenzioso, solo il rumore del mare in lontananza rompeva il silenzio. Mi avvicinai al Bmw Serie 5 parcheggiato sotto una tettoia. Dovetti ripete l’operazione più volte per trasportare i sollevatori e i blocchi di cemento. Cominciai a lavorare, muovendomi come se fossi un’ombra silenziosa.

Il tempo sembrava dilatarsi. Smontavo lesto i cerchioni, aspettandomi che da un momento all’altro qualcuno mi scoprisse. Avrei dovuto solo correre in quel caso. Ma tutto andò liscio. In poco tempo avevo i cerchioni. Andrea mi aiutò in questa ultima fase. Li caricammo rapidamente nella macchina e ci allontanammo dalla villetta, il cuore ancora martellante.

Una volta al sicuro, Andrea mi guardò e sorrise. “Sei un pazzo!” disse, la voce carica di eccitazione.

Io ero consapevole di aver appena attraversato una linea che non avrei mai dovuto superare. L’adrenalina mi aveva sopraffatto, ma ora, a mente lucida, capivo il rischio che avevo corso e non me ne fregava nulla.

Nei giorni successivi, evitai di pensare a quanto successo. Non dissi nulla ad Ellen, cercando di mantenere la normalità nella nostra quotidianità.

Mancava poco all’inizio della scuola. Ellen ed io ci trovammo di nuovo a passeggiare per le vie del paese spoglio, alla ricerca del nostro angolo dove baciarci. Mentre la baciavo, sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Mi resi conto che, nonostante tutto, non avevo mai smesso di cercare la mia identità. Forse l’avevo trovata, lottavo per capire se era quello che desideravo. Tra i dubbi, ero determinato a vivere con le conseguenze delle mie scelte, qualunque esse fossero.

“Ti ho visto quella sera che non stavi bene” dal nulla della tranquillità, Ellen pronunciò quelle parole che io, non provai nemmeno a contestare. Impossibile farlo con lei. “Ho chiesto ad Anto di passare dal lungomare, eri con un ragazzo. Mi hai mentito. Perché?”

Vedere i suoi occhi delusi da me era peggio che vederla arrabbiata. Mi lasciò senza parole. Non sapevo mi avesse visto, non pensavo fosse ancora in giro e soprattutto cosa avesse visto. Mi scostai leggermente da lei, strofinando i pantaloni sulla panchina di cemento.

“Anche tu mi hai mentito, Ellen,” replicai in mia difesa. Tra noi si creò un vortice di silenzio, che mi risucchiò. Lei non rispose, fissandomi con i suoi incantevoli occhi di smeraldo.

“Cosa stavi facendo?”

Non avevo mai sentito quel tono di voce da parte sua. C’era rabbia e delusione. Una singola lacrima scese lungo il suo viso, scintillando sotto la luce del lampione. In quel momento capii che potevo fare tutto tranne che perderla. Confessai il misfatto per filo e per segno, aggiungendo dettagli che nemmeno esistevano. Ad ogni mia parola, sentivo come se lei facesse un passo indietro, invisibile ma doloroso. Il peso del suo giudizio si faceva insostenibile, più duro di una vera sentenza.

“Solo per soldi?” chiese, con una voce segnata. Non riuscivo a decifrare le sfumature del suo volto.

Replicai senza pentimento. Non era rimorso quello che provavo, ma il timore di perderla.

“È così, Ellen. Tutto per soldi. Ci servono, a me e a te più di chiunque altro. Sono stanco di lavorare. E sai una cosa? Non ho nemmeno iniziato davvero, e già mi sembra di avere la schiena rotta. Ellen… fra una settimana inizia la scuola. Sarà un’altra spesa. E poi? Lavorerò meno, e meno lavoro significa meno soldi. Non giustifico quello che ho fatto, ma non me ne pento.”

Ellen mi guardò, e il suo sguardo si addolcì. “Perché tremi?” mi chiese, con un soffio di voce.

Non c’era condanna, solo quella sua disarmante tenerezza. Mi sentii ancora più fragile, come se fossi trasparente ai suoi occhi. Le parole mi rimasero incastrate in gola. Lei si avvicinò, le sue dita sfiorarono appena il dorso della mia mano.

“Tremo… perché ho paura di perderti, Ellen.”

Lei lasciò sospese le parole, come a voler prolungare il tormento. Il sorriso nascosto, le spalle rigide, gli occhi seri: ogni dettaglio mi mandava fuori fase.

“Non mi perderai…” disse, dopo un silenzio interminabile. Mi guardava in un modo strano, come se mi stesse analizzando. I suoi occhi verde smeraldo, offuscati dalla luce del lampione, sembravano celare riflessi oscuri.

“Perché mi guardi così?” domandai, sfinito dalle lunghe pause.

“Sto cercando di capire.”

“Cosa?”

“Se lo rifarai ancora Fil!” Ellen urlò, senza preavviso. La sua voce era un misto di rabbia e disperazione. Se da un occhio piangeva, dall’altro mi guardava con speranza. “Sì, sono sicura che farai cose del genere. Non posso impedirlo. Ti ho negato di vivere il nostro legame con una storia… ma non ti impedirò di vivere come vuoi. Sappi una cosa: preferisco questo legame, che ne anche tu comprendi, piuttosto che perderti.”

“Perché, Ellen?” domandai, con la speranza ridotta in brandelli.

Si prese una lunga pausa. Lei si lasciava avvolgere dal silenzio, e io restavo solo con i miei pensieri. Cosa eravamo? Amici con una passione latente? Un’avventura estiva destinata al tramonto? Qualcosa che dovevamo ancora definire? La conoscevo da pochi mesi, ma quella sensazione ingannevole di averla sempre conosciuta sembrava prendersi gioco di me.

“Non voglio ferirti. L’amore forse non esiste, se esiste non dura per sempre… io e te… noi si.”

Non risposi. Mi avvicinai, il respiro trattenuto mentre sfioravo le sue labbra. Poi la strinsi, cercando di colmare il vuoto delle parole che non riuscivo a pronunciare. Mi stava illudendo lei, o ero io il prigioniero di un suo incantesimo? Mi sentivo felice e sciocco. La gioia mi aveva reso cieco, vedevo solo Ellen. Non volevo vedere oltre. Ero solo un ragazzo che scopriva la vita con il cuore e azioni che avrebbero cambiato la mia miserabile esistenza.

“Devo sapere una cosa” disse Ellen, calma ma ferma. “Se dovesse succedere di nuovo, me lo dirai subito? Non posso sopportare altre bugie. Né che tu ti metta nei guai.”

Annuii, sentendo il calore delle sue parole. “Te lo prometto, Ellen. Non ci saranno più segreti tra noi. Non mi metterò nei guai.”

Promisi qualcosa che non avrei mai potuto mantenere, perché nelle camere più buie della mia mente qualcosa si agitava. Idee, decisioni, frammenti di situazioni che attendevano solo di essere colte. Con Ellen ero ingenuo, come se il mondo fosse più semplice. Ma senza di lei, mi attirava il richiamo della realtà, il mondo di Limoncello. Io avevo scelto, lei non doveva saperlo. Avrei dovuto imparare a mentire.

“Ci credo. Te lo impedirò io” disse con un sorriso.

Ellen non era mai stata protettiva, ma sentirla parlare con tanta determinazione mi fece capire quanto tenesse a me. Più di baci o abbracci, quella frase rimbombò nella mia testa e si impresse nel cuore.

Passammo il resto della serata camminando per le strade del paese, cercando di riempire i silenzi con conversazioni leggere e baci passionali. Parlare di cose banali sembrava un disperato tentativo di ritrovare la normalità. Ma sapevo una cosa: Il nostro legame era più forte delle ombre tra di noi. Solo che nel riflesso dei suoi occhi, ero io la parte oscura.

Serie: Ombre e sussurri dal passato


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Discussioni

        1. Grazie per la pazienza. Tantissimi dei tuoi commenti sul sito sono spronanti.🤩

  1. La frase finale è potente ed evocativa e racchiude un po’ tutto lo spirito dell’intera storia.
    Questo capitolo ha chiarito molti aspetti del passato del protagonista e messo in luce, ancora una volta, le personalità dei due ragazzi e il loro modo di pensare.
    Molto coinvolgente.

    1. Grazie e perdonami ma non avevo visto il tuo commento. Stranamente non mi arrivano le notifiche via email, a altri problemini. Iniziato bene questo nuovo anno?

        1. Tutto bene. Ho notato anche io, mi hanno risposto che per loro tutto normale. Comunque non mi sono dimenticato di leggerti👍