
L’ANGELO DELLA MORTE
GIOVEDÌ
Soltanto durante il funerale Nello capì di essere definitivamente morto. Accettò che il suo corpo fosse dentro la bara di legno chiaro, e che tra non molto lo avrebbero calato in una fossa e ricoperto di terra. Probabilmente poi non avrebbe più visto né sentito nulla, se non una scura umidità.
“Ma quello è il dottore che stava in camera mia!” esclamò improvvisamente, senza emettere alcun suono “cosa ci fa al mio funerale, e perché è vicino a mia moglie?”
Cercò di scrutare meglio in mezzo alla nebbia in cui era avvolta tutta la scena. Ora i due si erano seduti sulla panca, mentre il sacerdote stava preparando l’incensiere; lui le teneva la mano e lei si asciugava le lacrime con un fazzoletto. Dietro, sulle altre panche, stavano in silenzio parenti più o meno conosciuti.
La cerimonia volgeva ormai al termine. Tutti i presenti, tranne Nello, si alzarono in piedi e seguirono con lo sguardo i quattro becchini che spingevano la cassa verso l’uscita. Intanto, dalla navata di destra, l’organo intonava “Ave Verum Corpus” di Mozart.
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MERCOLEDÌ
Nello non riusciva a capire: vedeva e sentiva tutto ciò che accadeva intorno al suo corpo, ma non poteva in nessun modo partecipare, manifestare la sua presenza. “Ma è questa la morte?” si chiese per la millesima volta “funziona così? si diventa una specie di fantasma?”
Si trovava in una cella mortuaria dal giorno precedente, ma gli sembrava fossero passati anni da quando lo avevano spogliato e coperto con un pesante telo bianco. La temperatura era molto bassa, ma non percepiva il freddo. Verso sera vennero a vestirlo, e lui continuava a non capire, pure se assisteva a tutti i movimenti attorno al suo cadavere. Gli sistemarono i capelli e poi, con una specie di cerone, ricoprirono il pallore giallastro del viso. Alla fine sembravano soddisfatti del lavoro fatto, spensero le luci e uscirono dallo stanzone.
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MARTEDÌ
La moglie di Nello continuava a telefonare. E ogni volta ripeteva la stessa litania, piangendo un poco e soffiandosi il naso. Arrivò qualche parente, con gli occhi arrossati e bassi; magari non si faceva vedere da anni.
“Capita spesso così” pensò Nello, con il corpo ancora disteso sul letto di morte “si ricordano di te solo quando vai all’altro mondo.” Rise amaramente tra sé, non potendo capire quali fossero gli esatti confini tra un mondo e l’altro.
Nel pomeriggio vennero tre incaricati delle pompe funebri. Lo infilarono in un robusto sacco nero e lo portarono giù per le scale, con un po’ di fatica. Lui seguì tutta l’operazione con interesse, del resto era la prima volta che gli capitava.
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LUNEDÌ
“Che strana sensazione” pensava Nello: la realtà, attorno al suo corpo, era allo stesso tempo nitida e sfocata, conosciuta e misteriosa. Dentro di sé identificava ogni oggetto, ogni accadimento, ma in un modo assurdo e inspiegabile. Non respirava ormai da un giorno intero, ma la sua coscienza continuava a vagare. “O sarà la mia anima?” disse senza parlare “e quanto durerà? per sempre? ma in questa sorta di limbo in cui mi trovo, esiste ancora il tempo?”
Osservò la moglie frugare tra le sue carte, rovistare nei cassetti della sua scrivania. La vide strappare alcuni documenti e infilarne altri in una cartella di plastica. Poi fece una telefonata, ma Nello non riconobbe distintamente l’altra voce, pure non sembrandogli del tutto sconosciuta.
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DOMENICA
Fu verso l’alba che Nello sentì dei forti dolori all’intestino. Si rigirò diverse volte, poi corse in bagno a vomitare. La moglie lo seguiva, chiedendogli cosa accadesse. Nel giro di un paio d’ore perse conoscenza, il volto diventò giallo, tra spasmi e sudore grondante in tutto il corpo.
Il medico arrivò verso le dieci di mattina. Infilò subito una flebo nel braccio di Nello, poi telefonò all’ospedale.
“Ma quanto gliene hai dato” chiese alla donna “bastavano pochi grammi… qui è già in coma epatico…”
“Forse ho esagerato un po’” rispose con un leggero sorriso “non sono mica un dottore, io.”
Nello non riprese più conoscenza, e nel tardo pomeriggio il suo cuore si fermò. Dopo qualche secondo la sua essenza più misteriosa prese a girare nella stanza, fuori dal proprio corpo, osservando la realtà senza poterla vivere. Il dottore si mise a compilare l’attestazione di decesso, che tirò fuori dalla sua borsa, e poi telefonò nuovamente in ospedale. Nello cercò di vedere cosa avesse scritto: “arresto cardiaco a seguito di infarto miocardico” lesse sul documento. “Quindi ho fatto un infarto” pensò con immensa tristezza. Guardò la moglie: gli sembrò parecchio agitata, ma non stava piangendo.
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SABATO
La cena era stata ottima. Nello aveva apprezzato molto il risotto con i funghi, saporito e dal gusto leggermente speziato; pure il secondo e i vari contorni gli erano sembrati di ottima qualità. La moglie sorrideva soddisfatta e seguitava a riempirgli il calice di pregiato vino rosso. Due candele dorate, accese sopra il tavolo, completavano l’atmosfera di piacevole rilassatezza.
Dopo il dolce, però, cominciò a sentire la testa pesante e un crescente stordimento. La moglie propose di ascoltare un po’ di musica in salotto, ma Nello faticava persino a tenere gli occhi aperti. Si spogliò in fretta e si mise a letto. Cadde in un torpore profondo, intervallato a brevissimi momenti di lucidità; sentì la moglie parlare sottovoce al telefono e si perse negli abissi di un agitatissimo sonno.
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Ideazioe e costruzione del racconto straordinaria. Mi rallegaro quando leggo idee così originali. Complimenti davvero!
Ti ringrazio per il tuo ‘esagerato’ apprezzamento.. ☺️
Bello, caspita! Bello davvero e molto originale. Questo ripercorrere a ritroso la vicenda con il conteggio dei giorni della settimana tiene il lettore attento e sempre sul chi va là in attesa di capire cosa sia successo, anche se quelle mani che si tengono all’inizio rivelano parecchio… Scrittura pulita e ordine rigoroso. Bravissimo.
Sei veramente una lettrice attenta e una critica precisa.. ti ringrazio per dedicare il tuo tempo ai miei compitini in classe..
Compitini in classe?! (emoji arrabbiata, che sul pc non trovo 🙂
Originale questo punto di vista e in generale tutta la storia. Peccato che Nello non abbia avuto giustizia.
Complimenti!
Grazie Melania.. difficile sopravvivere alla cattiveria umana..
Grazie Francesco.. è come viene chiamato il fungo ‘Amanita Falloide’.. uno dei più velenosi che esistano..
Bravo, Furio. Per l’idea di andare a ritroso invece del solito flashback, ma anche per il titolo.