L’Apixedda di Peppe

Il cellulare aveva iniziato a vibrare per la terza volta. Gigi D’Alessio aveva smesso di cantare dal momento in cui erano ripartiti da Capo Caccia. Lo aveva messo a tacere, annullando la suoneria,  quando il suo compagno di viaggio si era appisolato, per evitare di svegliarlo e guidare tranquilla, senza sentirsi dire stai attenta, scala, rallenta, frena, sorpassa, come se fosse ancora in prova alla scuola guida, e come le succedeva spesso con Pino, suo cugino.

E quando l’altro si era svegliato e aveva ripreso a guidare la Golf, quel cellulare era rimasto muto, in fondo alla borsa, sotto un ammasso di scontrini, chiavi, monete, fazzolettini, specchietto, portafoglio, cioccolatini e cianfrusaglie varie. Prima di riuscire a sentirlo e poi ritrovarlo, nella bolgia della sua borsa, c’era voluto qualche minuto.

«Che fine hai fatto?»

«Nessuna fine; caso mai questo è solo l’inizio.»

«Non mi avevi detto che saresti tornata tardi.»

«Macché tardi. Torno presto, non ti preoccupare; anzi prestissimo: all’alba.»

«E’ arrivato Peppe, tuo cugino.»

«Peppe?»

«E’ venuto a prenderci; finalmente, per riportarci a casa.»

«Con quale macchina? Non dirmi che è arrivato da Cagliari, fin lì, con l’Apixedda.(1) Su quel trabiccolo io non ci salgo. Non ho voglia di finire di nuovo in mezzo alla strada, facendo l’autostop.»

«No, no, tranquilla, non è venuto con l’Apixedda scarcassata.»

«Ah, ho capito. Si è fatto prestare la Volvo del capo.»

«Ti piacerebbe.»

«Beh, si, è comoda. Peppino diceva che ha i sedili massaggianti, tipo shiatsu. Potremo fare un bel viaggetto di ritorno, shiatsandoci la schiena.»

«Frena, Gi’, frena. Tuo cugino non è venuto con la Volvo del capo.»

«Ah, no?»

«E no, decisamente no.»

«Quindi? Si può sapere con quale macchina è arrivato?»

«Non ci arrivi?»

«Ah… si… forse ho capito. Ha preso le chiavi della Porsche che avevo lasciato a Giglio Bellu, quando doveva montare gli specchietti retrovisori.»

«Acqua Gi’, acqua. Niente Volvo e niente Porsche. Dovremo accontentarci di viaggiare sul camion della ditta dove lavora tuo cugino.»

«Nooo! Come due vecchie carcasse da rottamare?»

«Beh, se ci pensi, ci siamo quasi. Carrozzeria scadente, qualche pezzo cascante, frontale rigato e motore un po’ spompato.»

«Già! Cazz…otto duro di Rocky. Dici che dovremmo farci pascolare dalle lumache?»

«Uhm… Forse col botox… e una revisione totale… chissà.»

Mentre Su’ e Gi’parlavano, Enrico aveva continuato a guidare, assorto nei suoi pensieri. Si erano lasciati Tinnura alle spalle, con i suoi capolavori sui muri, poi Flussio, con le donne che intrecciavano i cesti di asfodelo sulla soglia di casa, e Magomadas. Nell’aria, lungo la strada principale, c’era odore di salsedine e di Malvasia. La grande cantina di Modolo, tra i vigneti di Su e Giagu, era poco distante.

“Il vino nostro più buono che ci sia”, diceva il nonno di Gi’, buonanima. Poi, però, alla prima occasione, affermava spavaldo che il suo vermentino era un ottimo vino, che scioglieva la lingua e rallegrava lo spirito, col suo potere di-vino. Del nasco dolce e aromatico, cantava poco le lodi: quando gli offrivano un bicchierino di quel nettare, con i gueffus*, o qualche altro dolcetto sardo di mandorle; mentre degustava in silenzio quelle delizie, sembrava in estasi.

“Morto felice, giù in cantina, tra botte e damigiana, con la bottiglia vicina” poteva essere l’epitaffio giusto per lui.

La morte nel sonno la chiamano morte degli angeli, quella di suo nonno, si poteva chiamare dello spirito di-vino era stato il pensiero di Gi’, mentre annusava l’aria, fuori dal finestrino, in quei giorni prossimi alla vendemmia.

Ancora qualche minuto e sarebbero arrivati a Bosa Marina. Enrico aveva promesso a Regina di andare a cena in un piccolo ristorante sulla banchina del fiume Temo, tra il Ponte Vecchio e il Ponte Nuovo, nel centro storico di Bosa antica. Era buio: troppo tardi per salire fino al castello Malaspina. L’orario di ingresso era passato da un pezzo. Un vero peccato. Nei giorni di bel tempo, la vista dall’alto del castello sul colle, era un’immagine che restava impressa, indelebile, nei ricordi dei turisti e dei visitatori che avevano l’opportunità di salire in cima alla torre e sul belvedere.

Le recensioni sull’web erano quasi tutte molto positive.

“Dall’alto della torre bosana si può ammirare un panorama spettacolare. Sotto un cielo limpido e un’aria nitida e sana, scorre il fiume serpeggiante, risaltano i colori vivaci delle vecchie case variopinte dell’antico borgo e si scorge, lontana, la città catalana” aveva scritto Girovagante Saltuaria su Orvis de trip.

Un altro invece – l’eterno scontento – si era lamentato della lunga scalinata per arrivare sul colle, di tutti i gradini ripidi per salire sulla torre, della passerella fatiscente, sospesa a un altezza vertiginosa, con tutto il vuoto sotto, tra le mura di cinta rimaste. E un cesso inaccessibile.

Anche il commento conclusivo dell’eterno scontento era stato poco allettante: “Un recinto di pietre, pieno di erbacce, con tutti i buoi scappati.»

Gina, però era una bestiola curiosa e mentre leggeva le recensioni sull’web, aveva lanciato la sua proposta: «Ci andiamo, dopo cena?»

Sin dal primo momento del loro incontro, Enrico aveva pensato che quella donna fosse un po’ strana, svampita. Quando aveva azzardato la proposta di scavalcare le mura del castello e di scalare la torre, cercando di schivare il controllo della sorveglianza notturna, aveva concluso che Regina o Gi’ – come si faceva chiamare da tutti – non era una con la testa tra le nuvole: era completamente folle.

Dopo la telefonata della sua amica, era ammutolita e intristita di colpo. Gli occhi fissi sulla punta dei suoi piedi, come se avesse appena saputo che Pisitto, il suo vecchio gatto pulcioso, fosse stato sfracellato da un camion.

Poco prima della telefonata, Gi’, semidistesa sul sedile, stava già pregustando un piatto colmo di pillus, con sugo in abbondanza e Fiore Sardo grattugiato, come se piovesse, o nevicassero fiocchi di latte cagliato e semistagionato. Il suo malumore improvviso era dovuto non tanto alla rinuncia dell’esplorazione all’interno del castello vuoto, quanto alla voragine che si stava formando nel suo stomaco, digiuno, ormai, da un giorno intero.

«Dobbiamo tornare a Berchidda» aveva detto, poco dopo, con un’aria afflitta.

«E la cena al Pirata?»

«La prossima volta; o magari vieni tu a Cagliari, col tuo bel Fiore, a La Pirata Due, la Vendetta, sotto la Sella del Diavolo, con terrazza sul mare e panorama per sognare, tete a tete; oppure con me, te e Susette.

In quel momento Enrico aveva capito che la folle idea di scavalcare le mura del castello era svanita. Pericolo scampato, grazie al caro cugino Pino.

«Ma che peccato. Mi dispiace – aveva risposto lui, con un sospiro di sollievo – .Non ti preoccupare, non mi offendo.» E subito dopo aveva calcato il piede sull’acceleratore della Golf, per tornare al paese in meno di un’ora.

*gueffus: palline dolci, fatte con pasta di mandorle e zucchero, note col nome di sospiri.

(1) Apixedda come “Cixiri”-   titolo di una nota canzone di Le Balentes – stessa pronuncia della X. Ascolto possibile su You tube.

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Discussioni

  1. Episodio di ampio respiro con I personaggi che si rilassano e si lasciano andare a sproloqui e digressioni. Mi piace notare ancora una volta la vivacità delle ‘tue’ donne. I maschietti invece sono sempre un po’ simpaticamente sonnecchianti. Paesaggi splendidi, che tu descrivi veramente bene. Molto vino da degustare volentieri. Bravissima Maria Luisa 😊

  2. Tu lo sai, io ormai sono un tuo prigioniero. Le tue carceri sono accoglienti. A volte il letto ha la forma di una macchina, altre volte assume quello di un letto da albergo di periferia, semplice e comodo. I pasti sono deliziosi, alla mensa s’incontrano un sacco di persone interessanti, gentili e anche, in qualche caso, con dei colori da pittura ad olio potente e densa. Sì dai, direi che sarebbe bella una condanna esemplare!

    1. Ciao Emiliano, vorrei confidarti un segreto. Alcuni decenni fa – piu` molti che pochi – feci spesso molti prigionieri; tutti catturati nel vicolo cieco in cui abitavamo e giocavamo, tipo “I ragazzi della via Pal”, con l’eccezione di una femminuccia fra tanti maschietti, cioe` io. Uno dei nostri giochi preferiti era “palla avvelenata” o “palla prigioniera” dove veniva catturato chi era stato colpito.
      Da quei lontani giorni, nessun altro prigioniero.
      Se la “cella” in cui ti sei trovato fosse un po’ angusta, ricordati che hai diritto all’ ora d’aria, nel grande cortile, sempre molto frequentato, per spaziare e svagarti tra le parole dell’ uno e dell’altro.
      Ciao Emiliano, grazie.
      P.S. Se continui con il tuo solito simpatico garbo, potrai uscire anche dal cortile e andare lontano, per buona condotta e meriti vari.

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    1. Ciao Ileana, giusto: anche l’ enogastronomia fa parte delle tradizioni e quindi della cultura di un popolo. In questo caso l’ intento era anche quello di creare un netto contrasto tra i bisogni umani piu` elevati come l’ arte o la bellezza della natura e i bisogni piu`corporali della pancia o della gola. Della serie: “Non di solo pane vive l’ uomo”, ma a stomaco pieno si ragiona meglio e si puo` apprezzare meglio anche l’ arte.

  4. Le tue avventure sono sempre movimentate. Non lesini mai di particolari enogastronomici che li rendono ancora più appetibili. Poi mi sono fatto una cultura sulla pronuncia della x che per i non nativi è sempre un problema. Ciao M.Luisa alla prossima.

    1. Ciao Fabius, grazie. Prima o poi dovrai venire ad assaggiare le nostre specialita` enogastronomiche, mentre potrai ammirare la bellezza di un panorama sul mare, o la grandezza pittorica di un murale, e tanto altro, che rende l’isola… speciale.

    1. Ciao Giancarlo, mi dispiace. Ti confesso che ho deciso di “fare un’ inversione di marcia” un po’ brusca, per far tornate a casa le due protagoniste principali e concludere in altri 3 racconti l’ intera vicenda; altrimenti questa piccola storia diventa la misera copia di un’odissea.
      Per quanto riguarda la pronuncia di Apixedda, stavo pensando anch’io di utilizzare una parola francese tipo “majorette” a mo’ di esempio; pero`, come scrive Carlo, la pronuncia e` quasi sci, o una via di mezzo tra sci e sgi. E` tipo “cixiri” ( (ceci). Nessuno che non sia sardo doc, riesce a pronunciare correttamente questa parola. Una canzone delle “Balentes” di qualche anno fa, che aveva questo titolo, divento` il tormentone di un’estate. Si potrebbe trovare su You tube, volendo, per sentire la pronuncia esatta.
      Comunque sia, ho messo la foto dell’Ape per far capire, almeno, a cosa mi riferisco.
      Grazie per la lettura e per il gradito scambio di informazioni.

    1. Scrivere “toilette” sarebbe stato un modo troppo garbato per esprimere il parere di un eterno scontento e, come diciamo noi, anche un po’ “rancido”. E poi, naturalmente, ho anche giocato col suono delle parole.
      Ciao Roberto, grazie.

  5. “Apixedda”
    Forse sarebbe meglio scrivere anche la pronuncia della -x-, noi sappiamo che si pronuncia -sc- ma non è così scontato nel resto d’Italia. Per il resto un altro bel racconto, adesso si torna a Cagliari?

    1. Ciao, come per il cognome Mascia che noi non pronunciamo come “Mascia e Orso”, si potrebbe scrivere con la X oppure con SC; la pronuncia, pero`, non darebbe chiara in tutti e due i casi. Mi ero gia` posta il problema; forse dovrei aggiungere una nota con qualche parola in italiano che abbia la stessa pronuncia, cosa mi suggerisci?
      Grazie🙏

    2. Su wikipedia trovo questo: ”
      In Sardegna la x rappresenta il suono [ʒ], come nel francese “journal”, per esempio “Pixina Nuxedda”. Fanno eccezione grafie storiche influenzate dal catalano, come nel caso di “Arbatax”, in cui la pronuncia originale era [s].”
      Fa uso dell’alfabeto fonetico, che è impiegato nei dizionari. Secondo voi quadra?

    3. Una nota non sarebbe male, è un suono tipo la SC di biscia. Giancarlo la x di Arbatax è proprio x come in italiano. È un po’ complicato, alcune parole sarde sono di origine catalana e non si leggono come l’italiano, anche gli accenti sono diversi dall’italiano, come Villasimíus. In italiano le regole grammaticali impongono l’accento su Villasímius ma in realtà l’accento è nella seconda i.