
L’arrivo di Amanda
Serie: In(tre)cci
- Episodio 1: In(tre)cci
- Episodio 2: L’arrivo di Amanda
STAGIONE 1
“Amanda signori e signore…” Amanda arriva qui.
Amanda, la femme fatale, sensuale, alta, slanciata, un profumo avvolgente che lo senti e ti risucchia direttamente all’inferno dove ad aspettarti è proprio lei. Con le sue calze semi trasparenti, di quelle inutili che le guardi e sono già strappate. Amanda accavalla la gamba e ti fissa.
“Sei bellissima, come ti chiami?”
“Ah ciao, buonasera. Non sapevo Giulia lavorasse ancora a quest’ora. Piacere, Valentina. Giù, se sei impegnata ripasso!”
“No Vale, siediti. Amanda è fatta, così passa e decide lei quando vuole farsi le unghie non le puoi dire nulla.”
A quel tempo a casa di Giulia — o meglio, a casa dei suoi genitori — potevi entrarci senza neanche bussare. Il portone del condominio era sempre aperto, alla porta la sorella disinteressata del mondo apriva senza neanche guardare chi vi entrasse, i genitori erano sempre chiusi in cucina attorno a quel tavolo a guardare la TV quasi in uno stato vegetativo. Era quasi inutile tu ti presentassi o dicessi “permesso”, nessuno ti avrebbe prestato la benché minima attenzione. Eri solo la sua ennesima cliente della giornata. Come un mulo da soma doveva continuare fino allo sfinimento.
“Comunque scusami se sono stata inopportuna. Ma quando vedo una ragazza così bella mi viene spontaneo.”
“No, figurati. Comunque grazie.”
“Sta salendo Andrea.”
“Sì tranquilla, tanto aprono loro… quelli una cosa sanno fare: aprire la porta.”
“Chi è Andrea?”
“La mia ragazza.”
“Ah okay… Giù, ma se sei troppo impegnata davvero, ripasso.”
“Noooooo! Resta. Ti ho detto io di venire.”
“Ragazze non vi preoccupate, io tra poco tolgo il disturbo.”
“No Ami, resta anche tu che mi fa piacere. Tu sei il motivo per cui le ho detto di venire. Vale, tu devi conoscere meglio Amanda. Lei ti può aiutare.”
Ed era vero. Amanda ha cambiato tutto ciò che si potesse cambiare nella mia vita, in quella intima intendo.
Vorrei spiegare com’è fatto il mondo al contrario e per fare ciò ho bisogno di parlare di lei.
Amanda: una figura slanciata, gambe lunghissime che ne dominano la figura, ma più che la lunghezza a colpire sono i movimenti, soprattutto quando nella morsa della loro forza si stringono in quell’abbraccio di accavallamento: il segno del suo gradimento, dell’eccitazione mentale più profonda. Una donna che parla con un corpo sempre pronto a rispondere.
A vederla, si sarebbe potuto pensato provenisse da una buona famiglia. Si sarebbe affermato con convinzione che fosse ben educata ed istruita… Sarebbe stato sconvolgente scoprire la sua storia in seguito.
Quando guardai il suo viso: quei lineamenti così marcati eppure così femminili, quegli occhi enormi con ciglia che avrebbero potuto causare spostamenti d’aria significativi mentre il contorno delle labbra scandiva perfettamente ogni singola parola come fossi ad un corso di dizione; lì, in quel momento esatto, mi resi conto che era tutto vero: avevo incontrato per la prima volta fino a quel momento una mangia uomini. Ma solo più tardi, col tempo e conoscendola sempre meglio, avrei capito quanto il mio sesto senso fosse stato infallibile già a quel tempo.
“Allora Valentina, che problemi hai?…”
“Buonaseraaa…”
“Ah lei è Andrea, la mia ragazza.”
“Piacere Andrea! Tu chi sei?”
“Ciao, sono Valentina… io…”
“Giù, stasera hai proprio organizzato un bel festino…” ridendo Andrea volle stemperare quel mio palese imbarazzo. Io però non riuscì a ridere. Quella situazione era strana. Tutto era profondamente insensato.
“Cara tu che fai? Studi? Lavori?”
“Studio… faccio lingue.”
“Ah bello, quelle che studiano lingue sono sempre le più belle. Ed infatti… no dai non voglio metterti in imbarazzo ma dai… Andrea diglielo anche tu che è una dea. Somigli troppo ad Emily, la modella. Emily Ratakoski, Ratoski… scusami non lo so pronunciare…Ehm” la interruppi “Si… Ratajkowski. Me lo hanno detto tante persone… grazie. Anche se non penso che sia così…pe…”
“…Io non la conosco, ma chi è?” bruscamente Andrea si intromise.
Ci guardiamo intensamente io e Amanda. Dopodiché lasciai parlare soltanto loro. Mi raccontarono la loro storica relazione, cosa avevano fatto quella giornata e come e perché si trovassero a casa di Giulia quell’ora. In quel lasso di tempo Giulia sembrò scomparire dietro quel banchetto, quello dietro al quale era seduta intenta a creare, curva sulle mani di Amanda.
Quella serata terminò come era iniziata, in modo strano.
Quando ci salutammo non avrei mai potuto sapere che ci saremmo effettivamente riviste ancora, ancora e ancora. Quello fu semplicemente la genesi di un processo, un processo di cambiamenti che mi farà arrivare fino ad oggi, e grazie al quale il mio mondo non si sarebbe mai più diviso in bianco e nero. Ne avrei finalmente conosciuto le sfumature.
Qualche settimana dopo cominciammo a vederci tutte insieme, come un rito, a quel punto si aggiunse una quinta. Una di quelle ragazze con cui io e Giulia praticavano aerial hoop. Iris era forse la ragazza con cui io potessi avere più cose in comune, una comunione di standard, normalità e ordinarietà fra le nostre vite. Era stata lasciata anche lei da poco, dopo una lunghissima relazione. Aveva dovuto ricostruire i pezzi della sua esistenza frammentata nelle mani di qualcuno che dopo averla cresciuta, averle promesso un mondo e un futuro insieme era finito con lo svanire totalmente dalla sua vita. Quei frammenti le rimasero conficcati dentro, in modo così profondo che quel raggio di sole che sorrideva ad ogni nuova conoscenza, per ogni minimo particolare quotidiano, aveva smesso anche di salutare.
Così cominciammo tutte e cinque. In macchina di Andrea si parlava solo di cazzi, soldi, droga e sesso. Il moderatore, Amanda, ci illuminava su come per lei l’essere bisessuale non fosse una scelta ma una naturalità a cui la maggior parte fingeva di non appartenere. Fiumi di alcol accompagnavano le serate di chiacchiericcio ai piedi della cima del punto più alto della città. Vedevamo il sottile confine con il mare che veniva disegnato dalle luci di un città viva all’orizzonte mentre ci confessavamo l’un l’altra.
“Cosa ti piace fare?”
“Bhe, mi piace leggere, la danza… ma anch…”
“No, no no… aspetta. Intendo: cosa ti piace che ti facciano?”
“Ah…” ero ancora sobria, anche se mostravo volutamente il contrario. Il trucchetto del bere dalla bottiglia ma non mandare giù me lo aveva insegnato mio padre. Diceva sempre “quando tutti bevono è importante che tu rimanga lucida, non puoi mai sapere chi c’è dall’altro lato della bottiglia”. Me lo disse perché già da piccola, quando mi insegnò a bere il vino, non avrebbe mai pensato che quella cosa nel tempo sarebbe cresciuta con me e sarebbe potuta diventare un pericolo per un’adolescente. Quando allora il dado era ormai tratto, dovette ri-trattare. Qualche anno prima, quando mio fratello era andato in morte bianca durante l’ennesima serata, mio padre impose paradossalmente a me un limite: “bevi perché lo desideri non per dimostrare qualcosa a qualcuno. Dimostrerai molto più rimanendo sobria, e poi da sobri ci si può sempre fingere ubriachi, soprattutto quando hai una resistenza così forte agli alcolici. Potresti essere più pericolosa di chi si ubriaca con mezzo bicchiere perché gli altri berranno il loro mezzo bicchiere, vomiteranno e si sentiranno meglio, ma tu no. Mi fai paura quando bevi”.
Tra le risate quindi continuai ” Io non mi faccio toccare. Mi fa schifo.”
“Ma in che senso?” Giulia e Amanda lo pronunciarono insieme quasi in sincronia.
“In questo senso: non mi faccio toccare!”
“No… in che senso ti fa schifo? Lo hanno mai fatto che dici così?”
“Si. Per questo lo so, no?”
“Stai a sentire cosa ti dico: non lo hanno saputo fare. Per questo tu dici così.” disse Amanda, e in quell’esatto momento mentre mi era seduta di fronte, su quel muretto, a ridosso dei tornanti della strada che saliva verso la cima e sul quale se non fossi rimasta immobile per paura saremmo potute cadere, mi adagiò la mano nell’interno coscia. Era buio. La luce soffusa dei lontani lampioni non permetteva la visione della scena al pubblico in nostra prossimità. Sobbalzai dentro, avevo più paure miste insieme. Da una parte era alto lì, il vuoto sotto i piedi era di un nero poco rassicurante, dall’altra Andrea mi incuteva terrore, una donna irascibile che per ogni minima parola storta cominciava ad urlare. Ma così, in quel modo, scoprì che sicuramente anche Amanda, come me, possedeva quella utile capacità di reggere magistralmente i super alcolici.
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Concordo con le osservazioni fatte sia da Loris che da Cristiana, per cui non mi soffermerò a ripeterle.
Una cosa che mi è saltata all’occhio è la tua propensione al “realismo”, ovvero al rendere il tutto estremamente reale, come stessi raccontando la storia ad un amico o amica. Questo, se da un lato aggiunge coinvolgimento da parte del lettore dall’altro rischia di minare la fruibilità del testo.
Ad esempio, i dialoghi sono fin troppo “reali” e risentono di una certa scorrevolezza, dato che sembra proprio di assistere ad uno scambio di battute così come avverrebbe nella realtà, ovvero senza una costruzione ponderata della frase dal punto di vista della struttura e della punteggiatura.
Quindi, anche il realismo, così come tutte le altre tecniche narrative, necessita in qualche modo di essere imbrigliato e indirizzato nel suo contesto letterario appropriato.
Ma questa è una cosa che riuscirai sicuramente a fare grazie al tempo e all’esperienza, perché questo testo dimostra che hai tutto il potenziale per riuscirci.
Brava brava brava. Una scrittura piacevolissima. Una storia molto carina. Fatti continuare a leggere 🙂
Brava Valentina per aver condiviso una storia che ha un frizzante retrogusto autobiografico. Mi piace come scrivi, esattamente come se stessi cercando di mettere in fila dei pensieri, cose che ti vengono in mente. Non è sempre facilissimo seguirti, perché magari dai per scontato cose che agli effetti al lettore sono sconosciute. Tuttavia sono convinta che una certa dose di egoismo quando si scrive non faccia male e metta del pepe. Nel senso che magari fa un po’ incazzare il lettore che così è invogliato a tornare indietro oppure correre avanti a cercare quello che si è perso per poi scoprire che non lo avevi nemmeno raccontato. Se fosse un romanzo, ti consiglierei un buon editing. Siccome (ancora) non lo è, mi viene da dirti di continuare su questa strada e lasciare che il tempo e magari una maggiore esperienza facciano il resto. L’altro consiglio che do sempre e soprattutto a me stessa, è quello di leggere tantissimo per vedere gli altri come fanno, che magari può piacerci o meno, sicuramente aiuta a cogliere spunti. La storia, come ti accennavo, è fresca e accattivante. Profuma di romanzo di formazione. Ti seguirò molto volentieri.
Bello! Un po’ confusionario a mio avviso, la velocità narrativa che ha in certi punti cozza con certe affermazioni. Ad esempio quando parli di un incontro che si ripete e lo definisci rito, dove si aggiunge poi una nuova persona. Mi risuona tutto come una prima volta, quindi l’opposto di un rito. Tutto sommato direi che smussate alcune cose un po’ dure, il racconto di per sé è morbido, accogliente. Hai secondo me tanto potenziale che rimane ancora inespresso, questi due capitoli dimostrano che ci sai fare ma tra le righe percepisco che potresti fare ancora meglio. Sperando tu capisca la mia schiettezza e totale assenza di filtri, ti ringrazio per averci reso partecipi di questa storia! Leggerò senz’altro anche i prossimi capitoli, incuriosito da tutti i personaggi. Ah tra l’altro mi son ricordato e volevo chiederti, come mai hai scelto di usare l’espressione morte bianca sulla questione del fratello? L’ho trovata fuori luogo, magari sono io che non ho colto il perché dell’utilizzo di questa espressione
Ciao Loris, grazie per le tue riflessioni riguardo lo scritto. Per risponderti a tutto:
– il “rito” viene chiamato in questo modo perchè effettivamente gli incontri si sarebbero poi svolti tutti nella stesse modalità, come tutte leggessero un copione. Era percepita come una “rutualità”, credo, per via di queste ripetizioni all’interno di cornici che non erano fondamentalmente le stesse. La mia mente scrive esattamente come se scattasse foto di sensazioni e ricordi, molto di ciò che scrivo non lo lascio setacciare nella rilettura, quindi non avevo riflettuto molto su alcune delle tue domande. Per questo vengo a sfatare qui anche la seconda “curiosità”: nella zona dove vivo sin da bambina quella sorta di stato comatoso detto “coma etilico” è sempre stato soprannominato “morte bianca” fra i ragazzi (e con naturalezza ho riportato quel passaggio esattamente come nei ricordi).
Mi trovo su questa piattaforma per puro caso, questo racconto tempo fa era stato scritto per un destinatario che potesse cogliere molte delle sfumature — che infatti ha colto — appartenendo entrambi allo stesso contesto cittadino. Dopo averlo letto — in realtà, dopo aver letto tanti dei miei scritti — è stata proprio la persona in questione a chiedermi di mettermi in gioco in qualche modo. Però, devo dire che la tua prospettiva ha saputo aprire il mio sguardo a molte delle cose che bisogna affinare per rendere la scrittura fruibile. Quindi grazie mille! ❤️
Grazie mille lo dico io, per esser stata così precisa. In effetti quel morte bianca da noi non si usa proprio, contando che vengo da un posto che di abusi di alcol ne sa e non poco ( Sardegna )! E ringrazio anche la persona in questione che in qualche modo ti ha chiesto di metterti in gioco, perché da giocare c’è tanto. Son sicuro che hai tanto da dare di personale a questo ambiente, perciò che dire? Benvenuta anche a te
Grazie mille!