
L’arrivo e le altezze
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: Il solletico dell’assassino
- Episodio 1: La prima accoglienza
- Episodio 2: Ingresso in camera
- Episodio 3: Prima di cena
- Episodio 4: Inizio della cena
- Episodio 5: L’arrivo a Praga
- Episodio 6: Vita con Edo
- Episodio 7: Delle carte utili e inutili
STAGIONE 1
STAGIONE 2
L’uomo si avvicinò con lentezza all’albergo di fronte alla Rinascente. Portava due valigie marroni, una per mano. Il suo passo era morbido, silenzioso. Non c’era un filo di vento. L’uomo entrò nell’albergo di buon mattino. Chiese una camera singola, raccomandandosi che fosse ben soleggiata, al primo piano o al secondo, non contava. L’importante era l’esposizione al sole. Per il resto non aveva altre particolari esigenze, come precisò alla reception.
Camera numero otto. Terzo piano. Ben soleggiata, e per giunta silenziosa. Magnifico. Non poteva ottenere di meglio.
Sbrigate le pratiche di registrazione, l’uomo si avviò verso l’ascensore. Aveva fissato la camera per cinque giorni, fino al mezzogiorno del venerdì successivo. Nell’ascensore suonavano una sinfonia di Bruckner. Durante il breve tragitto chiuse gli occhi e sorrise, pensando a una casa azzurra nella neve e a due bambine molto magre, che si rincorrevano a tempo di musica in mantelline da pioggia; erano in attesa dell’autobus della loro prima gita scolastica, nei paraggi spaventosi di un bosco.
A pochi chilometri dall’albergo, abitava Gustav, un brillante avvocato, sposato, padre di due bellissime bambine, simili alle piccole figure in mantelline da pioggia, immaginate nel breve tragitto in ascensore. Sua moglie lavorava al comune. Lui aveva un suo studio, dove andava tutti i pomeriggi. Tutte le mattine, o quasi, Gustav era in tribunale.
Sua moglie Lara era più alta di lui. Dall’inizio del loro fidanzamento Gustav temeva molto la loro differenza di statura. Ne parlava con Lara, la quale sorrideva e gli diceva che a lei non importava della sua altezza, ma della sua statura morale. Gustav provava a rasserenarsi alle parole della sua fidanzata, ma rimaneva piuttosto ombrato in viso e amareggiato, quando vedeva passeggiare coppie dove era l’uomo a essere più alto della donna. Lara non era una donna alta, accanto a un qualsiasi uomo di statura più o meno normale o media, come Gustav non era. Gustav era e rimaneva basso, pur senza relazioni specifiche di altezze comparate. Lo era spiccatamente, al di là del raffronto con Lara. Il cugino di Gustav, tale Thomas, affermato notaio, gli diceva che la sua era diventata un’ossessione e che l’altezza o la bassezza non erano dei fattori determinanti per la dignità di uomo, non quanto altri.
«Sapessi che imbarazzo, quando passeggiamo vicini e lei mi tiene la mano o stiamo a braccetto lungo il corso. Tutti notano la stessa cosa. Tutti vorrebbero dire, commentare, forse sarebbe meglio che commentassero e che in qualche maniera si esprimessero, ma non lo fanno mai. E nel loro sguardo violento e sedizioso si schiude tutto il disprezzo e l’odio che nessuna parola espressa potrebbe mai contenere. Sarebbe più facile accettare e ragionare su qualsiasi espressione detta, pure se pesante, volgare, offensiva, mentre l’oppressione di un pensiero che rimane sospeso e soffocato nei margini dello sguardo è lacerante. Lara, dal canto suo, non se ne fa un problema. Procede serena, impassibile, come se nessuno ci guardasse passare, o come se gli altri nemmeno ci fossero. Beata lei.»
Lara non gli disse nulla quando Gustav le parlò di una singolare tipologia di calzatura che aveva da poco commissionato. Lo ascoltava silenziosa, accontentandosi nel vederlo felice. Se Gustav fosse stato profondamente felice, allora, di conseguenza, lo sarebbe stata anche lei. Tutto qui. Le scarpe, due paia di mocassini pregiati, ben lucidi sul colore fulvo dell’acero fiammato, ordinati da Gustav, avevano raggiunto in parte il loro scopo. La differenza di altezza pareva svanita – non che si fosse completamente dissolta, sarebbe stato impossibile. Una persona bassa lo rimaneva nel suo profondo, nella tessitura del suo fare, nel suo modo di guardare, di parlare, nell’indecisione costante della sua natura; ma il tacco e la forma della calzatura avrebbero attutito il contrasto tra le stature, e Lara, dal canto suo, adesso poteva posargli la tempia sulla spalla senza curvarsi troppo e correre il rischio di diventare ridicola, o debordare il seno dalla maglina di viscosa.
In realtà un basso slanciato non era un alto, ma un basso che si sforzava a tutti i costi di raggiungere una certa cima. L’illusione durò poco. Il giorno del loro matrimonio le calzature riuscirono ad attutire il contrasto, ma erano così dolorose da non poter essere sopportate per oltre un’ora. Dopo la cerimonia Gustav fu costretto a cambiare scarpe, altrimenti i suoi piedi sarebbero esplosi. La sua vita, ormai, si alternava tra due stature: una naturale e privata, che gli portava afflizioni e disagi interiori; l’altra fittizia e meccanica, nonché pubblica, che gli portava afflizioni e dolori terrificanti ai piedi, come accadeva ai soldati della Grande Guerra, se affetti dal piede di trincea.
L’uomo pranzava e cenava in albergo, in profonda solitudine. Rimaneva per tutto il giorno all’interno della sua camera numero 8, riposando, leggendo o guardando la televisione. Era sempre scostante con il personale dell’albergo, con i camerieri e con il portiere di notte. Dopo cena, usciva e si dileguava nelle strade adiacenti al corso. Si fermava in una gelateria, prendeva posto a un tavolino, sempre lo stesso, e accendeva una sigaretta egiziana, guardando il passaggio tranquillo e variopinto delle persone come se fossero fumo. Le guardava con gusto e interesse, credendosi una di loro. Una sera gli apparirono davanti, a pochi metri dal suo tavolo, un uomo, dall’andatura sofferta e zoppicante, sotto il braccio di una donna bruna, con i capelli vaporosi, gli occhi freddi come castelli. Erano l’avvocato Gustav e sua moglie Lara. Quella notte l’uomo, cliente dell’albergo, non chiuse occhio, pensando alla donna di Gustav: alta, desiderosa e attraente, che passeggiava con un essere rattrappito, dall’aria sfatta e per giunta zoppicante – Gustav soffriva di fascite plantare. Durante le ore d’insonnia l’uomo pensava a come incontrare quella donna – di cui non conosceva il nome, immaginando come parlarle senza l’intralcio del suo compagno, marito, o fidanzato ufficiale, qualsiasi cosa o persona lui fosse. Nessun viso di nessuna donna al mondo lo aveva mai inquietato così. Doveva architettare un piano immediato per conoscerla e proporle un colloquio iniziatico, nella camera del suo albergo.
L’indomani si mise subito al lavoro. Non aveva altra scelta.
Gustav fin dalle prime ore del mattino si fissava davanti allo specchio ovale della sua camera da letto. Nel semibuio analizzava i riflessi del suo corpo tarchiato, stropicciato dal riposo notturno, reggendosi sulle punte, a piedi scalzi, per vedere come sarebbe apparso con un’altezza naturale, senza l’artificio dei suoi tacchi artefatti. Ormai anche le calzature più costose gli erano diventate insopportabili, come era accaduto nel giorno del suo matrimonio. Il beneficio arrecato nello slancio era minimo, ma i disagi invasivi e logoranti. L’avvocato continuava a ciondolarsi sulle punte, poi flettendosi sui calcagni, cambiando espressione per ogni spasmo orientato verso l’alto e variazione di postura. Poi si fermava, abbassava la testa e si guardava le caviglie, già gonfie e doloranti. Quel mattino, per recarsi in tribunale, Gustav avrebbe indossato le sue scarpe comuni di sempre, le stesse più silenziose del suo privato, che non lo innalzavano di nulla sulla sua reale altezza, ma che gli risparmiavano le atroci fitte degli ultimi giorni.
«Che cosa ti succede?» gli diceva Lara, dalla vivacità del suo letto, discinta e assonnata.
«Sto misurando le posizioni sulle punte. Devo allenarmi.»
«Sembri un ballerino. Sei proprio caruccio quando ti innalzi, sai?»
«Un ballerino, dici?»
«Certo, hai una certa grazia e leggerezza quando spingi con le punte. I ballerini sono pur bassini, d’accordo, ma possono ben volare, come spesso gli alti non sanno. Saresti bravissimo come ballerino, sai?»
«Ti sembro attendibile sulle punte?» fissandola dallo specchio, mentre Lara sbadigliava e si sistemava una mammella sbucata dalla camicia da notte.
«Certo. Mi sembri un angelo. Ti amo…»
«Chissà che la danza… non so, sarebbe divertente provarci, cosa ne pensi?» ma lei aveva richiuso gli occhi, cercando di riaddormentarsi. Gustav rimase fermo. Si era paralizzato sulle ultime parole di Lara. Provare a danzare per sopperire alla sua naturale bassezza con l’impulso dell’arte, dell’elevazione, della tecnica, chissà. Quella mattina aveva una causa in tribunale, ma nel pomeriggio poteva chiedere informazioni alla scuola di danza Zabaleta. Avrebbe chiesto un colloquio con il migliore insegnante. Si sarebbe appuntato gli orari dei corsi. Avrebbe approfondito, in modo da provare un sentimento diverso, edificante, che lo avrebbe slanciato oltre i suoi limiti genetici e strutturali. Senza dire niente a Lara, preparò la colazione, si vestì con cura, e come ogni mattina si recò in tribunale, con le scarpette da tennis ai piedi, fischiando un motivetto ascoltato alla radio durante la sua rasatura. Non gli succedeva da tempo.
Intanto l’uomo residente in albergo completò la sua colazione in una sala poco luminosa, quasi deserta. Poi scese in strada, ripercorrendo nel desiderio lo stesso tragitto della sera precedente, in cerca di un indizio che lo riportasse a loro, ma soprattutto a lei, alla misteriosa Lara dei sospiri. Quando, da una traversa nebbiosa che affacciava sul corso, ecco apparirgli un uomo tarchiato, elegante, dall’aspetto familiare. Indossava uno spezzato grigio cenere, un cappello giallo ocra e delle scarpette da tennis: era proprio l’uomo che accompagnava Lara la sera precedente, non aveva dubbi. Non gli restava che seguirlo. E così fece.
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: Il solletico dell’assassino
“gli occhi freddi come castelli”
Hai creato uno splendido artificio: quello dell’alternanza fra le efficacissime descrizioni dei due protagonisti maschili che danzano come fossero sospese su uno spartito musicale. Sembrerebbe tutto perfetto, una melodia ben riuscita, se non ci fosse lei a spezzare continuamente la frase musicale. Lei a infilarsi dentro, prepotente, quando non è interpellata. Il focus è su Lara e a guardarla ci sono tre paia di occhi: quelli di Gustav, che si perde tutto perché non sa guardare; quelli dell’uomo dell’albergo che vorrebbe gustarsi ogni cosa e di fretta, e poi quelli dell’autore, che invece sa guardare con gli occhi giusti. Molto affascinante questo inizio serie che ti prende dalle prime parole. Riconosco la sapienza nello scrivere, cui ispirarsi.
Posso subito dirti che anche il tuo commento è di grande ispirazione, avendo colto degli espedienti sottili dell’ingranaggio che non erano troppo facili o evidenti da captare, ugualmente per me. Tutta la struttura che sto tentando di organizzare, è sempre in un suo costante bilico, dove ogni tanto accade la detonazione, la stessa che mi capita di sentire, la sera del primo giorno del nuovo anno, quando qualcuno, in lontananza, utilizza i residui dei fuochi della notte prima. A me questi boati mi hanno sempre evocato una grande afflizione, spesso una scia di tristezza, e sono gli stessi che inserisco sovente nei miei dispositivi, come fattori destrutturanti, atti a rompere una simmetria, la ricerca di un equilibrio nella dissonanza, dalla tenuta armonica di un passaggio alla sua crisi. Credo che tu abbia colto il registro sonoro di questo primo studio, oltre alla sua logica costruttiva. Lo hai colto dal basso verso l’alto, ecco perché ti arrivano gli ultrasuoni, gli stessi che cerco di captare attraverso le dorsali di un territorio narrativo che ogni volta che lo riaffronto è sempre nuovo e ignoto.
Riguardo agli occhi freddi come i castelli, è una delle soluzioni che mi ha convinto di più. Grazie di cuore per il tuo ascolto sensibile e creativo alle mie piccole prove. A presto.
Il dualismo fra i personaggi e le loro storie, che finiscono per intrecciarsi, è un elemento narrativo che cattura e incuriosisce.
Noto che l’elemento introspettivo è ricorrente nei tuoi scritti. In questa storia è diluito maggiormente, per dare spazio ad altro, ma è comunque molto importante e lo sai gestire bene.
“La sua vita, ormai, si alternava tra due stature: una naturale e privata, che gli portava afflizioni e disagi interiori; l’altra fittizia e meccanica, nonché pubblica, che gli portava afflizioni e dolori terrificanti ai piedi, come accadeva ai soldati della Grande Guerra, se affetti dal piede di trincea.”: questo passaggio, molto bello e significativo, mi ha colpito molto e credo rappresenti un po’ l’anima di questo primo capitolo.
Ti seguo.
Ciao, Giuseppe. Facendo sempre tesoro della tua sensibilità e delle tue riflessioni, posso dirti che forse questo capitolo, e in parte anche l’intero progetto, si basi sui dislivelli. Anche se di varia natura, ritornano in più dimensioni, specie nelle interazione tra i personaggi e dai loro intenti, quanto dalla costante gradazione di ignoto che li delinea. Prendendo spunto dal tuo commento, credo che si tratti di dislivelli di adesione alla realtà, o a livelli trasversali, come fattori caratterizzanti della serie, che andranno a dilatarsi, o forse a “dislagare”, nell’articolazione più avanzata del progetto. Per cui l’altezza dell’avvocato potrebbe avere anche un valore simbolico. Vedremo.
C’è del metodo in questa tua follia, Luigi. Quanto basta per raggiungere la cima più alta.
Nella nostra avventura di autori per passione, se c’è un’ossessione è quella di non saperci leggere.
Così vogliamo scoprirci negli occhi dei lettori. Voglio allora confessarti ciò che ho visto io.
Ho pensato a un medico- vorrei chiamarti Dottore. Poi Maestro, poichè ti ho creduto musicista.
In uno slancio d’immaginazione mi è apparso di fronte un nobile, forse un Barone, vestito come l’indimenticabile Verdi delle vecchie mille lire.
Non siamo mai troppo distanti dai nostri personaggi.
Mi colpisce il titolo della serie, poichè da questo inizio non penserei all’anatomia di un sogno, bensì a quella di un’ossessione. Molti grandi capolavori hanno avuto come fulcro il pensiero fisso, più o meno inspiegabile, che condiziona le vite dei protagonisti. Qui, essa ha un nome preciso ma con connotazioni diverse: Lara, una vetta troppo alta, un altare da violare.
Scritto in modo egregio, magnetico e ritmico. Nulla di improvvisato, grande competenza unita a una indagine psicologica di estrema profondità.
Davvero complimenti.
Ciao, Robért. In questo tuo messaggio ci sono davvero tantissimi spunti e stimoli incantevoli, che meriterebbero uno spazio molto ampio per essere analizzati in modo esaustivo, ma non escludo che ciò possa avvenire in progressione, all’interno dei nostri prossimi confronti, indipendentemente dai miei scritti, quindi. Ne sarei davvero contento.
Tento di intercettare alcuni elementi nucleici, tra i tanti interessantissimi che hai messo in gioco dopo la tua lettura.
Sulla musica ci hai azzeccato in pieno, avendo dei trascorsi di formazione legati al Conservatorio. Non so come tu abbia fatto, forse dalla mia lingua potrebbero evincersi determinate risonanze o comportamenti che conducono a questa percezione. È abbastanza impressionante con quanta immediatezza tu l’abbia colta.
E poi l’elemento ossessivo è una chiave fondamentale, una sorta di cantus firmus, che accomuna diversi personaggi della serie, ma in primo luogo la corrente tensiva e discorsiva che li contiene e li soggioga; in questa prova in particolare, ho studiato la sottomissione alla fissità del pensiero come il liquore della narrazione, la sostanza madre che le dà modo di scorrere e di evolversi nelle sue direzioni. Il suo alcol. Tutto il lavoro risentirà di questa costante tendenza allucinatoria, che accade tra i personaggi e spesso oltre i personaggi, quasi nella loro aria e nelle luci che li accompagnano, sospingendoli sempre verso un nuovo tipo di abisso, che mentre li respinge li attrae.
L’elemento femminile di Lara, in questi primi passaggi, è già sublimato, sacralizzato. È reso vapore psichico, più che sostanza ed è proprio nella natura controversa di questi elementi del femminile, rivelati più dalla loro assenza che dalla loro consistenza, che sto tentando una configurazione coerente con la mia ricerca.
È verissimo che è difficile leggersi. Esiste sempre una costante impermanenza, un fattore segreto di correzione che sovverte e converte sempre i nostri intenti in ciò che non si immaginava di voler dire o di conoscere prima di dirlo. È lì che io intravedo l’abisso.
Per il resto non posso che ringraziarti infinitamente per la qualità sensibile del tuo ascolto e per il tempo dedicato, che ti ha consentito di entrare in tale profondità in questi miei studi.
A risentirci presto e buona scrittura.
Interessante, originale e scorrevole. Era dai tempi del giudice nano di De André che non leggevo un testo sul tema della statura. Gustav é un avvocato con una moglie, perció tutta un’ altra storia, e sono molto curiosa di scoprire tutto il resto. Mi attira soprattutto la figura del poeta citato nella premessa.
Sono davvero molto contento delle evocazioni scaturite da questo primo episodio, che rappresenta un accenno dimensionale di ciò che sta per formarsi, o semmai deformarsi, all’interno del suo singolare ingranaggio, che resta molto misterioso anche per me. La statura è stato il primo elemento che mi è scaturito nel processo immaginativo legato al personaggio di Gustav. Ora devo valutare come gestirla nello sviluppo e quale peso dargli nella sua articolazione.
Il poeta è una figura essenziale. Tutto parte da lui, in fondo. Senza il suo arrivo nulla si sarebbe smosso dalla sua stasi. È il sovvertimento dell’ordine, il colpo di vento in una camera piena di fogli sparsi. Non è un caso che sia proprio il poeta la persona che prenota una camera d’albergo, senza avere ancora un nome, ma essendo delineato solo come un semplice “uomo”. Ci aggiorneremo sugli sviluppi, sperando restino accattivanti quanto questi – anche per me, naturalmente. Ancora grazie per il tempo e per l’attenzione. A presto.
Scritto davvero bene, ottimo inizo. Mi è piaciuto tantissimo il personaggio di Gustav. Questo sua ossessione per l’altezza mi ha attirata e sono curiosa di sapere in che modo influirà sul resto della storia.
Ti ringrazio tantissimo del tempo dedicato a questo primo episodio. Sono molto contento che ti abbia colpito il personaggio di Gustav, dal momento che rappresenta un elemento catalizzatore importante tra la triade che gestirà i vari blocchi narrativi e il loro orientamento. Sto cercando di trattarlo con la dovuta attenzione. Alla prossima e buona scrittura.
Molto interessante questo inizio che ci illustra due diverse vite, ancora nascosta quella del misterioso ospite dell’albergo e quella svelata del povero avvocato sfiancato dal dolore fisico ai piedi e da quello, forse più grave, relativo al problema estetico che non è riuscito ad accettare e che, certamente, rende faticoso il suo quotidiano. Bravo Luigi!
Ciao, Giuseppe. Ho cercato di configurare questi due binari con le loro direzioni ancora nebbiose, mantenendo per ciascuno delle determinate caratteristiche, che hai colto molto bene. Vedremo cosa accadrà ai primi scambi, alle prossime coincidenze. Un saluto e grazie del tuo riscontro.
La tua scrittura misurata è davvero trascinante, complimenti.
Ciao, Roberto. Ci tengo a ringraziarti delle tue parole e del tempo che hai dedicato a questo primo episodio. Posso dirti, anche in relazione al tuo commento a “La scomparsa” che ho scelto di approfondire due traiettorie profondamente diverse, se non contrastanti: l’una più sperimentale, articolata in una sua geometria dell’assurdo; l’altra, almeno in apparenza, più intimista. Eppure vi è sempre qualcosa dell’una che contagia e contamina l’altra, una sorta di filo invisibile che le tiene unite e che mi porterà a esplorare nelle due esperienze le singole dissonanze e assonanze. Nei tuoi commenti si nota che hai colto e focalizzato molto bene questi aspetti e queste problematiche, ai quali mi auguro di non soccombere. Un saluto cordiale e a presto.