L’Artista

Lo chiamavano “l’ artista”. Il ladro più ricercato d’Europa si materializzava dal nulla, colpiva e, allo stesso modo, scompariva. Il più grande grattacapo di tutte le forze dell’ ordine Erano passati 30 anni e non c’era un solo indizio: un impronta, un capello, un nome o un viso, l’unica cosa certa erano i 56 furti compiuti senza commettere nessun errore, nessun ferito o testimone cosciente. Più di un suo fan rivide nel suo lavoro la stessa maestria di un’ opera d’arte e, dopo solo il primo furto hai danni del Louvre, la fama “dell’ artista” ammaliò l’immaginario collettivo.

 Amelia Smith si appassionò al caso pur essendo una semplice impiegata dell’ interpol addetta agli archivi. Fu testimone diretta dell’ operato dell’ artista molti anni prima, quando aveva solo 15 anni. Era in gita scolastica al museo egizio di Torino quando una voce tremante risuonò in tutto l’edificio: “Tutti i visitatori sono pregati di avvicinarsi alle uscite per un controllo di sicurezza”. In pieno giorno, con centinaia di visitatori, un antico manufatto era stato rubato senza che neanche la teca fosse scalfita. Tutti i visitatori furono controllati ma dell’ artista nessuna traccia. Amelia entrò nell’interpol a 25 anni spinta proprio da quell’ evento. L’artista non fu per lei un criminale da catturare ma un mentore che, con ogni nuovo caso, gli insegnava qualcosa in più su una vita che, pensava, non sarebbe mai riuscita ad avere. Il perché di quel modo di agire, il perché proprio quegli obiettivi, il fascino di quel sottile filo dorato che collegava il tutto divenne presto il suo scopo. Per i successivi tre anni all’ interpol raccolse informazioni su informazioni. Laddove le migliori menti avevano fallito, lei riuscì a trovare una debole traccia. Il modus operandi dell’ artista era sempre diverso ma l’unico punto in comune era la presenza di moltissimi testimoni sempre ignari di ciò che stava accadendo. 

Amelia analizzò ogni singolo testimone per tutti i casi, una mole di lavoro che avrebbe sfiancato chiunque ma non lei. Ci mise due anni per incrociare tutti i dati e non vi fu nessun riscontro. Nel suo piccolo studio a Londra arrivò la primavera del suo terzo anno di servizio e, dopo aver ricontrollato per l’ennesima volta i dati, cedette. Furiosa batté i pugni sulla scrivania e fece cadere gli enormi fascicoli sul pavimento. L’unico rimasto sulla scrivania si aprì trascinato dal peso di quelli che erano su di esso: un elenco telefonico. Amelia si tirò su i capelli e, quasi senza accorgersene, fisso la pagina aperta. Un pensiero si fece strada tra i numeri di telefono, uno si ripeteva identico per tre furti. Un numero agganciato dalle antenne più vicine ai luoghi incriminati, una scheda anonima che si perdeva tra migliaia. Un qualcosa di molto più sistematico di una semplice coincidenza: un numero di telefono si ripeteva per tre furti, un secondo per i successivi tre, un terzo per i seguenti eccetera… Fino ad arrivare al numero degli ultimi due.  Era una possibilità, se lo schema si fosse ripetuto quel numero doveva essere ancora attivo. Si fiondò sul pc e inserì il numero, un breve suono acustico confermò il numero. 

Quell’unico indizio avrebbe potuto incastrare l’artista ma Amelia non avvisò nessuno, prese un frettoloso bagaglio da casa e si fiondò in aeroporto direzione Roma. Guardando dal finestrino dell’aereo i pensieri si ricomposero e la domanda che balenò sopra tutto fu: “Perché non ho avvertito i miei superiori?”. Non le era mai capitato di agire senza pensare e, per rimediare, si ripromise che avrebbe contattato i suoi superiori non appena avesse incontrato l’arista. Ma, in quell’angolo più intimo di sé, non voleva altro che conoscer quel uomo che aveva rapito tutti i suoi pensieri e anche tutte le sue emozioni.

Tracciando il segnale, Amelia si districò tra i monumenti della città eterna fino ad arrivare al confine con il Vaticano. A testa bassa sul cellulare seguì il segnale fino a un cinema. Alzò lo sguardo e il cuore iniziò a battere senza controllo, L’artista era in quel luogo. Arrivò giusto in tempo per acquistare un biglietto nell’unica sala di quello che si rivelò un piccolo cinema di film d’autore. Nel buio della sala il film era appena iniziato e i pochi spettatori  sedevano comodi in poltrone di legno rivestite in un tessuto porpora ormai consumato dal tempo. Vi erano due gruppi di spettatori e Amelia decise di raggiungere quello meno numeroso. Si accomodò e davanti a lei c’erano cinque uomini sulla cinquantina e due ragazzi della sua stessa età. L’artista doveva essere uno tra quei cinque ma come scoprirlo con certezza? Prese il cellulare e selezionò il numero. Esitò un istante, era l’unica possibilità e si giocava il tutto per tutto. Avviò la chiamata. 

Una classica suoneria iniziò a squillare nel silenzio della sala e Amelia spalancò gli occhi. Nessuno di quei cinque uomini prese il telefono anzi si voltarono con uno sguardo disgustato verso uno dei due ragazzi accanto a loro, proprio quello che Amelia aveva davanti. 

“Pronto?” disse il ragazzo rispondendo al telefono in inglese.

Amelia non riusciva a vedere il suo volto. In un impulso naturale allungò la mano verso l’artista, lo scosse e, per non farsi scoprire, gesticolò buffamente come se il film avesse veramente importanza. Il ragazzo si girò e con uno sguardo imbarazzato chiuse la chiamata scusandosi in un perfetto italiano. Amelia divenne rossa in volto annuì come se fosse soddisfatta del risultato e sprofondò nella poltrona. Aveva visto il volto di quello che doveva essere l’artista. Qualcosa non tornava, il ragazzo era troppo giovane. Per tutta la durata del film Amelia rimase immobile a guardare quella nuca come se da un momento all’altro dovesse rivelargli qualche oscuro segreto. 

Le luci giallastre e consunte della sala si riaccesero e lentamente tutti gli spettatore abbandonarono il cinema. Amelia seguì il ragazzo fino in strada quando il suo cellulare vibrò in tasca, lo prese tra le mani e lesse una notifica che gli fece tremare le gambe: “L’artista colpisce nuovamente, a farne le spese è l’archivio del Vaticano”. Non poteva essere un caso, quel ragazzo doveva sapere qualcosa. 

Fu così che Amelia alzò la testa dal cellulare per ritrovare il ragazzo ma lui gli stava davanti, fissandola.

“Amelia Smith suppongo” disse con un sorriso amichevole.

“Tu sei… l’artista?” rispose quasi sussurrando.

Il ragazzo rise in maniera composta e continuò: ” L’artista è una leggenda noi siamo soltanto i suoi narratori” dopo una breve pausa: “Amelia, ti stavamo osservando da un po’, sei stata l’unica a riuscire a trovarci e, cosa più importante, hai capito che non siamo solo criminali ma qualcosa di diverso. Agiamo nel modo in cui conosci e ti chiedi il perché. Sono qui davanti a te, vuoi scoprirlo?”

Amelia aveva trattenuto il respiro tutto il tempo, aveva trovato quel che cercava. Riprese il controllo di sé: ” Come avete rubato il manufatto dal museo egizio di Torino?”

Tutti i visitatori sono pregati di avvicinarsi alle uscite per un controllo di sicurezza” disse il ragazzo e nella mente di Amelia risuonò quella voce tremante che molti anni prima l’aveva colpita. “è stato il mio primo colpo non potrei mai dimenticarlo. Noi eravamo la sicurezza, abbiamo allertato le forze dell’ordine prima che avvenisse il furto così abbiamo avuto un notevole lasso di tempo per rubarlo. A chi verrebbe in mente di controllare chi dovrebbe controllare?” il ragazzo sorrise e tese la mano.

Amelia la prese e sorrise. La leggenda dell’artista poteva continuare. 

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Discussioni

  1. Ciao Sirio, ho gradito l’atmosfera del tuo racconto. Avvincente. Non mi dispiacerebbe seguire l’evoluzione di Amelia, sarei curiosa di sapere se abbandonerà la carriera per una nuova vita. O, chissà, vivrà entrambe.

  2. Ciao Sirio, per un attimo avevo pensato a un ladro tipo Arsenio Lupin, o il ladro Kid di detective Conan(non so se lo conosci), ma alla fine mi hai sorpreso! Ottima idea per il laboratorio. Oh, a mio avviso c’è qualche errorino qua e là, penso imprecisioni di battitura…