L’assassinio del destino

Serie: Autobiografia di un sensitivo sensibile


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L'assassinio della coppia, flashback. Chi li uccise e cosa accadde quel giorno? L'eclissi.

L’ombra si era allungata lenta, come una marea silenziosa, coprendo lo splendore del sole di quella mattina. Il cielo si offuscava come in un’eclisse, e sembrava che il mondo intero fosse precipitato in una sospensione irreale: la sua testa era la terra dell’inferno, e il sole la beatitudine remota, negata.

I due sedevano lungo la riva del fiume, circondati da un idillio che pareva uscito da un vecchio libro di fiabe. La tovaglia a quadretti rossi stesa sull’erba fresca, le ceste di vimini colme di pane, frutta e bottiglie trasparenti, le margherite piegate dal loro peso, il fruscio delle ali leggere di farfalle, e ranocchi curiosi che saltavano tra i ciottoli. Persino gli uccellini, ignari, tracciavano piccole scie sonore nell’aria tiepida.

Era tutto perfetto. Troppo perfetto.

Si scambiarono uno dei loro primi — e ultimi — baci. Io li osservavo da una distanza che non sapevo definire: potevano essere i miei genitori prima che nascessi, potevo essere io stesso in una vita parallela, oppure soltanto estranei. Eppure la connessione era evidente, intessuta in un destino che non si lasciava spiegare. L’orsacchiotto, abbandonato tra loro, era più che un oggetto: un simbolo di quel legame sovrannaturale, muto testimone di una scena che non avrebbe dovuto compiersi cosƬ.

Ma non vidi mai l’assassino.

Lo percepii soltanto. L’ombra divenne più profonda, la brezza improvvisa scompigliò le tovaglie e fece tremare i piatti. Dalle fronde degli alberi emerse una figura. Avanzava lenta, sicura, come se nulla potesse ostacolarla. Indossava guanti bianchi, una maschera che celava tutto il volto, e un cappello a tesa larga che ne confondeva i contorni. Solo gli occhi, vivi come quelli di un predatore, tradivano la sua presenza. Occhi fissi, concentrati, serrati sulla coppia ignara.

Poi, il buio. Il sole si spense del tutto, e il paesaggio intero parve respirare a scatti tra lampi e ombre. Era l’ascia che rifletteva quella poca luce rimasta: un bagliore metallico che danzava avanti e indietro, prima che il colpo calasse.

Un solo fendente, netto, preciso, su di lei.

Un altro, altrettanto esatto, su di lui.

Due colpi soltanto. Nessun urlo, nessuna fuga. Rimasero stretti l’uno all’altra, le labbra ancora unite, come se la morte non fosse che un prolungamento del loro bacio. Lentamente scivolarono verso la terra umida, che li accolse come marionette abbandonate, senza volontĆ  nĆ© scopo.

Li sollevò con una cura sorprendente, come se fossero bambole fragili e non corpi senza vita. Li trascinò fino al grande cedro che dominava il prato, le radici nodose affondate nella terra come dita di un titano addormentato. Li dispose uno accanto all’altra, con le mani intrecciate, e il gesto aveva la precisione di un rito antico.

Al centro, tra le loro braccia congiunte, posò l’orsacchiotto. Non fu un movimento casuale: lo aggiustò più volte, finchĆ© la testa del peluche non si inclinò leggermente verso l’alto, come se stesse fissando l’eterno.

Ora la scena era completa. Una composizione perfetta che faceva pensare più a un quadro che a un delitto, addirittura un fumetto. L’ombra rimase immobile per qualche istante, contemplando l’opera, respirando piano e profondamente sotto la maschera con un rantolo potente.

Poi, senza voltarsi indietro, si dileguò tra i rami.

E il cedro, come un muto guardiano, rimase a custodire il segreto.

Continua...

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Discussioni

  1. “L’ombra si era allungata lenta, come una marea silenziosa, coprendo lo splendore del sole di quella mattina. Il cielo si offuscava come in un’eclisse, e sembrava che il mondo intero fosse precipitato in una sospensione irreale: la sua testa era la terra dell’inferno, e il sole la beatitudine remota, negata.”Molto bello questo passaggio. Bravo.