L6

Serie: L'autunno del 2007


Loredana l’aveva imbroccata, il lavoro era davvero molto semplice. Ero finito nel settore imballaggio e tutto quello che dovevo fare era chiudere con i cartone giusti i vari pezzi di mobili che arrivavano a getto continuo dal reparto produzione.

Per una volta non avevo a che fare con macchinari misteriosi, sputacchianti e pieni di inimmaginabili insidie. Ero capitato bene e a furia di sollevare pannelli di legno di varie forme e dimensioni stavo riacquistando forza ed energia fisica. A fine giornata i bicipiti mi scoppiavano, tiravo il muscolo del braccio destro, lo toccavo con le dita e lo sentivo tosto, definito e duro come l’acciaio. Pareva impossibile, lavoravo a quel modo da appena due settimane.

Ero alto un metro e settanta, pesavo appena 60 chili ma per qualche ragione non mi ero mai considerato un soldo di cacio. Potevo stare anche un anno senza alzare nemmeno un dito, mi era già capitato, ma per quanto mangiassi schifezze e non facessi un cazzo dalla mattina alla sera non ingrassavo nemmeno di un chilo. Riprendevo il tono muscolare nel giro di poco, pochissimo tempo.

Andavo molto fiero di questa mia particolare fortuna genetica e appena potevo la sbandieravo ai quattro venti. Facevo prove di forza con gente molto più grossa di me. Quasi sempre perdevo.

L6 era un’azienda di medie dimensioni ed era gestita da due famiglie che in qualche modo erano imparentate tra loro. Massimo e Franco erano proprietari e mulettisti, carreggiavano il materiale da un capannone all’altro, se ne stavano inchiodati sui loro mezzi per otto ore al giorno, quattro la mattina e quattro il pomeriggio e a volte, se il lavoro era tanto e il tempo era poco, tenevano aperto anche il sabato. Il venerdì sera giravano per i due capannoni in cerca di gente disposta a far straordinari insieme a loro. Molti accettavano. Io invece rispondevo sempre di no.

Massimo e Franco sgobbavano come tutti quanti noi, anzi, sicuramente di più. Dovevano far quadrare i conti ogni mese e gli toccava combattere con ogni specie di rogna. Era roba da non dormirci la notte. Franco era un affare fischiettante e canterino, una pallina continuamente in circolazione tra un capannone e l’altro. Parlava molto poco ma quel poco che gli cavavi dalle labbra aveva sempre qualcosa di gentile e spensieratamente sussurrato. Massimo era di tutt’altra pasta, era energico e duro, aveva un faccione massiccio e occhi piccoli e stanchi che potevano accendersi d’ira o diventare tristissimi a seconda di quel che succedeva là dentro. La mascella robusta che gli chiudeva la faccia aveva un che di orgoglioso ed altero. Spiegava le cose da fare una volta sola e se non afferravi bene cominciava a bestemmiare e a prenderti a urlacci. All’inizio faceva impressione ma col passare dei giorni ti ci abituavi perché capivi che non faceva sul serio. Aveva un sacco di pensieri in testa e, come Franco, non si fermava nemmeno un minuto.

Nemmeno le mogli di Massimo e Franco se ne stavano con le mani in mano. Arrivavano a metà mattina o metà pomeriggio con addosso un grembiule blu, spingevano un carrello a testa e dentro il carrello c’erano disinfettanti, vari secchi colorati, scopettoni, scope, stracci e palette. Erano le donne delle pulizie. Passavano da un capannone all’altro e ramazzavano via tutto quello che c’era da ramazzare. Pulivano i bagni, svuotavano i cestini e portavano via gli scatoloni in cui veniva gettato quello che non serviva o che avanzava o che si era rotto.

Poi c’eravamo noi operai. Tra tutti ne avevo contati una cinquantina e io ero uno dei pochi a essere della zona. C’erano i romani, i napoletani, i molisani e i pugliesi di Manfredonia. C’erano una quantità di senegalesi, qualche marocchino e cinque o sei tunisini. C’erano anche due iraniani. Mohammed e Amir.

Amir era un rifugiato politico, aveva trentaquattro anni e scappava dal regime da quando ne aveva 21. Prima di arrivare in Italia aveva vissuto clandestinamente in Grecia e in Turchia. Chiudeva i pezzi insieme a me e mi parlava della sua terra e di altre cose davvero molto interessanti.

«Sei iraniano?» gli avevo chiesto all’inizio.

«Persiano» aveva detto.

Ero rimasto molto impressionato dalla semplice fierezza automatica di quella risposta.

Amir aveva modi raffinati e occhi davvero molto strani, lunghi, belli e luccicanti di allegra determinazione, nostalgia e freddissima rabbia senza perdono. Si muoveva con l’agilità e il silenzio dei gatti e tutti i suoi gesti erano misurati e precisi, un’armonia istintiva piena di misteriosa intelligenza l’esentava da inutili sforzi fisici. Amir era un musulmano moderato rispondeva a tutte le mie domande, mi pagava il caffè ogni giorno e non aveva paura di niente.

Lo osservavo sperando di imparare qualcosa di utile.

Serie: L'autunno del 2007


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Di nuovo, in questo bellissimo episodio, ho ritrovato il filo che ti unisce a una certa ‘umanità’, quella per cui vale la pena e da cui si impara. Anche mio cognato è iraniano e, altrettanto fiero, di precisare di essere ‘persiano’.