
Una volta che cadi
Serie: L'autunno del 2007
- Episodio 1: Ghiaccioli verdi e cieli azzurri
- Episodio 2: L’avevo lasciato squillare
- Episodio 3: Alla fine è meglio se vai
- Episodio 4: Venerdì sera
- Episodio 5: I sogni e la neve
- Episodio 6: L6
- Episodio 7: Una volta che cadi
- Episodio 8: A casa, la sera
- Episodio 9: L’estate di San Martino
- Episodio 10: Amir e Mohammed
- Episodio 1: Una sedia dove sedersi
- Episodio 2: Il conto
- Episodio 3: La ragazza vestita di giallo
- Episodio 4: Mani spaccate
- Episodio 5: L’ultimo giorno
- Episodio 6: Le scie degli aerei (epilogo)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Non che ci pensassi in questi termini ma sapevo che per quanto ridicolo potesse suonare volevo vivere con tutte le mie forze. Erano i mezzi per farlo che per qualche ragione mi mancavano quasi totalmente. Ero stato derubato. Era successo qualche tempo prima, avevo poco più che vent’anni, e anche se ero convinto del contrario in effetti, quella volta, non capivo granché. Avevo prestato il fianco per pura esuberanza e poi, logicamente, ero finito in mille pezzi.
Tutte quelle ore, quei giorni e quei mesi senza speranza mi avevano portato ad un passo dalla morte. Le confidenze delle ragazze che poi filavano via lasciandomi ogni volta di sasso mi avevano portato ad un passo dalla morte. Le furibonde liti con mio padre, la minestra di mia madre, il violino di mio fratello alle sei di un pomeriggio pieno di pioggia mi avevano portato ad un passo dalla morte.
I giornali, gli oroscopi, i programmi televisivi, il rogo delle torri gemelli, le tribune elettorali, il papa affacciato all’Angelus la domenica mattina mi avevano portato ad un passo dalla morte.
Mi guardavo attorno e tutto quello che vedevo erano i miei piedi. Ero preso in mezzo a una notte che volta dopo volta replicava se stessa e per questa ragione non riusciva a finire. Cercavo alternative, soluzioni, strade da percorrere e non le trovavo. Ero confuso, bastonato e troppo attento a cose da niente come il dolore, il fango, l’angoscia e la sfortuna.
Avevo poco che di vent’anni e me ne andavo in giro con la testa sempre più vuota. La stupidità irreversibile di cui facevo colpevolmente parte e in cui ero immerso tutto il tempo mi toglieva ogni forza lasciandomi invariabilmente sbigottito. Un’orribile e complessa menzogna circolava sulle bocche di tutti quanti e sapevo per certo che era anche la mia.
Con una nausea senza fine avevo vomitato in un colpo solo buona parte di quel che avevo. Avevo sputato sangue maledicendo la terra e il cielo. C’ero andato così vicino da sentirne il freddo e la puzza. Poi la mia corsa verso lo schianto si era lentamente fermata. Ero caduto dalla luna e non ero morto. Per quanto vuote fossero le mie tasche, per quanto inesistenti fossero ormai le mie risorse, testardamente, ancora una volta, mi attaccavo alla vita.
Il tempo passava e mi trovava in piedi. Lo caricavo a testa bassa per arrivare spingendo al giorno dopo. Il sole sorgeva ogni mattina per vedere a che punto ero, se mollavo o se invece resistevo. Resistevo Tutto quello che avevo era la forza bruta e selvaggia del mio respiro contro l’aria e un coraggio disperato, spigoloso e senza controllo che continuamente mi feriva le mani.
Da quella volta era passato un discreto lasso di tempo, avevo lavorato saltuariamente in molti posti, fumato una barca di sigarette e smontato me stesso a martellate nell’attesa che capitasse qualcosa, una cosa qualsiasi. In qualche modo ero riuscito perfino a laurearmi. Adesso avevo 28 anni, era autunno e le foglie badavano a ingiallirsi, accartocciarsi e cadere a terra. Uscivo dall’L6 a mezzogiorno. Montavo in macchina e tornavo a casa per la pausa pranzo.
Gli ultimi giorni del mese erano annegati nella pioggia e nel freddo ma con novembre era arrivata l’estate di San Martino. Le temperature si erano improvvisamente impennate, il cielo era sereno e pulito come vetro appena lucidato, il sole girava gloriosamente dall’est all’ovest riportando in vita tutto quello che trovava lungo il suo cammino. Tiravo giù i finestrini, accendevo una sigaretta, imboccavo la superstrada e strizzavo gli occhi per vedere, attraverso la luce abbagliante di quei giorni, quello che capitava davanti a me.
Era l’ultimo incendio rosso e caldo prima dell’arrivo paralizzante dell’inverno. Erano gli occhi azzurri di Marylin in una stanza d’albergo deserta. Era Dallas, Texas, la testa appena morta del presidente stretta tra le belle braccia di Jacqueline.
Serie: L'autunno del 2007
- Episodio 1: Ghiaccioli verdi e cieli azzurri
- Episodio 2: L’avevo lasciato squillare
- Episodio 3: Alla fine è meglio se vai
- Episodio 4: Venerdì sera
- Episodio 5: I sogni e la neve
- Episodio 6: L6
- Episodio 7: Una volta che cadi
- Episodio 8: A casa, la sera
- Episodio 9: L’estate di San Martino
- Episodio 10: Amir e Mohammed
Questo capitolo è quasi poetico, più introspettivo del solito, ma incredibilmente coinvolgente.
Molto, molto bello!
Bravo, Michele. Un episodio d’effetto, veramente ben riuscito. Mi ci sono trovato tantissimo.
Grazie mille, Francesco!!! Anni turbolenti, quegli anni.
Melania ha ragione, una frase più bella dell’altra. Qui, a mio parere, siamo in bilico fra le due serie tue presenti qui su Open. Come fosse un’umanità complicata e affascinante come una sfida, dolcemente appoggiata su splendidi paesaggi.
Grazie Cristiana, come sempre. Viva l’umanità complicata, l’essere in bilico e gli splendidi paesaggi che ci toccano in sorte, allora!
Molto intenso, con una frase più bella dell’altra. Davvero complimenti!
Grazie mille, Melania!!!