
A casa, la sera
Serie: L'autunno del 2007
- Episodio 1: L’avevo lasciato squillare
- Episodio 2: Ghiaccioli verdi e cieli azzurri
- Episodio 3: Alla fine è meglio se vai
- Episodio 4: Venerdì sera
- Episodio 5: I sogni e la neve
- Episodio 6: L6
- Episodio 7: Una volta che cadi
- Episodio 8: A casa, la sera
- Episodio 9: L’estate di San Martino
- Episodio 10: Amir e Mohammed
- Episodio 1: Una sedia dove sedersi
- Episodio 2: Il conto
- Episodio 3: La ragazza vestita di giallo
- Episodio 4: Mani spaccate
- Episodio 5: L’ultimo giorno
- Episodio 6: Le scie degli aerei (epilogo)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Il mio contratto con L6 scadeva di settimana in settimana. Venerdì sera uscivo dalla fabbrica e non sapevo se il lunedì dopo ci sarei tornato oppure no. Avevo chiesto in giro. Ero l’unico lì dentro a essere combinato così, non riuscivo a capire quali fossero le intenzioni dell’impresa nei miei riguardi.
Finivamo di lavorare, ci infilavamo la giacca e uscivamo dal capannone. Mi pareva di essere il più scoglionato di tutti. Qualsiasi cosa servisse per scherzare e chiacchierare del più o del meno io non ce l’avevo.
«Ci vediamo lunedì» diceva Amir.
«Ah, non so» rispondevo. Montavo in macchina e passavo di filato in agenzia.
«Allora Loredana?»
«Hanno telefonato due minuti fa, ti prolungano il contatto per un’altra settimana.»
«Bene.»
«Devi firmare qui, qui e qui», mi metteva dei fogli in mano. Firmavo di fianco alle crocette e glieli riconsegnavo. Non leggevo mai niente, non serviva.
«Sei a posto» diceva Loredana.
«Ottimo» rispondevo.
«Ci vediamo il 15 per la busta paga.»
«Certamente.»
Venivo via dall’agenzia, andavo a casa e facevo una lunga doccia calda, uscivo dal box e mi infilavo addosso un accappatoio azzurro, passavo una mano sullo specchio, tiravo via la condensa per vedermi in faccia. Come spettacolo non era granché. Avevo l’aria stanca, avevo le borse sotto gli occhi e gli occhi erano gonfi e arrossati, stavo lì a guardarmi per un po’. Per qualche ragione non ero per niente sicuro che quello allo specchio fossi io.
Ammucchiavo i vestiti sporchi, scendevo le scale e li mettevo nel cestino della roba da lavare. Poi mi piazzavo davanti alla televisione oppure andavo in camera mia, mi stendevo per un po’. Fuori era buio già da un pezzo.
Abitavo vicino ad una grossa via di passaggio e da dietro le persiane chiuse arrivava il rumore continuo del traffico delle sette di sera. La gente si lanciava nel week-end a colpi di clacson e incredibili sviste. Ogni tanto si sentiva il fischio prolungato di una frenata, qualcuno aveva sbagliato qualcosa. Chiudevo gli occhi e rizzavo le orecchie. A volte arrivava un’ambulanza.
Mio fratello suonava in mansarda, mia madre trafficava in cucina e mio padre era in giro da qualche parte. Mio padre aveva insegnato chimica per trent’anni all’istituto commerciale della città. Adesso era in pensione, ma pur di non starsene con le mani in mano s’era inventato un lavoro nuovo di zecca. Riparava apparecchi di vario genere e montava laboratori per conto di università, ospedali, scuole e ditte private. Aveva messo su una piccola impresa e potendo contare quasi esclusivamente sulle sue braccia non aveva un minuto libero. Non lo voleva.
Tornava a casa all’ora di cena e dopo aver mangiato come un profugo, col viso ficcato dentro il piatto, si addormentava di schianto, i gomiti appoggiati al tavolino. Poi si svegliava e trafficava col suo faticoso giocattolo fino a mezzanotte passata. Gli cascava la testa in avanti ma non se ne curava, la tirava su e continuava. Era lento, metodico e quasi invincibile. La sua determinazione era pura e micidiale.
Quasi ogni notte bisognava assistere alla stessa scena.
«Paolo è tardi», era una voce gonfiata dal sonno, era la vestaglia bianca di mia madre, era mia madre vestita da fantasma. La luce gialla dell’abat-jour filtrava dalla fessura della porta della sua camera da letto.
«Arrivo» rispondeva mio padre per tenerla buona. Mentiva spudoratamente.
Invece di darle retta e di attrezzarsi per accontentarla rimaneva piegato sul tavolo della cucina per un’altra mezz’ora, guardava e riguardava le sue carte, scriveva qualche cifra, segnava numeri telefonici e indirizzi, faceva conti con una grossa calcolatrice grigia.
«Paolo è mezzanotte passata.»
«Si, lo so», rispondeva. Lo sapeva.
La televisione era spento, il frigorifero ronzava piano, il silenzio usciva dalle piccole mani forti di mio padre e s’arrampicava come edera sulle pareti, sui quadri e sulle lancette dell’orologio. La luce di quella battaglia condotta in salita brillava solitaria nel nero velluto della notte sterminata.
«Paolo è tardi.»
Il Venerdì sera non facevo granché. Di solito una settimana di lavoro mi riduceva ad uno straccio. Potevo arrivare a piedi fino al bar ma il più delle volte mi spogliavo mi ficcavo sotto il letto e, sapendo che il giorno dopo me la potevo prendere comoda, leggevo per ore, finché non ne avevo abbastanza. Erano Fante, Bukowski, Dostoevskij, Celine, erano Turgenev, Kerouac, Ginsberg, Calvino, Erano Pirandello, Buzzati, Hemingway, Kafka, Erano Tabucchi, Benni, London, Camus. Era qualsiasi cosa mi capitasse sotto mano.
Spegnevo la luce che erano le tre, le quattro di notte. Mi addormentavo con appoggiate sotto il letto e accatastate nella testa pagine e pagine di vite vissute da altri.
Serie: L'autunno del 2007
- Episodio 1: L’avevo lasciato squillare
- Episodio 2: Ghiaccioli verdi e cieli azzurri
- Episodio 3: Alla fine è meglio se vai
- Episodio 4: Venerdì sera
- Episodio 5: I sogni e la neve
- Episodio 6: L6
- Episodio 7: Una volta che cadi
- Episodio 8: A casa, la sera
- Episodio 9: L’estate di San Martino
- Episodio 10: Amir e Mohammed
Le immagini descritte in questo capitolo sono veramente incredibili, mi hanno colpito tantissimo!
Super bravo!
“Mi addormentavo con appoggiate sotto il letto e accatastate nella testa pagine e pagine di vite vissute da altri”
Sai Michele, credo che, dell’intera serie, questo sia l’episodio che ho preferito. Mi ha commosso il padre, metodico come una formica e la madre, instancabile come tutte le madri. Mi colpisce questo scorcio di vita di provincia, descritto così bene e illuminato dalla luce soffusa che esce da sotto la porta. Bravissimo
Grazie mille Cristiana! Lì da me era così. Adesso non lo so più ma forse certe cose non cambiano granché.
“non aveva un minuto libero. Non lo voleva.”
Bello questo passaggio: non voleva avere tempo libero, forse per non pensare…
“mi ficcavo sotto il letto”
Una piccola svista? 😃
Ahahahah… mannaggia, si! Grazie Antonio!
“passavo una mano sullo specchio, tiravo via la condensa per vedermi in faccia.”
Un gesto semplice (chi non l’ha mai fatto alzi la mano), così come ciò che il protagonista fa subito dopo (si guarda per un po’), ma che in questo caso mi fa entrare molto nel personaggio!
È una storia semplice (all’apparenza), eppure a ogni episodio non vedo l’ora di leggerne un altro, di vedere quando e se il protagonista riuscirà a svoltare, di avere più dettagli sulla sua vita e sul vuoto che si porta dentro.
Bravissimo!
Grazie mille, Melania! Sono contento che la faccenda ti appassioni!