L’estate di San Martino

Serie: L'autunno del 2007


Il tempo passa e tu sei incastrato lì, costretto a seguirlo senza saperne niente. I giorni non significano granché, gli anni non significano granché, impari quel tanto che basta, vedi qualcosa, segui qualcuno, dimentichi molto facilmente e ancora più facilmente ti cacci nei guai.

È lunedì, è martedì, e poi è già domenica. Sono le quattro di pomeriggio e non importa.

La pausa pranzo era di due ore, staccavamo a mezzogiorno e alle due tornavamo al chiodo.

Infilavo la superstrada e dieci minuti dopo ero già casa. Mangiavo alla svelta, parlavo poco, saltavo in macchina e andavo di filato al bar.

Parcheggiavo da qualche parte e poi scendevo dal lato del passeggero perché la serratura dell’altra portiera s’era improvvisamente bloccata. Non avevo nessuna intenzione di portarla a riparare.

Entravo nel locale e appoggiavo i gomiti sul bancone. Non chiedevo niente, non facevo gesti di nessun tipo, aspettavo pazientemente che qualcuno mi notasse.

«Ciao Michele.»

Era Laura, la barista di punta. Faceva il turno della mattina, quello più complicato. Attaccava alle sei e finiva alle due.

Laura era piccolina, aveva le lentiggini, la faccia rotonda e il naso sottile. Conosceva bene il suo mestiere ma ancor di più conosceva il valore della guerra. Ero capitato in mezzo a due o tre infernali baruffe tra lei e qualche cliente che aveva disgraziatamente provato a fare il furbo. Erano stati spettacoli furibondi e sanguinosi, assolutamente terrorizzanti.

«Ciao Laura.»

«Vuoi il caffè?»

«Un caffè, grazie.»

Raccattavo la tazzina e una busta di zucchero dal contenitore di porcellana bianca, mi giravo e mi guardavo intorno.

Trovare un buon posto in cui sedersi era una faccenda complicata perché a quell’ora tutti quanti gli impiegati della zona migravano in massa per pranzare lì. Per qualche ragione mi parevano molto simili tra loro, erano chiassosi, disinvolti e ben vestiti. Avevano un’aria piena e soddisfatta.

Li guardavo e non riuscivo a capire cosa fosse, da dove venisse e che radici avesse una cosa così, una tale mancanza di dubbi, una così spudorata assenza di paura.

Poi, sospettando una qualche specie di truffa gigantesca, rinunciavo e mi buttavo sul giornale.

Il bar aveva una sala molto grande, i tavolini erano tondi e sopra c’erano delle tovaglie gialle. Anche le pareti erano gialle e vicino all’entrata principale, appeso in alto, c’era un orologio rosso. Il suo implacabile e ovvio meccanismo ci spingeva tutti quanti dappertutto e poi via, ancora più lontano.

All’una e tre quarti, mi alzavo, pagavo e uscivo di lì. Accendevo una sigaretta e montavo in macchina. Tornavo all’L6 e mentre guidavo pensavo cose piccole e scivolose che poi dimenticavo nel giro di pochissimo tempo.

La superstrada era un luogo di acciaio in fuga ed era un luogo di morte. Ogni tanto mi capitava di dover schivare la carcassa di un gatto o di qualche altra bestia, niente più che uno straccio sbrindellato e peloso appiattito a più riprese sul duro dell’asfalto. Giravo dolcemente il volante per passare da una parte o dall’altra.

Poi mi rimettevo ben dritto in carreggiata. Badavo ad andare avanti mentre quella cosa rimaneva ferma lì, distante, misteriosa e muta come Marte.

Serie: L'autunno del 2007


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Discussioni

  1. Un piccolo e insignificante particolare, quello della portiera rotta che Michele si rifiuta di riparare, secondo me è una chicca, un altro modo per caratterizzare il personaggio. Ho letto quella frase e ho pensato: “certo, è ovvio che lui faccia così.” Questo significa fare entrare le persone nelle storie che leggono. La bravura e l’abilità di uno scrittore di vedono anche da particolari come questo.