L’avevo lasciato squillare

Serie: L'autunno del 2007


L’avevo lasciato squillare per un po’ pensando al da farsi, poi avevo tirato su la cornetta. Era l’agenzia di lavoro interinale. Ogni tanto chiamavano e mi proponevano qualcosa, a volte accettavo a volte no. Non dipendeva mai dal tipo di lavoro in cui mi volevano infilare, al riguardo non ero per niente schizzinoso. Era per questa ragione che oramai avevo fatto quasi di tutto.

«Bartolini come va?» era Loredana, la conoscevo bene, conoscevo le sue grosse braccia, i suoi occhi svelti. Conoscevo i suoi modi energici e schietti.

«Tutto a posto», avevo detto.

«Ho un lavoro in una fabbrica di mobili.»

«Per quando?»

«Se accetti inizi lunedì prossimo.»

«Va bene.»

«Non vuoi sapere cosa devi fare?»

«No, non importa.»

«Domani mattina passa in ufficio.»

«Va bene.»

Ho salutato e poi ho riattaccato il telefono. Mi sono seduto e ho pensato che non avevo più niente da fare. Allora mi sono messo ad aspettare la sera. Ad un certo punto doveva essere proprio arrivata perché guardavo dappertutto e non vedevo più niente. Quando ho sentito qualcosa agitarsi nel buio ho avuto paura e ho acceso la televisione. L’ho spenta. Ero io.

Poi è arrivata mia madre, ma prima di lei è arrivato il suono dei suoi piccoli passi. E’ entrata nella stanza buia e ha acceso la luce.

«Cosa stai facendo», mi ha domandato.

L’ho guardata e non riuscivo a rispondere. Era una questione complicata, non sapevo da dove cominciare, ho dovuto lasciar perdere.

Mia madre era andata a fare la spesa e tra buste e pacchetti vari era carica come un somaro. Le ho dato una mano, ho messo la pasta nella credenza e il latte in frigorifero. Ho portato due pacchi d’acqua in garage.

Poi ho preparato la tavola e ho aspettato che fosse pronta la cena. Guardavo le pareti bianche della cucina e non pensavo quasi a niente. Non è così semplice come sembra. Bisogna allenarsi.

Il bar era l’unico posto possibile e ci andavo molto spesso. Ciondolavo lì dentro per ore e ore senza combinare niente. Prendevo un caffè, fumavo le mie sigarette, leggevo i giornali o sennò discorrevo con qualcuno. C’erano un bel po’ di scocciatori ma li conoscevo tutti quanti e sapevo come prenderli.

«Sei ancora qui?» mi chiedevano.

«A quanto pare.»

«Ma quando chiudono ti mettono in frigorifero?»

«Certo, sono l’attrazione principale», rispondevo.

Ormai bazzicavo lì da anni, d’inverno mi mettevo in uno dei tavolini vicino alla vetrata e per lo più guardavo fuori. La strada davanti al bar era piuttosto stretta ma c’era sempre un gran via vai perché in quella zona c’erano un sacco di case e di uffici. Il titolare del bar non dormiva mai. Arrivava a tutte le ore e a volte era così stanco che faceva fatica a reggersi in piedi. Per qualche ragione i dipendenti cambiavano in continuazione. A volte qualcuno che se n’era andato dopo un po’ ritornava ma per la maggior parte sparivano dal giorno alla notte, neanche il tempo di afferrare il nome che già non c’erano più. Chissà perché.

Mi sono appoggiato al bancone e ho chiesto un caffè.

«Lunedì comincio a lavorare», ho detto.

«Ah sì?» mi ha risposto il barista, era rumeno stava preparando qualcosa di rosso e sembrava molto concentrato.

«Già.»

«Che roba è?»

«ONU, una poltrona importante.»

Il barista rumeno mi ha guardato e ha sorriso.

«Tu sei matto», ha detto.

In qualche modo sapevo che aveva ragione. D’altra parte non si poteva restare nascosti nella menzogna, non a lungo perlomeno, prima o poi ti beccavano. Ho bevuto il caffè e sono uscito di lì. Ho acceso una sigaretta e l’ho fumata con calma. Poi ho deciso di fare un giro da qualche parte, camminavo senza saper bene dove andare. Avevo notato che da un giorno all’altro l’aria si era fatta di colpo più fredda, grosse nuvole minacciose solcavano il cielo.

Ho visto la mia immagine riflessa sulla vetrata di un negozio d’abbigliamento e ho pensato che dopotutto non ero molto diverso dagli altri, anzi, non lo ero per niente. Chissà cosa mi ero messo in testa. Poi ho proseguito e la mia immagine è venuta via con me.

Serie: L'autunno del 2007


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Poi ho proseguito e la mia immagine è venuta via con me.”: davvero molto bella questa frase.
    La storia prosegue bene, con i suoi tempi e un vago senso di malinconia.
    Continuo a leggere.

  2. “Poi ho proseguito e la mia immagine è venuta via con me”
    Una bellissima storia di provincia, una di quelle che sai racoccontare davvero bene, con quel retrogusto autobiografico che è un valore aggiunto. Sempre bello leggerti