Rico, Suave & Lara Compton – Le basi del mestiere

Serie: Rico, Suave & Lara Compton


...

Rico bussò alla porta di casa e restò fermo sotto il portico in paziente attesa che l’uscio si aprisse completamente. Fissò negli occhi la donna che fece capolino da dietro la soglia, intenta ad osservare lui e l’uomo che gli stava accanto con un sorriso incuriosito, distese il braccio alzando la pistola all’altezza del viso di lei, sfiorandola con il silenziatore, infine premette il grilletto. L’arma produsse un suono ovattato e discreto.

La donna si accasciò immediatamente a terra assumendo una posizione innaturale, il minuscolo foro di proiettile ben visibile sulla fronte resa giovane per sempre, il corpo a tener ferma l’anta e impedirne la chiusura.

«Lara Compton?» domandò Rico rivolgendosi al cadavere.

«No porca puttana! Prima!» sbottò spazientito Suave.

«Prima cosa?»

«Prima di sparare! Glielo devi chiedere prima di sparare, non dopo. Dopo non serve più! “Lara Compton? – Sì” e a quel punto spari. Che cazzo vuoi che ti risponda ora?»

«Ma perché scusa? Che differenza fa se tanto poi l’ammazzo?»

«Oh Gesù. Perché magari poteva non essere Lara Compton. T’è venuto in mente?»

«Mi c’hai portato tu qua. Mi hai detto che questa era casa di Lara Compton.»

«E infatti questo è l’indirizzo.»

«E allora che cazzo vuoi da me? Siamo nel posto giusto, no?»

«A me questo m’hanno dato. Io credo di sì ma…»

«Come “credi di sì”?»

«Sì, il posto è questo, Cristo Santo. Ma uno prima di sparare chiede! E che cazzo. Sto dicendo che magari quella poteva non essere Lara Compton. Magari ha aperto la porta… che ne so, la sua compagna di…»

«Ma perché, Lara Compton è lesbica?»

«Che cazzo vuoi che ne sappia se Lara Compton è lesbica? Ho detto…»

«E allora perché cazzo parli di compagne?»

«Non è questo il punto. Il punto è che poteva non essere lei.»

«Va bene. Diciamo pure che questa non era Lara Compton: secondo te ormai la lasciavo viva dopo che le avevo puntato una pistola in faccia? “Mi scusi sa, non volevo spaventarla per niente – Si figuri, cose che capitano, buona giornata”.»

«No, però almeno sapevi che ti dovevi ancora andare a cercare la vera Lara Compton. Ti torna?»

«…»

«Parlo con te. Ti torna?»

«Sto pensando, non mi incasinare. Sì, mi torna. Sì. Scusa, mi sono fatto prendere… non lo so, ho fatto una cazzata. Scusa.»

«Lascia perdere. Metti via quella cazzo di pistola e frugale nelle tasche, guarda se ha un portafogli.»

«Perché? Non mi hai detto che era una rapina. Non mi piacciono le rapine, vanno sempre a finire male.»

«Non è una rapina, è per vedere se ha un documento, coglione.»

«Io non la frugo quella. A me mi fanno schifo le lesbiche.»

«Ma non è lesbica…»

«Allora vedi che lo sai. Cos’è, la conosci? Mi hai fatto ammazzare una che la conosci? Non ce l’hai delle regole?»

«E infatti mica la conosco questa. Lascia stare, la controllo io, tu stai fuori dal porticato e guarda che non arrivi nessuno.»

«Chi cazzo vuoi che ci venga fino a qui? È già tanto che l’abbiamo trovata noi.»

«Che ne so? Un escursionista, un turista, il cazzo che ti pare.»

«Un turista in questo buco di merda?»

«Perché mi devi sempre dare contro? O mi dai una mano o ti levi dalle palle. Vai a controllare, che cazzo.»

«Allora non è meglio se la portiamo dentro?»

Suave si coprì la faccia con le mani, scosse la testa e sbuffò attraverso le dita.

«Gesù Cristo che casino, Ufficio Complicazioni Affari Semplici. Va bene, dammi una mano, io la prendo per le ascelle, tu tirala su per i piedi. Lo puoi fare o ti fa troppo schifo?»

«Non serve che fai il sarcastico. Detto da te che non riesci nemmeno a guardare il formaggio poi…»

«Che cazzo di parola t’è uscita? Sarcastico? Ti sei messo a leggere il dizionario?»

«Tutti i giorni, una parola al giorno. Così mi imparo una cultura e prima o poi faccio carriera.»

«Bravo, ricordati degli amici quando diventerai il capo. Pensa te. Forza, al mio tre. Uno, due, tre.»

Rico e Suave sollevarono all’unisono il cadavere di Lara Compton e lo trasportarono all’interno dell’abitazione. Una volta dentro, Rico chiuse la porta aiutandosi con il piede.

«Vieni di qua» disse Suave camminando all’indietro, «molliamola sul divano».

Il cadavere di Lara Compton sprofondò sui cuscini del sofà consumati dall’usura permettendo a Rico e Suave di riprendere fiato e massaggiarsi le braccia indolenzite.

«Te lo ripeto, io quella non la…»

«Si, me l’hai detto, non la frughi. Faccio io. Omofobo del cazzo.»

«Come mi hai chiamato, scusa?»

«Omofobo del cazzo.»

«E che cazzo vuol dire omofobo?»

«Lascia stare, te lo cerchi domani sul dizionario.»

«No, tu me lo dici adesso. Che cazzo vuol dire omofobo.»

«Vuol dire che hai paura dell’omosessualità.»

«Io mica c’ho paura. Però mi fa schifo. E poi cosa c’entrano gli omosessuali? Lara Compton è donna, no? Allora dovevi dire lesbofobo. Te lo devi leggere pure tu il dizionario.»

«Senti… chi se ne frega se Lara Compton è lesbica, ok? Lasciami cercare un documento. Così gli facciamo una foto, la spediamo e ci leviamo dai coglioni il prima possibile.»

Suave rovistò nelle tasche sul davanti dei pantaloni e in quelle del blazer senza trovare nulla.

«Guarda in quelle di dietro» suggerì Rico restando immobile in piedi alle sue spalle, con le braccia abbassate e le mani raccolte in avanti una nell’altra all’altezza della cintura, come a volte capita di vedere durante le funzioni religiose.

Suave sbuffò nuovamente e sollevò di lato il corpo di Lara Compton quel tanto che bastava per farlo ruotare leggermente e poter verificare se nelle tasche posteriori dei pantaloni non avesse qualcosa.

«Le stai toccando il culo» disse serafico Rico.

«Che?» voltò la testa Suave in direzione dell’altro.

«Le stai toccando il culo, ti ho visto.»

«Non le sto toccando il culo. Sto facendo quello che mi hai suggerito tu di fare.»

«C’è modo e modo di fare le cose. E quello si chiama toccare il culo. Ti capisco, sai? In effetti era un bel bocconcino.»

«Come cazzo fa a venirti in mente una roba del genere adesso? È morta, e tu sei malato. Si chiama…»

«Necrofilia. L’ho letto ieri nel dizionario. Ma non è a me che piace. Sei tu che le stai toccando il culo. E lo capisco, era…»

«… un bel bocconcino, l’hai già detto.»

«Già. Peccato che era lesbica.»

«Cristo» si arrese Suave passandosi una mano fra i capelli impomatati, «qua non c’è niente. Dai un’occhiata se vedi in giro una borsa, o qualcosa del genere.»

Rico si guardò attorno fino ad individuare una borsa di tela chiara appesa all’attaccapanni, di fianco alla porta d’ingresso. Si avvicinò con calma, la liberò dal braccio in metallo, riversò il contenuto sul tavolo della sala sparpagliandolo su tutta la superficie e afferrò un portafogli di pelle rossa rettangolare, che lanciò in direzione di Suave: «Trovato.»

«Potevi anche guardare nella borsa senza spargere tutto in giro.»

«Mi dici perché oggi non ti va mai bene un cazzo di quello che faccio? Che problema hai? Tanto mica si lamenta quella.»

«È questione di professionalità. Le cose vanno fatte ordinate se non c’è un motivo per incasinarle. Ah, che te lo spiego a fare…»

Suave fece scorrere la lampo della zip che teneva chiuso il portafogli, saltò a piè pari lo scomparto del denaro ed estrasse da una tasca laterale una serie di tessere, passandole al vaglio una per una, riponendo di volta in volta al loro posto quelle che non erano di suo interesse, sino a quando non arrivò ad una patente di guida plastificata dello Stato del New Hampshire con la fotografia di una donna impressa sopra. «Bingo» esclamò soddisfatto.

Suave controllò la fotografia, guardò il volto del cadavere disteso sul divano e infine controllò nuovamente la fotografia impressa sul documento.

«Beh?» chiese Rico spazientito da tutta quella trafila.

«La faccia è quella» rispose Suave continuando a spostarsi con gli occhi tra la donna e la targhetta.

«Va beh, ma il nome?»

«Lara Compton.»

«Bene» rispose Rico visibilmente sollevato, «adesso mi chiedi scusa anche tu.»

«Scusa per che cosa?»

«Per avermi triturato i coglioni senza motivo cinque minuti fa.»

«Io non ti chiedo scusa neanche per il cazzo. Non vuol dire niente se questa è Lara Compton o non lo è, avresti dovuto domandare prima di sparare. Sono le basi del mestiere Cristo Santo, e tu non le conosci.»

«Però mica è giusto, così. Io prima ti ho chiesto scusa, sarebbe carino che lo facessi anche tu.»

«Ma che vai dicendo?»

«Per una questione di rispetto fra colleghi.»

«Le senti le stronzate che ti escono dalla bocca? Qua non c’entra il rispetto, si tratta…»

«E invece c’entra eccome.»

Suave zittì Rico sollevando il dito indice verso l’alto, poi ruotò la testa lievemente a sinistra, tendendo l’orecchio per poter ascoltare meglio.

«Aspetta aspetta, taci un po’.»

«Che c’è? Non mi dire di tacere perché quanto è vero Iddio…»

«Ssh! Ascolta.»

«Cosa?»

«L’hai sentito questo?»

«Questo che? Io non ho sentito niente.»

«Questo! Sei sordo? Veniva dal piano di sopra.»

«Io non ho sentito… Merda! Che cazzo è stato?»

Serie: Rico, Suave & Lara Compton


Avete messo Mi Piace14 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ho trovato questo inizio straordinario e travolgente. La corrente tensiva del discorso diretto, usata con scaltrezza e maestria, mi ha condotto dentro la scena come se la vedessi scorrere davanti agli occhi, con tutta la sua esattezza e crudeltà, con una pluridimensionalità di elementi sensoriali sempre presente e ben congegnata. Un episodio ricco di strati, di stimoli, di richiami, che apre a un ventaglio di possibilità. I personaggi sono ritratti nella loro luce fredda, violacea, esemplari nella loro ferocia e ambiguità, con il veleno delle parole che li attraversano e li sconfinano. Un attacco di serie da scrittore di razza, direi, assai funzionale e potenzialmente carico di dinamite.

    1. Grazie Luigi, è sempre un piacere enorme per me quando qualcuno si imbatte in questa storia, che mi appassiona e mi diverte allo stesso tempo, specie una persona attenta ai dettagli come te.

  2. Oh cazpita! Stavo per perdermi l’inizio del film!
    Tutta colpa della tipa dei popcorn che continuava a parlarmi di non so quale animale s’era spiaggiato durante la notte…
    Figo il dialogo serrato, insensato e assolutamente credibile tra Rico e Suave! Aspetta che vado a prendere una bibita, altrimenti poi muoio di sete e non mi godo il resto!

  3. Mi piace molto questo genere di atmosfera, l’unica cosa cui punterei contro il dito è la susseguita ripetizione dei nomi per intero. In alcuni casi ci sta tantissimo ed è quasi oserei dire d’obbligo ma in certi altri, diventa stopposa rallentando la scioglievolissima narrazione che altrimenti sarebbe pressoché perfetta! Ora son curioso di vedere chi cazzo c’è al piano di sopra a romper i coglioni, sia mai un altra lesbica! 🤣

  4. Grazie Roberto, mi hai strappato sorrisi e meraviglia! Che chicca stupenda, che padronanza del dialogo, che sapienza nel dosare l’umorismo in una storia di malavita. La banalità del male, più fratelli Coen che Tarantino, più fioretto che spada. Credo che dovrei chiamarti Maestro da qui in poi!!! Un abbraccio e ancora un grazie per il piacere che mi hai dato!

  5. Bravo, bravissimo. Da applauso. Surreale, divertente, grottesco, scritto egregiamente, dialoghi che tengono su tutta la struttura. Io non lo so esattamente il perché, però per la loro genuina ingenuità, a me loro due ricordano tanto la coppia Phoenix/Reeves di My Own Private Idaho. Non saprei, c’è una velata nostalgia dietro a tutto. Magari mi sbaglio.

  6. “Rico e Suave sollevarono all’unisono il cadavere di Lara Compton e lo trasportarono all’interno”
    Ho adorato questo passaggio. Avresti potuto scrivere semplicemente il cadavere, o il cadavere della donna, invece ci sveli nome e cognome prima che lo facciano loro. Da narratore entri nel racconto, diventi loro complice (o nostro?), ma mica li aiuti…li lasci lì a scoprirselo da soli😂

  7. Sei stato fantastico Robertro. Una melodia che suona ancora prima di leggerla, a partire dai nomi dei protagonisti…li hai scelti a pennello e già da li parte il ritmo giusto. Un dialogo come un passo a due che non perde un colpo e ti da l’impressione di essere li, nel mezzo, a battere il ritmo a suon di battute, a farsi trasportare, di qua e di la, certi di essere nelle mani di un abile giocoliere. Siano benedette le giornate no, se poi arrivano racconti come questi a riportarti in vita.

    1. Commenti come questi Dea sono a dir poco inebrianti, sapere di aver passato una mattina sulla tastiera a divertirsi come un matto con il risultato di averti migliorato la serata sarà il nuovo claim della Mastercard. Grazie!

  8. Ripeto cio` che e` stato gia` detto: esilarante. Penso che ci dara` da divertirsi anche con i prossimi episodi. Leggere col sorriso stampato sulle labbra ad ogni riga credo sia un rimedio antistress efficace ed economico. Grazie Roberto.

  9. Sembra di sentirli parlare, con accento messicano o finto messicano, fatto che da noi doppiano tutto. Una prova notevole. Lo scambio comico alleggerisce la scena e la rende ancora più cinematografica. Non so se pensare a Pulp fiction, perché lì i personaggi sono un bianco e un nero. Comunque, bello.

  10. Prevedo una serie assolutamente trascinante. I due personaggi sono già indimenticabili dopo solo questo primo episodio, senza che nemmeno ci sia stata la necessità di descriverli (io me li sono figurati molto simili ai protagonisti dei film di Tarantino). Livelli altissimi come sempre.

  11. Concitato ed esilarante quanto un Tarantino d’annata. Sembra di vederli, Rico e Suave, nel migliore stile pulp, giusto per la domenica mattina. Hai due Francesca che aspettano il seguito.

      1. Conosci la rivista Sugar Pulp? A tempo perso vale la pena di darci un’occhiata. Il capo è Matteo Strukul, di cui non amo i romanzi storici che gli hanno portato il successo ma tutto il resto si.

  12. che dire? Non tutti sono capaci di raccontare attraverso il dialogo, e poi così spumeggiante e mai noioso. Molto agile e paradossalmente giocoso, come spesso lo sono i noir ben fatti. Non è per retorica che ti dico di aspettare il seguito con grande piacere.