
Le fate esistono
Serie: Le fate non esistono
- Episodio 1: Le fate non esistono
- Episodio 2: Le fate esistono
STAGIONE 1
E’ un torrido pomeriggio di Luglio, finisco di svolgere le mie mansioni al rifugio prima di concedermi la mia meritata pausa.
Prendo una birra gelata dal frigo e mi dirigo verso la staccionata che svetta poco sotto la cima del monte Sibilla.
Cerco di rilassarmi un po’ ma, ogni giorno, esattamente da un anno a questa parte, la mia mente torna all’immagine del ragazzo con il cappello da cowboy scomparso lo scorso anno.
Nessuna notizia, nessuna traccia, solo una tenda vuota e lui svanito nel nulla. Domani, nel mio giorno libero, spinto da un’insana curiosità, decido di passare la notte esattamente dove è stata ritrovata la tenda del ragazzo.
Appena terminato il turno di lavoro, riempio lo zaino con tutto il necessario e mi metto in cammino. Il sole sta calando, le ombre si allungano e le sfumature rossastre dell’orizzonte creano l’illusione di un mondo onirico. Trovo un angolo riparato per piantare la tenda e, dopo aver mangiato qualcosa, mi preparo a riposare.
Il tramonto cede il passo alle tenebre, e i suoni degli abitanti della notte diventano l’unica melodia che accompagna i miei sogni. Un alito di vento fa ondeggiare le pareti della tenda, e mi chiedo se sto sognando o meno. Improvvisi calpestii di animali mi fanno sobbalzare, mentre luci soffuse e una musica ancestrale, suonata a un ritmo crescente, mi trasportano in un’altra epoca.
In questo periodo fanno diverse rievocazioni storiche e magari senza volerlo ci sono finito in mezzo.
Senza indugi alzo la cerniera della tenda ed esco allo scoperto.
Le luci, che prima sembravano così vicine, ora si allontanano per poi riavvicinarsi lentamente. I miei occhi intravedono figure femminili danzare al ritmo della musica, avvicinandosi sempre di più. Tutto è incredibilmente surreale; faccio due passi indietro, esitante, finché non sento una carezza sulla nuca e una mano che mi afferra. In un attimo, mi ritrovo trascinato in una danza antica, intrigante e inebriante.
Alzo gli occhi e incrocio a pochi centimetri lo sguardo di una creatura misteriosa , delicatamente muove sensuali labbra senza emettere suoni: sussurra qualcosa di incomprensibile ma rassicurante come la voce di una mamma, dolce e soave.
Un abito lungo e antico le avvolge sinuosamente il corpo e ogni movimento sembra farla fluttuare nell’aria.
All’improvviso ripenso alla mia infanzia, di quando mi raccontavano delle fate: bellissime e fatali, riconoscibili dagli umani solamente dai piedi caprini.
D’istinto abbasso lo sguardo e provo ad alzare il lungo abito per vedere cosa nasconde l’audace ballerina: all’ improvviso vengo spinto e cado a terra, contemporaneamente le luci si affievoliscono e la musica si dissolve.
Creature urlanti mi strattonano intente a punire il mio insolente gesto finché non riesco a rotolare e, a carponi, allontanarmi di qualche metro.
Accendo la torcia che tengo sempre nel taschino della giacca, come per magia torna la quiete, le luci spariscono e io cerco disperatamente qualcosa da illuminare.
Faccio un sospiro e provo a darmi una spiegazione: inizio a puntare la torcia sul sentiero per vedere se è tornata la normalità ma, strizzando gli occhi, noto che la ghiaia sembra muoversi, scuoto la testa e realizzo che il sentiero è cosparso da serpenti fino a pochi centimetri dai miei piedi.
Faccio un balzo indietro e scivolo sul pendio per diversi metri fino a fermarmi a ridosso di una sporgenza rocciosa di un metro circa.
Cerco di fare lunghi respiri e di mantenere la calma: qui sono al sicuro.
Nel frattempo inizia ad albeggiare: ammiro l’orizzonte e uno stato di pace e serenità pervade il mio corpo.
Mi guardo intorno e finalmente capisco che tutto sembra finito, mi rilasso finché da vicino sento una voce familiare che esclama: ”Ehi amico, serata interessante non trovi?”
Mi giro e trovo il ragazzo scomparso un anno fa. Stupito e confuso le uniche frasi che riesco a formulare sono:
“Assurdo!” e dopo una breve pausa : “Ma tu sei vivo!”
Il ragazzo mi guarda negli occhi facendo trapelare un po’ di commozione e, abbozzando un sorriso rassegnato ribatte: “Assurdo è pensare che esiste un solo mondo“. Rifletto un attimo mentre guardo l’orizzonte e chiedo: “Ma che intendi?”
Nessuna risposta, solo il silenzio portato da un alito di vento.
Giro lo squadro e trovo un cappello da cowboy sbiadito e sporco appoggiato sul ramo di un vecchio arbusto.
Nel più assoluto silenzio evito di darmi spiegazioni perché sarebbero tutte errate.
Allungo il braccio, afferro il vecchio cappello per mettermelo in testa.
Rimango immobile e rifletto sulle storie che ho sempre creduto vere fino a quando sono diventato adulto, sul cosiddetto mondo reale e su quanto poco conosciamo del mondo fatato.
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