Le notti di New Orleans

Serie: I racconti della Rue Morgue


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Questo è il profilo vetrina del gruppo Rue Morgue, dove più autori condividono i loro librick. Per maggiori dettagli, vedere la sezione «profilo». Autore: @darkdan

Ci sono tante strane storie che circolano su New Orleans, anche se ormai la città è un posto moderno e divertente da ridurre quelle storie a poco più che dei bisbigli, nelle conversazioni tra pazzi e ubriaconi.

Costrette a nascondersi, le leggende dei tempi andati, aleggiano come ombre nei vicoli.

Un monito del vecchio mondo eccentrico e superstizioso il quale non ha ancora dichiarato bandiera bianca nei confronti della fredda razionalità scientifica che considera un tifone soltanto un catastrofico evento atmosferico, anziché portare il giusto rispetto all’antica creatura abissale che lo ha provocato.

Un viaggiatore curioso potrebbe vagare per le vie del Quartiere Francese, in mezzo alle orchestrine di Jackson Square. Gustare i bignè delle caffetterie e alzare il gomito con i vudu cocktail fra i locali chiassosi di Bourbon Street, sfilare tra le case strette e lunghe percorrendo Louisiana Avenue e ammirare l’affascinante architettura decadente dei cimiteri sparsi in varie parti della città.

Come il Lafayette Cemetery, immerso nel Garden District e circondato da quattro strade: Washington Avenue, Prytania Street, Sixth Street e Coliseum Street.

Sam Bertrand aveva sempre amato la sua città e quei luoghi densi di storia e tradizione. Per cui, fresco diplomando alla scuola di fotografia ma senza un soldo, aveva accettato di buon grado di sostituire temporaneamente il guardiano del Lafayette, Jerome Etienne, in congedo per una brutta bronchite. “L’umidità di questa maledetta palude, caro mio, ecco di cosa si tratta!” gli aveva detto quando lo aveva dovuto incontrare a casa sua.

La tosse lo faceva sobbalzare rendendolo decisamente ridicolo ma era comunque riuscito a dare qualche ragguaglio al giovane sostituto. “Bada bene” si era raccomandato “di notte se vedi o senti qualcosa, fregatene. È così che sono arrivato alla mia età in santa pace!” Concludendo con un ascesso di tosse che sembrò toglierli il fiato.

I vecchi sentivano sempre il dovere di dispensare buoni consigli, per cui Sam annuì a tutte le indicazioni e prese servizio quella sera stessa, con l’accordo di ritornare l’indomani per un resoconto.

Dopo essersi assicurato che il capanno degli attrezzi fosse chiuso, (Jerome gli disse di farlo non appena avesse iniziato il turno) posò il grande mazzo di chiavi all’interno della guardiola e fece due passi fra le lapidi (il secondo punto nella lista dei compiti). Alcune tombe erano così antiche da avere i nomi quasi del tutto illeggibili. Per la maggior parte, si trattava di cripte di varie dimensioni secondo lo stile spagnolo ed erano costruite sopra il livello del terreno al contrario del normale costume. A New Orleans i morti si seppellivano sopra la terra e non sotto, per via di una falda acquifera molto alta. In questo modo si scongiurava che i cadaveri venissero rigurgitati dalla melma, in caso di un’esondazione. Sam provò un brivido a quel pensiero.

Mentre tornava sui suoi passi, notò un uomo che camminava verso una zona remota del cimitero, con uno strano involucro nella mano.

Lo seguì con lo sguardo finché’ non sparì alla vista.

Il suo orologio segnava le sette e venti. La chiusura era passata da dieci minuti per cui volle andargli incontro ed esortarlo ad andare via ma quando lo fece l’uomo riapparve, quasi correndo, verso l’uscita. Sam Bertrand rimase a guardarlo mentre apriva il cancello e spariva fra le vie della città.

La curiosità vinse sul più prezioso dei consigli del signor Etienne, per cui Sam si diresse a passo svelto nella direzione dove aveva visto andare lo strano visitatore. Con sguardo indagatore, passava in rassegna le innumerevoli tombe fino a che, nascosto ai piedi di una quercia secolare, individuò quel panno logoro che gli aveva visto in mano. Sollevò un lembo del cencio sporco e quello che vide lo lasciò interdetto. Una scatola di sigari e una bottiglia opaca con del liquido ambrato all’interno, probabilmente rum.

Aveva sentito di contrabbandieri che utilizzavano i cimiteri o altri luoghi lontani da occhi indiscreti per condurre i loro loschi affari, una cosa che non avrebbe tollerato finché sarebbe stato lui il responsabile.

Sam afferrò gli oggetti e li portò verso la guardiola, intento ad andare alla polizia il giorno successivo, dopodiché accese la piccola stufa all’interno del gabbiotto e si accomodò su una poltrona malandata con una copia del Times-Picayune di quel mattino che prese a leggere finché non scivolò in un sonno leggero.

La mattina seguente, prima di smontare dal turno fece un altro giro di perlustrazione. Quando raggiunse la grande quercia qualcosa lo turbò profondamente. Non ricordava alcuna tomba sotto quell’albero, ma la contrario, ora sorgeva un’alcova di marmo e alabastro.

Forse la causa era un suo errore di orientamento. Ci rimuginò su ma poi decise che ne avrebbe parlato con Jerome Etienne.

Si diresse prima al Cafè du Monde, dove ordinò dei bignè e un cafè-au-lait, e poi alla stazione di polizia, per consegnare il maltolto della sera prima e sporgere denuncia contro ignoti.

Quando ebbe svolto il suo dovere di onesto cittadino, si diresse a casa del vecchio guardiano, come da accordi presi il giorno prima. L’uomo lo accolse con una coperta sulle spalle e la postura ricurva.

“Non potete capire cosa mi è accaduto signor Etienne” esordì il giovane Bertrand, soddisfatto “volevano farmela, ma deve ancora nascere chi prende in scacco Sam Bertrand!”

Il ragazzo iniziò quindi a spiegare i fatti della sera prima, parlando della consegna del contrabbandiere e di come lui avesse poi prelevato il malloppo e consegnato alla polizia la mattina seguente. Ma più scendeva nei particolari, più la faccia del vecchio, già profondamente segnata dalla malattia, diveniva cupa.

“Va tutto bene, signore?”

“Mi sembrava di averti detto di pensare agli affari tuoi, o mi sbaglio?”

Il ragazzo sgranò gli occhi interdetto.

“Scommetto che stamattina hai notato qualcosa di diverso fra le tombe, giusto?” Lo incalzò Jerome.

L’espressione di disagio, dipinta sul volto di Sam, fu inequivocabile “In effetti, volevo dirvelo…”

“Non ce n’è bisogno.” Lo interruppe il vecchio, alzando gli occhi al cielo. “Ecco cosa faremo…”

Diede appuntamento al ragazzo quella sera al cimitero, affermando che sarebbe stato più semplice dare una spiegazione a quella situazione assurda.

Jerome si presentò alle sette in punto, sorretto da un bastone malconcio e maledicendo il cielo per essersi dovuto trascinare fino a lì nelle condizioni in cui era.

Insieme si diressero verso la nuova tomba sotto la quercia mentre la nebbia si faceva largo. Rispetto al giorno prima, Sam notò che recava anche una scritta:

Guy Rochelle

– 10 Novembre 1985

“Non c’è la data di nascita.” Osservò il ragazzo.

“Un po’ strano, non trovi?” Jerome lo guardò inarcando un sopracciglio. “Sai, in tutti questi anni ho capito che noi non siamo dei guardiani. O meglio, lo siamo, ma non di ciò di cui ti aspetteresti, bensì proteggiamo l’equilibrio.”

Sam aggrottò la fronte, confuso. Il vecchio esibì un sorriso amaro, “quello che pensavi essere un contrabbandiere era in realtà un luminare, fin da che ne ho memoria.”

Il vecchio annuiva con lo sguardo fisso sulla lapide “la gente cresciuta con lui, che è andata a scuola con lui, che ha vissuto nel suo periodo più roseo, è morta da tempo. Ma non è tutto, poiché anche molte persone nate anni dopo di lui, intendo molti anni dopo, venti o forse trenta, sono andati all’altro mondo. Io, ad esempio, sono nato quando lui doveva avere intorno agli ottant’anni. A un certo punto, il signor Rochelle ha smesso di…Invecchiare.”

“E come avrebbe fatto?” Chiese Sam.

“Chi è che conduce I defunti nell’aldilà?” Chiese allora il vecchio.

Sam aveva qualche conoscenza, seppur rozza, sulle credenze haitiane “Baron…Samedi” rispose timidamente.

A meno che…” Jerome sollevò il dito per dare risalto alle sue parole “decida di non farlo. E finché il Barone non scava la fossa, per così dire, la persona non può morire.”

“Perché non dovrebbe farlo?”

“Ci sono vari motivi. A lui piace corrompere il proprio compito per indugiare nelle questioni umane e l’ormai fu Guy Rochelle aveva trovato un espediente semplice ma efficace.”

“Sigari e rum.” Osservò Sam sottovoce

“Esattamente.” Replicò Jerome “I suoi vizi preferiti.”

Il vecchio mise una mano sulla spalla del ragazzo “Mi chiedo cosa gli dirai.”

“Cosa dirò a chi?” Domandò Sam guardandolo. Jerome sorrise e alle loro spalle udirono un rumore di legna calpestata. Si voltarono mentre dalla nebbia emergeva un’enorme figura in abiti scuri e logori. Due puntini rossi che brillavano all’interno di nere orbite li fissavano. Il volto scheletrico e un ghigno scarnificato da cui sporgeva un mozzicone di sigaro ardente, gli donavano una strana espressione di allegria perversa e un cilindro ammuffito, calato sul cranio, una signorilità corrotta.

Jerome fece un inchino al cospetto dello spirito mostruoso e poi, rivolto al ragazzo, disse: “Buona fortuna, Sam Bertrand.”

Ci sono tante strane storie che circolano su New Orleans, anche se ormai la città è un posto moderno e divertente: turisti, buon cibo, musica dal vivo, festeggiamenti.

Eppure, quando il sole cala e la nebbia offre un prezioso riparo, gli incubi e gli spiriti vagano nelle strade,

E sono ancora loro, i padroni indiscussi della notte.

Serie: I racconti della Rue Morgue


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Bravo Daniele, un racconto ben costruito. La lettura scorre veloce e senza incertezze né divagazioni, piacevole anche per chi non ama il genere.

  2. Mi è piaciuto molto come hai aperto e chiuso le danze di questo racconto, un po’ come faceva Lovecraft con alcune sue storie. In effetti, la parte iniziale mi ha ricordato l’incipit di “l’orrore di Dunwich”, che io reputo assolutamente vincente. Anche la sezione centrale è degna della storia che narri: con poche parole a disposizione sei riuscito a districarti in un piccolo mistero. Personalmente avrei lasciato indefinita la figura del mostro alla fine, lasciando che le ultime, affascinanti righe del testo facessero il lavoro al posto suo; ma si vede che il tuo intento era proprio palesare la creatura delle leggende, e funziona anche così! 😄

    1. ciao Gabriele, adoro l’Orrore di Dunwich e il modo in cui iniziava i racconti HPL e’ unico! Sono d’accordo anche io che, dove possibile, e’ sempre meglio alludere a qualcosa per lasciare liberta’ al lettore di immaginare, pero’ mi piace cosi’ tanto la figura del Barone che non ho resistito. Ho scoperto inoltre che Fancois Duvalier, aka Papa Doc, politico e governatore di Haiti tra gli anni ’50 e ’70, costrui’ la sua immagine pubblica proprio intorno alla figura del Baron Samedi. Sto gia’ pensando di scrivere qualcosa in merito 🙂

  3. Mi è piaciuto questo racconto così pulito, condotto fino alla fine da dialoghi veramente accattivanti. New Orleans è una città affascinante, sospesa fra realtà e leggenda. Ottimo palcoscenico per un racconto come il tuo che vibra della sua atmosfera. Molto bello.

    1. Ciao Cristiana! Grazie mille! E’ una città unica, suoni, cibo, atmosfera sono incredibili e le persone sono profondamente connesse con la palude e la città, non si trova più così spesso un ambiente del genere. Grazie!

  4. Ah, che bel racconto!
    Hai avuto la brillante idea di usare il personaggio di Baron Samedi per creare un racconto davvero molto avvincente ed evocativo.
    La descrizione iniziale di New Orleans conduce il lettore per mano dentro il racconto, come uno di quei documentari, che iniziano sempre con una breve introduzione.
    Credo che dovremmo usare di più nei nostri racconti dell’orrore le leggende caraibiche, perché sono intrise di tutti questi elementi suggestivi, che le rendono così dannatamente speciali!

    1. Ciao Giuseppe, grazie mille! Quando visitai New Orleans (Nola-per la gente del posto) rimasi affascinato dalla magia di quella città. La ricordo sempre con molto affetto. La densità di tradizione e folklore è un’ispirazione costante.