Le parole di un giorno
Sabato e domenica scorsi era piovuto senza sosta. Una pioggia leggera, monotona, insignificante per lei. Preferiva di gran lunga gli improvvisi e forti acquazzoni, quelli sì che erano divertenti. Era un’estate alquanto strana, nella quale si alternavano giornate calde e soleggiate ad altre con temperature improvvisamente più basse.
Il brutto tempo non invogliava a uscire, così rimase chiusa in casa per tutto il fine settimana. Tra faccende domestiche, un po’ di TV e computer, il tempo scorreva lentamente. Quando non sapeva cosa fare, si stendeva sul letto e cercava rifugio nel sonno. Non importava l’ora, la noia o la stanchezza potevano arrivare in qualsiasi momento: a metà mattina, nel pomeriggio dopo pranzo o prima di cena.
Domenica sera, verso le sei, sentì il bisogno di coricarsi un po’. Aveva appena pulito la stanza da letto e cambiato le lenzuola, che ora profumavano di lavanda. Chiuse gli occhi e rimase immobile, ascoltando il suo respiro. Pensò a come aveva trascorso le ultime ore, chiusa in casa, da sola. Per due giorni interi era rimasta in silenzio, senza pronunciare una parola, senza emettere alcun suono. Pensò ai giorni della settimana, più movimentati, quando usciva per fare la spesa o per una passeggiata. Anche in quei giorni, però, non le si presentava l’occasione di parlare molto. Ora, distesa sul letto, si chiedeva se fosse normale che una persona potesse passare un’intera giornata senza parlare, senza pronunciare nessuna parola.
Ebbe un’idea. Si alzò dal letto e raggiunse la piccola scrivania nel salotto dove teneva il computer e qualche libro che stava leggendo in quel momento. Nel cassetto c’erano alcuni quaderni. Si ricordò che uno era nuovo, mai usato. Un bel quaderno dalla copertina rigida di colore blu. Lo aprì e sul primo foglio scrisse a caratteri grandi:
Le Parole di un Giorno
Da domani, avrebbe scritto tutte le parole che avrebbe pronunciato durante la giornata. Le sembrò un’idea bizzarra e ci rise sopra.
“Un sacchetto?”
“Si, grazie.”
Mise nella busta gialla le poche cose che aveva comprato: tre mele, delle ciliegie, il pane, una tavoletta di cioccolato fondente e un pezzo di formaggio di capra.
“Sono nove e quarantacinque.”
“Bancomat.”
Appoggiò la carta sul lettore e attese la conferma della transizione approvata.
“Grazie e arrivederci” la salutò il cassiere porgendole lo scontrino.
“Grazie a lei. Buonasera.”
Uscì dal supermercato e si avviò verso casa che distava appena dieci minuti di cammino. Arrivata al suo palazzo, attraversò il cortile e si diresse verso l’interno A, il suo. Quel giorno non incrociò nessuno, come quasi sempre. Quando invece capitava di incontrare altri inquilini, non si andava oltre un misurato salve o buongiorno o buonasera. Il suo appartamento era al secondo piano e poteva permettersi ancora di salire le scale. Fare un po’ di moto non poteva che far bene pensò. Anche per le scale raramente incontrava qualcuno. Alcune volte le sembrava che in quel palazzo ci abitasse solo lei.
Entrata nel suo appartamento, si liberò subito delle scarpe e infilò le sue comode ciabatte. Ah, sospirò contenta mentre liberava ciascun dito dalla vicinanza dell’altro, dopo che erano stati appiccicati e stretti l’uno all’altro. I piccoli gesti quotidiani che danno sollievo sorrise. Appoggiò la busta della spesa sul tavolo della cucina e si tolse la giacca. Non sarebbe più uscita e a breve avrebbe preparato la cena. Ma prima doveva svolgere quell’esercizio che aveva deciso di iniziare.
Prese il quaderno con la copertina rigida di colore blu e lo aprì con cura.
Girò la prima pagina e si fermò alla seconda, vuota. Tra le tante penne che aveva ne scelse una molto elegante di colore rosso, anche quella forse mai usata, se ricordava bene. Con la mano destra la guidò lentamente sul foglio bianco. Una ad una presero forma prima le lettere, poi le parole.
Lunedì 1° luglio 2024
Si, grazie.
Bancomat.
Grazie a lei. Buonasera.
Erano queste le uniche parole che aveva pronunciato in tutta la giornata. Le guardò, le lesse più volte, non ricordò nemmeno se le avesse davvero pronunciate.
Poi si mise a parlare, da sola, a sé stessa, dopo tanto tempo, come un fiume in piena.
“Guido, amore mio, da quando te ne sei andato, la vita mi è dura qui giù. Le giornate trascorrono lente e tristi. Mi mancano le nostre conversazioni, le discussioni sui temi più disparati. Mi manca la tua voce, la tua erre così elegante ogni volta che mi chiamavi: Eleonora?! Stasera usciamo? Quanta gioia, quanta vita, quante parole che riempivano le nostre giornate! Ti ricordi quella volta a Parigi, il nostro ultimo viaggio insieme? A fine giornata, nella nostra stanza d’albergo che si discuteva di tutto quello che avevamo visto e vissuto? Sì, vivevamo di parole, di frasi ricercate, ma anche delle tue espressioni goffe e infantili, quando piaceva sorprendermi. Guido, mio adorato, non vedo l’ora di raggiungerti, ovunque tu sia.”
Eleonora chiuse il quaderno blu e si asciugò gli occhi. Si alzò per prepararsi la cena, qualche fetta di pane con del formaggio, una mela e un pezzetto di cioccolato fondente prima di andare a dormire, come amava fare fino a qualche mese fa insieme al suo Guido.
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ho trovato interessante questo testo soprattutto perché l’idea di fondo che lo percorre è il dualismo fra parola scritta e parola parlata, dove è quest’ultima ad avere in sé il carattere dell’autenticità e dell’espressione liberatoria del proprio sentire. Socrate sarebbe stato d’accordo con te. Bravo.
Grazie per aver apprezzato e il commento davvero interessante. Un caro saluto.
La solitudine è un disagio di cui molte persone soffrono e che spesso porta alla depressione. Ci vuole rispetto quando si approccia il problema e se ne parla. Tu lo hai avuto e hai avuto anche un tocco di delicatezza unico. Ho amato la tua protagonista e il suo sforzo mi commuove. Un racconto scritto molto bene, immagini viste attraverso gli occhi di lei. Bravissimo
Grazie per il commento molto incoraggiante. Sono anche contento che tu abbia trovato l’essenza del racconto, un tema delicato raccontato in punta di piedi.
Molto bello, mi ha incuriosito appena ho iniziato a leggerlo. Come qualcuno ha già detto detto avrei dato un po più di contesto sulla protagonista. Secondo me puoi introdurre meglio la parte in cui parla da sola. Leggendo fino al punto in cui scrive tutto scorreva fluido e poi si salta al punto in cui lei parla ad alta voce.
Grazie per essere passato e per aver apprezzato. Il consiglio è ben accetto. Grazie ancora.
Un racconto che ti fa toccare con mano la solitudine, resa ancor più dura dal fatto che è causata da un lutto. Mi è piaciuto molto, anche perché mi hai riportato alla mente un lunedi di oltre 20 anni fa, quando in tutta la giornata le mie uniche parole furono: “un pacchetto di Chesterfield; grazie, arrivederci.” Un episodio che mi fece prendere una decisione drastica e importante. Purtroppo per la tua protagonista alla mancanza di Guido non c’è invece rimedio.
Contento che ti sia piaciuto. Mi sembra di capire che le tue parole di un giorno di quel lontano lunedì furono un nuovo inizio positivo. Grazie ancora.
Un’idea molto originale, che ha partorito un racconto dalle due facce: inizialmente sembra trattare della giornata apatica della protagonista, ma poi si rivela essere un testo toccante e malinconico.
Concordo con @Scrittricepazza : forse, si sarebbe potuto accentuare qualcosa nella parte finale e in quella centrale, dando maggior peso al lato depressivo della donna.
Comunque, rimane un testo molto piacevole e coinvolgente.
Grazie per aver letto. E grazie delle tue osservazioni, come di tutti qui, che aiutano a confrontarsi e migliorarsi.
grazioso, molto curioso, scritto in modo chiaro. l’unica cosa che mi sento di dire è che l’ho trovata poco espressiva la protagonista. nel senso: all’inizio si voleva creare un certo mistero e va benissimo, ma io avrei evitato di scrivere due volte le stesse parole, piuttosto che ripetere avrei approfittato per puntare l’attenzione sulle sue sensazioni ed emozioni (tenendo conto che è depressa per il suo Guido, magari si sente stanca, non ha voglia di fare nulla, la gente magari vuole scambiare una parola ma lei non ha voglia, oppure i suoi amici la cercano ma lei non risponde o si inventa delle scuse) così con l’ultima fase, ovvero quella in cui scrive al quaderno di guido, sarebbe stato più forte. io avrei esagerato un pochino anche la scrittura dei suoi pensieri, perché quando ne parli a qualcuno sei contenuta ma nella scrittura di un diario puoi anche esasperare ciò che provi.
consigli miei eh, poi decidi tu.
Grazie per aver letto e aver apprezzato. Fa sempre piacere. Ti ringrazio anche per il tuo punto di vista.
La parte su Guido non la scrive sul quaderno ma è lei che parla, a se stessa. E’ un atto liberatorio, catartico.
Bellissimo, mi ha incantato, e poi commosso. Hai avuto un’idea a mio parere molto originale. Una solitudine raccontata attraverso la sottrazione, le parole mancanti, l’ assenza. Bravo!
Grazie per il gentile commento. Mi fa piacere che ti sia piaciuto, se anche commossa significa che il tema ha toccato corde emotive particolari. Grazie ancora!