
Le parole nel buio
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: Il solletico dell’assassino
- Episodio 1: La prima accoglienza
- Episodio 2: Ingresso in camera
- Episodio 3: Prima di cena
- Episodio 4: Inizio della cena
- Episodio 5: L’arrivo a Praga
- Episodio 6: Vita con Edo
- Episodio 7: Delle carte utili e inutili
STAGIONE 1
STAGIONE 2
«Puoi darmi una mano, per favore?» gli fece Gustav, assai turbato dalla situazione, come dalla presenza inattesa del poeta sull’uscio della sua camera da letto, mentre rimaneva immobile, con lo sguardo vuoto, senza un’espressione.
«Non mi hai sentito?»
Stain si fece avanti, varcando la soglia della camera da letto, con disagio.
«Il coltello. Non so dove devo metterlo» gli disse.
«Lascialo sul bordo del letto o dove ti pare» gli fece Gustav – «Intanto aiutami a tirarla su, per favore. Non so cosa gli è preso.»
«Arrivo da destra, in modo da equilibrare il peso» disse Stain, avvicinandosi alla donna assopita dal lato opposto a dove Gustav la spostava e la sorreggeva, tenendola per le braccia.
«Sarà svenuta?»
«Si è addormentata. Fai attenzione al coltello, per favore. Ti avevo detto di posarlo, ma non vicino a lei.»
«Non devi preoccuparti del coltello. L’ho lasciato sul pavimento.»
Una volta distesa sul letto, i due uomini restarono per qualche tempo a vegliare sulla dormiente. Poi, vedendola rasserenata, con un lieve sorriso sulle labbra socchiuse, si allontanarono, lasciandola da sola. Prima di uscire dalla camera, Gustav si apprestò a raccogliere dal pavimento il coltello da sub del suo amico. Lo fissò con indifferenza, poi glielo porse.
«Non potevi lasciarlo in cucina? Che bisogno c’era di portarlo con te?» ma Stain era frastornato, forse per lo sforzo profuso nello spostamento della donna in apparente stato di semi-incoscienza, e non gli rispose. Pensò nuovamente al titolo di una nuova poesia “La fanciulla stregata”, ispirata alla moglie del suo compagno, poi ritornò in sé, rivolgendosi sottovoce a Gustav, seguendolo nel tratto di corridoio che li avrebbe riportati in cucina.
«Vorrei distendermi per un paio d’ ore. Sono davvero distrutto. In albergo è impossibile dormire. C’è sempre un rumore terrificante in sottofondo. Mi entra nei timpani, dai timpani al petto e poi si estende in tutto il corpo, come una lucertola impazzita che cerca la strada per il mio cervello. È una maledizione, credimi.»
«Ne hai parlato col personale dell’albergo?» gli chiese Gustav.
«Mi hanno detto che potrebbe dipendere da un guasto del sistema dell’aria condizionata. Ho chiesto di parlare col direttore, il quale mi ha garantito che il tecnico arriverà venerdì prossimo, prima non gli sarà possibile. Non so nemmeno se venerdì sarò ancora lì.»
«Per questa ragione mi hai telefonato e sei venuto qui da me, nel cuore della notte? Per il rumore dell’albergo?»
«Non proprio.»
«Puoi spiegarti meglio?» gli disse Gustav.
«Più avanti. Ora sono stanco, non riesco.»
«Lo prendi un amaro?» gli disse Gustav, una volta seduti in cucina, ma l’altro gradiva del latte freddo e poi un letto caldo, dove recuperare le forze. Ogni sera doveva bere un bicchiere di latte freddo prima di addormentarsi. Era una sua vecchia abitudine, presa fin da bambino, a cui non riusciva a rinunciare, come gli precisò. Aveva scritto anche una poesia, dal titolo “Il latte nella notte”.
«Anche in albergo?» gli chiedeva Gustav, mentre era accanto al frigo.
«Certo. In qualsiasi luogo mi trovi le mie abitudini rimangono le stesse, invariate, da tantissimi anni. Ma il latte dell’albergo, purtroppo, non rientra tra i miei preferiti. È sempre un po’ acido, a volte cagliato, e mi rimane sullo stomaco. È un altro problema che si aggiunge al rumore notturno che mi assedia. Il latte freddo della notte.»
«Prova un po’ il nostro, allora, mi auguro che vada bene» gli disse Gustav, porgendogli un bicchiere e una bottiglia di latte, che recuperò prontamente dal frigorifero. Stain si versò con lentezza il latte. Alla prima sorsata i suoi occhi si spalancarono di gioia e di appagamento.
«È magnifico! Era da tempo che non provavo un latte così puro. Non ha rivali, credimi.»
«Lara sceglie sempre il meglio. È latte di capra. Lo stesso che prendevano le bambine.»
«Eccellente, davvero. Mai assaggiato di meglio.»
«A ogni modo» disse Gustav, stringendosi gli occhi con due dita «ora puoi dirmi perché sei qui? Siamo da soli. Nessuno può sentirci. Puoi parlare liberamente.»
«Per il rumore persistente della mia camera d’albergo. Te l’ho detto. Pensavo fosse chiaro!» gli fece Stain, ancora col respiro corto dell’ultima sorsata, e un tono alquanto risentito.
«A me sembrava che vi fosse dell’altro, invece. Me lo hai detto tu, a una mia domanda precisa.»
«Non mi credi, forse? Pensi che mi stia prendendo gioco di te? Quale altra ragione potrebbe esserci per presentarmi a casa tua, nel cuore della notte?»
«Mi era parso di capire che non fosse l’unica, ma se lo dici tu, lasciamo stare. Buon per te. Seguimi, che ti mostro la stanza, intanto. Nel tinello abbiamo un divano molto comodo. Vedrai che dormirai alla grande» gli disse Gustav, alzandosi di scatto, contrariato dall’atteggiamento oscuro del poeta, ma felice di liberarsene, almeno per quello scorcio di nottata.
«Le nostre parole sono al buio. Sempre, avvocato Gustav. E tu, come uomo di legge, dovresti saperlo. Sono al buio di noi stessi e dei nostri interlocutori, anche dei più attenti, come dei nostri nemici, anche dei più agguerriti. Le nostre intenzioni saranno sempre captate in modo del tutto diverso. È la maledizione della nostra lingua, di tutte le lingue. È appena accaduto tra noi due e mi succedeva puntualmente con i versi. Soltanto Margot riusciva a trovare la strada dentro il buio delle mie parole, e quindi anche io vi ritrovavo una sua prima luce e quindi un senso compiuto, che era completamente diverso da quello che avevo immaginato ancora prima di pensare e di sentire il verso, la sua pulsione, intendo, quando era solo buio e non ancora parola. Poi non mi è più accaduto, intendo dopo Margot. Ma è un discorso lungo, forse inutile, ormai.»
«È un discorso interessante e di sicuro non è inutile, ma dovremmo affrontarlo in un altro momento. Domattina devo svegliarmi presto e poi… non vorrei che Lara si svegliasse. Solitamente ha il sonno leggero. Ha avuto una serata difficile.»
«Lo immagino» gli disse il poeta, quasi tra sé – o al buio di sé – finendo il suo latte e seguendo il suo amico nel corridoio dalle ombre rosse, grondanti di mistero, di riflesso al lume ciondolante della cucina, che il poeta, alzandosi in piedi, aveva urtato con la fronte, proiettando il terrore della sua sagoma sulle pareti. Era un uomo molto alto. Era inevitabile che accadesse.
Entrarono nel tinello. Il divano rosso era accanto alle tende dello stesso colore: erano di un rosso intenso, cardinalizio. C’erano dei cuscini orientali, turchesi, arancioni e neri, sparsi su di un grande tappeto, due poltroncine di velluto, un televisore a cristalli liquidi, un tavolo da ping-pong e una piccola libreria di legno chiaro.
«Per stanotte puoi sistemarti qui. Ti prendo alcune coperte e un piumone. Per i cuscini utilizza quelli che vuoi. Ve ne sono a decine. Hai l’imbarazzo della scelta. È una camera silenziosissima, tra l’altro. Ti troverai bene.»
«Ti ringrazio tanto per la tua accoglienza. Vorrei sdebitarmi. Se riuscissimo a trovare un po’ di calma per poterci confrontare, come si faceva un tempo, insieme ad Ariele, semmai. Ne sarei felice.»
«Troveremo di sicuro il momento per confrontarci come una volta. Adesso cerchiamo di riposare. Ne abbiamo un gran bisogno entrambi. È molto tardi.»
«Buona notte, avvocato.»
Chiusa la porta, Gustav rimase per qualche istante sull’uscio, cercando di percepire gli ultimi fruscii del suo invasore. Dall’interno del tinello non sentiva più nulla. Entrò in camera da letto, controllando le condizioni della moglie, che dormiva profondamente, con un respiro leggero, una mano sotto la tempia, dimenticandosi di prendere le coperte e il piumone per il suo ospite, ma ricordandosi di chiudere la porta della camera a chiave. Una volta disteso, prima di addormentarsi, rivide il coltello da sub dal manico rosso conficcato nel cuore della piccola Margot, musa ispiratrice del poeta, distesa sulla panchina di un luna park, all’ombra di una grande ruota panoramica, avvertendo nelle tempie il rumore metallico che avrebbe lasciato sveglio il suo compagno fino all’esasperazione, nella sua camera d’albergo – o di supplizio. Poi, presa una mano di Lara nella sua, la sentì smuoversi dal suo torpore, quando dal buio riemerse la sua voce sottile.
«Che ore sono?»
«È tardi.»
«Il tuo amico?»
«Va tutto bene. Mi ha spiegato la ragione della sua venuta, ma adesso dormi, ne parliamo domani.»
«Qual era la sua ragione?»
«Un rumore persistente nella sua camera d’albergo che non lo faceva dormire. Gli ho detto che per stanotte poteva utilizzare il divano del tinello, poi domattina andrà via, naturalmente. È stata un’emergenza. Tu cerca di essere gentile con lui» ma Lara ormai si era riaddormentata. Forse pensava davvero che fosse tutto un sogno e che non vi fosse nulla di cui preoccuparsi. Gustav le avrebbe lasciato un messaggio sul comodino, per confermarle la presenza del poeta, in caso Lara avesse dimenticato le sue parole nel buio, ma mentre pensava a cosa scriverle il sonno lo catturò.
Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno
- Episodio 1: L’arrivo e le altezze
- Episodio 2: Il coltello e i ricordi
- Episodio 3: Nel cuore della notte
- Episodio 4: Ombre rosse
- Episodio 5: Le parole nel buio
- Episodio 6: Il temporale
- Episodio 7: La visione
- Episodio 8: La rivista di poesia ermetica
- Episodio 9: La finestra dell’albergo
- Episodio 10: Il solletico dell’assassino
“Una volta disteso, prima di addormentarsi, rivide il coltello da sub dal manico rosso conficcato nel cuore della piccola Margot”
Sono davvero tante, ancora una volta, le frasi su cui mi sono soffermata e che avrei voluto evidenziare. Poi, ho trovato questa, definitiva, e che mi ha messo un brivido lungo la schiena. Si aprono, nella mia testa, molte porte, possibilità, congetture. Come se il tuo racconto fosse un lungo corridoio con carta da parati rossa alle pareti, su cui si affacciano molte porte. Alcune serrate, altre socchiuse. Sono ancora convinta che ci voglia pazienza, anche se il sipario comincia piano piano ad aprirsi e la musica di sottofondo non è delle più rassicuranti. Bravissimo
Ciao, Cristiana. Siamo perfettamente allineati sulla natura centripeta delle pulsioni, che fungono un po’ da baricentro dei singoli andamenti psichici – è il caso di dirlo – di questa prima stagione, che sta per volgere al termine. La scena di cui mi parli è il cuore trafitto non solo dell’episodio ma del sentimento narrante. Non è qualcosa che riguarda ciò che accade, quindi le dinamiche dei personaggi, le loro ragioni, funzioni, interpretazioni della loro realtà dimensionali, ma è il magma segreto che precede la narrazione, quindi anche lo spazio vuoto del pensiero e delle intenzioni di drammatizzarlo, che ha il potere sovrano e soprattutto emotivo sul mistero e sugli sfondi crepuscolari dell'”Anatomia sepolcrale di un sogno”. In questo gesto terrificante, si sintetizza tutto il simbolismo, che si farà sempre più esasperante, che accompagna come un’ombra tutte le rivelazioni della storia, a tutti i livelli di interrogazione e sublimazione. È la stessa voce vittima del suo mistero, che potrebbe essere stato trascritto prima di essere detto, captato o vissuto. È questa la chiave dove condurranno i vari episodi e che tu hai colto perfettamente. È solo la voce che narra a conoscere cosa si nasconde dietro questi eventi, queste finestre e questi oggetti, lungo le ombre grondanti che si riflettono sul corridoio fino a deformarlo, alle stesse spalle di chi la voce la scrive e forse la sente in un costante dormiveglia. Anche se il pensiero di Margot trafitta parte da un personaggio, è sempre questa trama oscura a determinare la direzione, le condizioni e le pulsioni – ripenso proprio mentre ti scrivo a Derrida e ad alcuni squarci della sua filosofia (“La scrittura e la differenza”), dove a volte mi piace trasfigurare i gradi e i livelli dimensionali della storia nel suo itinere. Vedremo insieme cosa accadrà. Grazie delle belle parole e del tuo interesse prezioso alla serie.
Il personaggio di Stain diventa sempre più enigmatico.
Gustav sembra prendere tutto troppo alla leggera, confidando nelle buone intenzioni dell’amico.
In fondo il disegno delle azioni di Stain risulta sempre più contraddittorio e controverso. È partito con l’interessarsi a Lara, come primo elemento che lo espone verso un obiettivo. In parallelo si è concentrato sull’acquisto di un coltello, per delle ragioni poco chiare, senza riconoscere nel venditore un suo compagno di classe, ma dopo poco ricorda improvvisamente di Gustav e lo raggiunge a casa in piena notte, chiedendogli di pernottare. Non ha risposto ad Ariele quando nel negozio di coltelli gli ha chiesto di Margot, ma intanto ha confidato a Gustav, proprio in questo episodio, di come la stessa Margot sia stata l’unica persona a comprendere le sue parole e i suoi versi. Tutto sembra deteriorarsi per chi, come te e ogni lettore attento, osserva l’arcata degli eventi nel loro flusso progressivo, mentre le parti interne, come i due compagni di classe, hanno solo una visione parziale e ridotta delle situazioni, ciascuno di loro in relazione ai limiti della propria esperienza. Il punto di vista che sto utilizzando ha una visione molto aperta, che rende la possibilità di controllo dei personaggi amici del poeta sempre molto ridotta. Gustav non riesce ad afferrare i simboli velati negli accadimenti, ma è ossessionato dai presagi evocati da quella presenza. È ancora ottenebrato, poco attento, almeno fino a questa fase della narrazione – o sciarade. Grazie del tuo commento.
Il comtello nel petto di Margot è un immagine che mi ha colpita e vorrei davvero saperne di più. Non so perché, ma il personaggio di Lara ora mi sembra in pericolo, come se qualcosa le dovesse accadere…ma forse è solo una mia impressione. Sei molto bravo a mescolare le carte e tenere alto il mistero…
È una delle chiavi di un sottotesto su cui sto lavorando. La crudeltà, la colpa, il sogno, l’innocenza, sono tutti gli archetipi che sto cercando di equilibrare nelle varie fasi del progetto. Il fattore femminile incarna inevitabilmente una zona dolorosa di mistero. Quel passaggio della ragazzina scomparsa, immaginata uccisa con il coltello del poeta all’ombra di una ruota panoramica, è parte di questo gioco di specchi, di intarsi e di contrasti su cui si organizza e a volte si anestetizza il tessuto narrativo con i suoi vuoti d’aria e i suoi lampi di terrore. Grazie dei tuoi interventi e del tuo tempo.
“proiettando il terrore della sua sagoma sulle pareti. Era un uomo molto alto. Era inevitabile che accadesse.”
Molto bell9 questo passaggio
Ciao, Dea. È il mio preferito. Mi ricorda il cinema di Lang. Mi sa che tu percepisci in pieno i dettagli, le singole ombre, è il caso di dirlo, di quell’ambiente, e queste percezioni per me sono fondamentali, credimi. Ricche di informazioni preziose.