Le Tre Fiamme

Serie: Le Tre Fiamme


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un giovane principe, Nevem Hleow-Feder, si avventura da lontane terre per chiedere udienza al leggendario re Artù nella Rocca di Cadarn.

Avevo passato le ultime sei ore a cavallo. La strada per raggiungere la Rocca di Cadarn era impervia, e la breve sosta notturna non mi aveva riposato affatto. La luna calante si nascondeva dietro un fitto mantello di nuvole oscure, e la minaccia della pioggia si annunciava già dall’odore. Se avessi dovuto ripercorrere la strada all’incontrario quella stessa notte, avrei sicuramente incontrato un temporale ad attendermi. Ma questo sarebbe successo nella peggiore delle ipotesi, se Artù non solamente avesse rifiutato le mie richieste, ma se ne fosse visto addirittura offeso senza offrirmi ospitalità. Non era una possibilità al difuori della realtà, ma preferii spingerla nel retro della mente e vederla come una calamità verosimile quanto potesse essere un terremoto, oppure un rogo che inghiottisse la Rocca.

Strinsi le redini e costrinsi Boudicca a trottare, accorciando il passo verso i fuochi scintillanti che sfavillavano sulle mura più alte della fortezza. Ad accogliermi freddamente c’erano due giovani soldati, avvolti in mantelli scarlatti che si gonfiavano al vento della prossima tempesta. Mi sistemai l’elmo e mi accertai che i guanciali mi coprissero il viso il più possibile, mentre mi preparavo ad abbassare la voce di due toni.

«Sono il principe Nevem Hleow-Feder, giungo dal regno di Fanahid. Chiedo udienza con Artù.» Gonfiai il petto nel pronunciare quelle parole, tentando di dare un’aria di importanza al piccolo ed insignificante regno di mio padre. Probabilmente le guardie lo conoscevano solamente per sentito dire, ammesso che il poema di Maiwenna la Furia venisse ancora cantato nelle corti esterne ai nostri ristretti confini.

«È in corso un banchetto, principe» Mi rispose uno dei due, la sua voce non tradiva alcuna referenza. «Artù festeggia la vittoria nella valle di Luigg. Tutti coloro che dovrebbero essere alla sua tavola sono all’interno, non possiamo accogliere altri.»

Boudicca scalcio uno zoccolo sul terreno, ed io mi sforzai di apparire più determinata di quanto non fossi.

«Artù non sarà che lieto di ricevere un principe alla sua tavola, soldato. Lasciatemi entrare. Non vorreste offendere il re Cynebald.»

«Le tue e le richieste di tuo padre possono aspettare a domani, principe. Il portone rimane chiuso.»

Abbassai lo sguardo. Era un rifiuto che ne annunciava un altro, più profondo. All’indomani avrei riprovato, certamente, ma il mio spirito iniziava a risentire i colpi dei numerosi declini, e l’impresa, che già mi pareva disperata un mese prima alla mia partenza da Fanahid, ora appariva quasi impossibile.

Il Fanahid era un regno piccolo, lontano, e dimenticato, schiacciato ai confini delle Terre Perdute. Nella nostra modesta biblioteca c’erano tomi latini che raccontavano di come un tempo, sotto il nome di Nevirnum, il Fanahid estendesse i propri domini a tutta quella lama di terra che lambisce il mare ad ovest, fino al Mynnric. Ma ora giaceva in rovina, e le poche tradizioni rimaste minacciavano di scomparire sotto la pressione sassone dell’esercito di Aelle.

Mi preparai a voltare il cavallo senz’aggiungere altro, quando una voce sottile spezzò l’imbarazzante silenzio.

«Lasciatelo entrare.»

Una piccola donna, stretta in quello che sembrava un sacco nero tenuto fermo da una semplice cintura di pelle, apparve da dietro gli alberi adiacenti il portone. All’ombra fluttuante proiettata dai fuochi il suo viso era incavato, ed un occhio era più lucente dell’altro. Avvicinandosi a noi, notai che si trattava di una protesi d’oro.

«Ma signora, Artù ha detto…»

«Artù sarà onorato di donare riparo ad un principe di sangue reale, maledetti stupidi. Ora aprite il portone. Dobbiamo entrare.» Dicendo questo, sbatté con forza il bastone nero che teneva in una delle sue fragili mani. Doveva essere una druida, o una sorta di capo spirituale.

Non dovette aggiungere altro, ed i due giovani diedero segno di spalancare le enormi porte di frassino che riserbavano la Rocca.

Le feci un cenno con la testa in segno di ringraziamento, ma lei non mi badò. Proseguì a passo svelto verso il cortile in pietra, ed io, dopo aver consegnato Boudicca ad uno stalliere infreddolito, la seguii.

L’enorme palazzo si ergeva severo nel cielo scuro, e non potei fare a meno di notare di come le canzoni dei bardi avessero, per l’unica volta, reso giustizia alla realtà. Attorno alla fortezza si estendeva un cortile di modeste dimensioni, giusto lo spazio per una stalla e le casupole dei servi e dei soldati più fidati. La maggior parte del contingente stava all’esterno delle mura, ma se Artù avesse potuto, sicuramente avrebbe preferito tenere il maggior numero di soldati all’interno. Non per protezione, ma per rafforzare il legame tra loro e il proprio signore.

Non che ce ne fosse bisogno, in quel periodo. Dopo la vittoria nella valle di Luigg le guardie erano più che mai estasiate dal loro comandante. Fin dal Meruig avevo cominciato a sentire le lodi del cavaliere col mantello bianco. Avvicinandomi alla capitale della Dumnonia, quest’ultime si erano fatte solo più insistenti e creative.

La piccola donna davanti a me saliva le infinite impervie scale che portavano al portone principale agile come un cerbiatto, mentre io, appesantita dal viaggio e dall’armatura dipinta a piastre azzurrine che avevo indossato per l’occasione, arrancavo.

Finalmente il portone s’illumino sotto i nostri sguardi, e la donna mi aspettò all’entrata, fissandomi con il suo occhio d’oro che brillava inquietante sotto le lingue di fiamma.

«Non aspettarti un caldo benvenuto, ragazza.»

Trasalii a quelle parole. Aveva già intuito che mi fingessi un maschio, ma alla fine la recita non sarebbe potuta continuare ancora a lungo. Sperai intensamente che la druida non mi avesse condotto fino alle porte per farsi beffe di me davanti all’intero banchetto. Ci avrei pensato da sola a breve se le cose non fossero andate come mi era stato predetto dalla profetessa di Aoife.

Con la sua manina bianca spinse il portone, che si aprì con inaspettata facilità. I suoni del convivio si udivano già dall’esterno, ed essendo ormai notte inoltrata mi aspettavo che la maggioranza dei presenti fosse già confuso dai fumi dell’idromele e della carne.

Infatti, nell’enorme sala dei banchetti, la nostra entrata passò quasi inosservata. Qualche soldato si girò a commentare la nostra presenza, ma intuii si riferissero alla mia minuta compagna più che a me.

Prima che potessi accorgermene, era sparita dietro un drappello di soldati ubriachi, lasciandomi sola in un remoto angolo della sala. Mi strinsi nelle spalle e sospirai sotto il pesante elmo. Non si era dimostrata amichevole, ma mi sarebbe piaciuto pensare di aver avuto un’alleata in quella disperata situazione. Ma infine, era il mio compito e la mia missione, oltre che la mia responsabilità; da quando mio fratello Agan era perito sotto la spada di Aelle. Strinsi tra le mani la mia coccarda raffigurante le tre fiammelle, simbolo del mio regno, e mi feci forza.

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Discussioni

  1. Cara Anna, io adoro tantissimo gli aneddoti circa Medioevo, e storia in generale. Mi è piaciuto molto tutto il racconto in prima persona, anche perché rende più viva, almeno per me, la vicenda. Bel racconto!

    1. Ciao cara, grazie mille! Sono felice ti sia piaciuto 🙂 Io adoro il Medioevo, è infatti anche il mio campo di studi. È stato divertente re-immaginare la Britannia prima della colonizzazione sassone!!