Lei

Serie: L'idiota


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: "The plot thickens"

La stagione della Compagnia si inaugurò quella sera, promettendo mesi di spettacoli. Conclusa la première – così la battezzava, con fare pomposo, il direttore – Tom si beò alla vista del tendone ricoperto di letame. Mentre ripuliva la platea dai resti ignobili lasciati dal pubblico, il suo sguardo fu catturato da una figura di spalle: una fanciulla avvolta in un cappotto color beige pastello. I suoi capelli, lisci e impeccabili, brillavano come la criniera del purosangue arabo di suo padre. Era la prima volta che Tom adoperava quella parola: “impeccabile”. L’aveva udita pronunciare dal direttore in riferimento alle serate particolarmente proficue, quando le mance affluivano copiose. Solo allora, posando lo sguardo su di Lei, ne comprese il vero significato, come se un velo si fosse improvvisamente sollevato.

Dalla platea, Tom spiava la scena: un eccentrico gentiluomo in doppiopetto nero – il padre di Lei – contrattava con il direttore, il quale si rifiutava categoricamente di separarsi da quel nobile destriero. Un dono del capo di una potente tribù Shammar, ricordo di una tournée in terre d’Arabia. Il cavallo era talmente prezioso che gli fu concesso in dote persino lo scudiero, custode fedele sin dal primo nitrito.

“Non se ne parla! Ne va del mio onore e del buon nome della Compagnia in Oriente” tuonò il Direttore.

“Signor Direttore, le offro qualsiasi cifra” insistette l’interlocutore.

“Ed io le rispondo con qualsiasi no!”

Constatata l’inutilità della trattativa, Lei e il padre si allontanarono dal tendone, quest’ultimo con il volto impietrito dall’orgoglio ferito e dall’incredulità di chi, per la prima volta, si scontra con l’impossibilità di comprare tutto. Eppure, come un rituale ostinato, padre e figlia ricomparivano ogni sera dopo lo spettacolo. La danza della negoziazione si ripeteva, immutabile nella sua coreografia, sempre culminando nella stessa, prevedibile, sconfitta.

Tom da quel giorno non trascorreva un istante senza pensare a Lei. La sua immagine gli invadeva la mente, ossessionandolo; sentiva il corpo attraversato da energia, una forza prorompente che lo pervadeva ogniqualvolta si approssimasse l’ora dello spettacolo. Era certo che l’avrebbe rivista. La Vecchia Zingara Folle? Un ricordo sbiadito, ormai. Il letame da spalare? Un dettaglio insignificante. Tom, avvolto in una nube di incontenibile euforia, accoglieva ogni incombenza come un dono prezioso. Le umiliazioni di ieri erano diventate le gioie di oggi, in un rovesciamento di prospettiva che lo rendeva cieco alle bassezze dei suoi compiti.

La Compagnia, con l’acume di chi fiuta un’occasione, non tardò a cogliere la metamorfosi di Tom. Come formiche operose, tutti si affrettarono a scaricare su di lui ogni briciola di lavoro sgradito, ogni frammento di incombenza spiacevole. Persino il direttore-padre si avvide della nuova e inaspettata solerzia del figlio. Il direttore, scrutando i mutamenti di Tom, si abbandonò a una fantasticheria che sapeva di alchimia e speranza. Nella sua mente, il ragazzo stava compiendo una metamorfosi: da bruco ottuso a farfalla assennata. Ecco finalmente l’erede tanto agognato, la chiave per il futuro della Compagnia! E forse, si disse, era stata proprio quell’apparente ottusità a tenerlo lontano dal figlio, come un muro invisibile che ora, mattone dopo mattone, andava sgretolandosi.

La dinastia del circo, come un antico ordine, aveva le sue regole non scritte. I rampolli crescevano all’ombra del tendone, nutriti di distacco e apparente noncuranza. L’unica legge inviolabile: non allontanarsi troppo dalla Compagnia. Ma era una corda elastica, questa, che si allungava con gli anni, concedendo ai giovani cerchi sempre più ampi in cui volteggiare, senza mai spezzarsi. Il principio regolatore, implicito, era che a ogni età s’addice una classe di pericoli utili alla crescita, connaturati alla distanza dal tendone, il cuore del circo e luogo sicuro. Per Tom, il raggio della sua orbita si fermava a cinque chilometri dal fulcro del tendone, un confine invisibile che segnava il limite del suo universo in espansione. Questo intricato sistema era frutto della mente del Direttore, primo della stirpe a nutrirsi di parole stampate. (D’ora in poi, per necessità di chiarezza, ‘Direttore’ sarà il padre di Tom; ‘Gran Direttore’ il nonno; e gli avi diventeranno ‘i Direttori’, come un consesso di antiche divinità circensi). Il libro che aveva aperto questa breccia nel muro dell’analfabetismo familiare? La Cabbala Maori del fratellastro Mordecai. Un tomo misterioso, rilegato – si diceva – con la pelle della balena che inghiottì Giona, e intitolato semplicemente ‘La Cabbala’. Un dono, questo, lasciato come seme di saggezza dal rabbino che crebbe il giovane Maori. Mordecai, nel labirinto della sua identità in formazione, diede vita alla ‘versione Maori del rituale’. La sua pelle, un atlante di inchiostro e geometrie tribali, divenne la mappa per questa nuova Cabbala. Con mano febbrile, trasferì sulla carta i disegni che gli decoravano il corpo, unico elemento autenticamente Maori in quella bizzarra alchimia culturale. Così, i suoi tatuaggi fiorirono in pagine, un giardino di simboli che solo lui poteva decifrare. 

Nella dinastia dei Direttori, leggere e scrivere erano tabù, ultime barricate contro l’invasione del mondo esterno. La scrittura era vista come un cavallo di Troia, che permetteva al mondo di pensare al posto tuo. La lettura? Un canto di sirene che sussurrava di abbandonare il circo, rubandoti la voce e sostituendola con parole aliene. In questo universo capovolto, la scuola diventava una prigione di mattoni e inchiostro, mentre il carcere vero era solo l’anticamera della morte. Un gioco di specchi dove l’ignoranza era libertà e la conoscenza, catene. Il Gran Direttore, guardiano dell’ignoranza ancestrale, fremeva di rabbia alla vista del figlio chino sui libri. Come un domatore di leoni, cercava di domare quella pericolosa curiosità con ogni mezzo. Ma il divieto era benzina sul fuoco della ribellione. Tom, spinto dal demone della pubertà, si tuffava nelle pagine proibite con la foga di chi sfida il destino.

Nella “Cabbala Circense” tuttavia non erano previste le emozioni. L’eventualità il pupillo di turno potesse provare sentimenti era completamente disconosciuta; ancora meno che costui potesse essere un’idiota. Il direttore per questo aveva rinunciato ad ogni aspettativa sul figlio, rassegnandosi all’idea che la Sorte avesse decretato la fine della Compagnia e della sua dinastia. Tuttavia, l’insorgere del nuovo spirito di Tom lo aveva invaso di fiducia, vitalità e gioia. Lo iniziò a tenere d’occhio sempre più da vicino, convinto che finalmente fosse giunto il momento per iniziare la sua formazione. Non immaginava nemmeno che in realtà era solo innamorato o che stesse attivamente e scientemente cercando l’amore; men che meno poteva immaginare la genesi di questa disperata ricerca!

Tom, da parte sua, non era cosciente della trasformazione simultanea in innamorato e schiavo della Compagnia, o nemmeno della nuova considerazione del Direttore. Conduceva le sue giornate solamente aspettando lo show, lavorando come un forsennato. Ogni sera Lei e il padre doppiopetto tornavano e si ripeteva la scena della trattiva, sempre invano. Una volta Lei, frustrata, lasciò che la rabbia s’impadronisse di sé e urlò:

“Se non lo posso avere, non lo voglio più nemmeno vedere!”

In quell’istante Tom non registrò le parole che Lei aveva pronunciato. Il suono cristallino, puro della sua voce lo aveva folgorato. Gli mordeva lo stomaco, lo lasciava senza respiro a domandarsi sulla meraviglia della vita; Tom percepiva il tempo sospendersi, la realtà dilatarsi. Il suono di quella voce, divenne come acqua per il dissetato; si ritrovò costretto a tendere ogni parte di sé nel tentativo di cogliere il suono come una mela, e possederlo, custodirlo dentro di sé.

-Brutto guaio!-

Disse Mordecai il capo Maori facendo capolino all’orecchio di Tom, procurandogli un sussulto per la violenza con cui si sentì strappare dalla sua estasi uditiva.

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