
L’EMPORIO
«Certe volte non ricordo più come si cammina.»
Lo sussurra con un filo di voce, come si fa con i segreti o le superstizioni.
«Quella cosa di mettere un piede davanti all’altro» dice. «Stare su. Certe volte mi pare tanto un mistero.»
Di sbieco gli spio le gambe magre, penzoloni dalla sedia come i rami secchi di un albero. Penso ai vitelli appena nati, la fatica di tenersi su per la prima volta. O, nel suo caso, dell’ultima.
Sono le due del pomeriggio del terzo sabato di un agosto impossibile. Non piove da settimane, l’afa ci schiaccia a terra come mosche, eppure non c’è stato verso. L’ho trovato già, in fianco al letto rifatto, la settimana enigmistica in mano e il berretto calato sulla fronte.
«Chi ti ha aiutato con la sedia?»
«L’infermiera.»
Ha insistito per essere portato fuori, in giardino.
«Eh dai, pà…» ho storto il naso.
«Perfino i carcerati hanno diritto all’ora d’aria.»
«magari andiamo nella salet
«È piccola» mi ha stroncato. «E puzza di brodo.»
Ci sistemiamo nella zona in ombra, di fronte al laghetto. Saluta i dottori, li chiama per nome manco fossero amici suoi, e lui il padrone, a casa sua. E forse lo è. Tira palline di un toast raffermo alle anatre starnazzanti e succhia the freddo direttamente dalla cannuccia. Ha l’aria cocciuta e stralunata di certi turisti fuori luogo. Sfila la settimana enigmistica, mi chiede aiuto per il cruciverba ma dopo due frasi si stanca, lascia cadere la biro, prova a chinarsi per coglierla, non ci riesce, pianta tutto a metà. Alza la lattina di the verso un pubblico immaginario.
«Alla salute.» Ride.
A intervalli regolari poi, come i neonati si appisola. Il mento sul petto, il respiro corto. I polmoni rotti.
«Come va il negozio.»
Lo chiede sempre a un certo punto, verso metà pomeriggio, nell’ora della seconda pastiglia. Lo chiede come si recitano i mantra, senza inflessioni ne punti di domanda. Gli allungo lo smartphone. Punta i gomiti sui braccioli, si sporge dalla sedia come allo zoo.
«Stai facendo come ti ho detto?»
«Sì.»
«Fammi vedere.»
Scorre l’indice storto sopra lo schermo, non ce la fa, s’accanisce, ma usa le unghie e risolve ben poco. S’accanisce di più. Scosto la mano, gli mostro come si fa.
«Gli affari» ghigna, quando finalmente compaiono le prime foto. Di fronte alle immagini degli scaffali zeppi di scatoloni vuoti il volto grigio s’illumina come la notte di Natale.
«Gli affari.»
E davvero non mi riesce di capire come in questa storia ancora ci stia credendo davvero.
Lui lo chiamava l’emporio, era il suo regno. Un quadrato umido e grigio intonacato a calce dove vendeva di tutto, ai prezzi che più gli facevano comodo. Era capace di rifilarti pile scadute da un pezzo, fustini di detersivo aperti e svuotati per metà. Le biro bic e i block notes che vendeva sfusi erano gli stessi che usava per far i suoi conti. Aveva anche rimediato un vecchio banco, di quelli che usano i bidelli, sistemato contro il muro a mo’ di cassa.
Ogni giorno, al ritorno da scuola, lo trovavo così. La matita dietro l’orecchio, gli occhiali sopra la punta del naso e la Peroni in mano, infilato in una tuta blu da meccanico, e a chiedergli il perché di quell’abbigliamento strambo – « tu sei un commerciante pà, la tuta che ti serve a fare?» – non rispondeva.
Mi arruffava i capelli, indicava in un angolo gli scatoloni nuovi.
«Sei qui per aiutare, o cosa?»
Ci provavo, ma lo scotch mi si appiccicava alle mani. Perdevo tempo a giocare con le palline di polistirolo o gli animaletti gommosi esposti in vetrina. Chiedevo di continuo che giorno era, andavo a controllare, ma era soltanto una scusa per imparare di nuovo a memoria le foto del calendario appeso dietro il banco, le prime donne nude che mi fosse capitato di vedere nella mia giovane vita.
Gianni, bonario, per un poco mi lasciava fare. Poi, dal pescava la moneta da una vecchia scatola in latta, di quelle che ancora si usano per i biscotti al burro. L’aveva rimediata tra gli invenduti, la chiamava la cassa.
«Vatti a prendere un gelato.»
Era il suo modo per dirmi vai fuori dalle scatole.
«Ancora cinque minuti.»
Sospirava.
«Ancora cinque minuti.»
Quando il colpo, come lo chiama lui, lo ha preso, non c’è stato verso. Ha insistito perché il suo negozio rimanesse aperto, ancora in affari.
«L’emporio.»
Lo sibilava come un mantra, quando ancora l’anestesia lo bloccava per metà e i medici discutevano se darlo o no per spacciato.
«L’emporio.»
Li afferrava per il camice, se li portava col volto a tanto così.
«L’emporio.»
Si appendeva al gancio sopra il letto, si attorcigliava al filo della flebo, ricascava giù.
«Rimettetemi in piedi.»
E ancora. «Ce la posso fare.»
Dal paese insistevano per venirlo a trovare, sinceramente preoccupati per quel razza di commerciante imbroglione – come lo avevano sempre chiamato – ma buono. Davano pacche sulle spalle, portavano doni, dicevano cose come è stata una fortuna, poteva andare peggio.
«Rimettetemi in piedi.»
Ripetevano cose come poteva andare peggio, Gianni, dai, adesso non ci pensare.
«Ce la posso fare.»
Rispondevano cose come l’importante è la tua salute. Essere ancora qui.
«Rimettetemi in piedi. Ce la posso fare.»
«Lo stai passando l’antimuffa?»
«Si.»
«Sicuro?»
Indica nelle foto gli angoli scuri alle pareti. Annuisco. Anche se non è vero.
Lo vengo a trovare ogni settimana da quasi un anno ormai. Ogni settimana mi pone le stesse, identiche domande.
«E’ sempre stato umido, lo sai. Quando torno, non voglio trovare pieno di macchie.»
Lo abbiamo trasferito qui da un paio di mesi ormai, subito dopo l’ospedale. Siamo a cinquanta chilometri dal paese, riesco a venire soltanto il sabato pomeriggio, ma i servizi offerti – gli spazi, le cure necessarie – a detta di chi se ne intende, sono i migliori.
«Va passato l’antimuffa» insiste «prima di dare l’isolante. Capito bene?»
Annuisco.
«Bravo.»
Sfila una sigaretta dal taschino. Prova ad accenderla, ma un colpo di tosse lo scuote come fosse una grancassa, tanto da far pensare ci siamo, ecco, questa è la volta che se lo piglia. Invece si riassesta, e la sigaretta cade a terra accesa ancora per metà.
«Non dovresti.» Con la punta della scarpa schiaccio quel che resta del mozzicone. «E poi, dove le hai trovate?»
«Me le passano.»
Indica il finestrone del refettorio, un grumolo di teste canute, raggrinzite quanto lui.
«Andiamo va. Ti riporto in stanza.»
«Ancora cinque minuti.»
Sospiro.
«Ancora cinque minuti.»
«Oh, ecco la mia miss!»
Passa un’infermiera e lui si sporge dalla sedia, la chiama con un fischio. Lei sorride, si finge divertita, sta allo scherzo, ricambia. Ma dura un attimo. Si rifà cupo, sistema la vestaglia.
«Pure per pisciare» borbotta. «Che ti credi. La fatica.»
Rientriamo in stanza che già servono la cena. Lo aiuto a sistemarsi, infilo il tovagliolo nel collo del pigiama, scarto le posate. La minestra è bollente, mi assicuro non si scotti.
Quand’è l’ora, lo saluto con un bacio sulla fronte. Sta pelando una pera cotta. Qui la chiamano dessert, ma sa di scherno, e puzza più di un palliativo.
«Ci vediamo sabato prossimo.» Lo bacio in fronte, si scosta imbronciato come fanno i bambini. Lo lascio fare. «Ascolta i medici, pà. E basta sigarette.»
Prima di uscire sistemo la sedia nell’angolo vicino alla finestra.
«Mi raccomando la muffa!»
Lo urla con il boccone in gola e la voce impastata, quando sono già sulla porta, ma riesco comunque a sentirlo.
Nel mio letto di bambino, la sera, prima di dormire mi prendeva una paura insana dei mostri dentro l’armadio. Immaginavo volti orribili, senza forma ne nome e nulla, tra i mille scongiuri che m’ero escogitato per scacciarli, riusciva a calmarmi. L’unica cosa in grado di farli scomparire erano le braccia di mio padre, mosse come una danza nel gesto di scacciare dalla mia stanza quelle creature spaventose.
«Ecco.» Mi tranquillizzava. «Non ci sono più.»
Si chinava per baciarmi, mi scostavo imbarazzato.
«E guai a te se piangi. »
Mentre il sole tramonta e il caldo finalmente molla la presa e io guido come un pazzo senza curarmi dei limiti lungo un’ autostrada deserta, nella mente mi tornano quelle parole. Guai a te se piangi. Le ripeto ad alta voce, e penso che forse passarlo davvero, l’antimuffa. Cosa mi costa in fondo. Guai a te se piangi. E dopo l’isolante, che anche se è chiaro come il sole che Gianni nel suo emporio non tornerà mai più, è sempre stato un posto umido, meglio provvedere. Guai a te se piangi. Chissà cosa volevano, quei mostri dentro l’armadio. Guai a te se piangi. Accelero. Ha ragione papà. Con la muffa non si scherza. Guai a te se piangi. Sterzo verso la terza corsia senza nemmeno mettere la freccia, tanto non c’è nessuno. Stringo, come se fosse un’àncora il volante, alzo la radio al massimo e prendo a singhiozzare come un bambino.
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Racconto molto riuscito e tenero, nella sua profonda emotività, nel solco di una relazione con inversione e congestione di ruoli, fatta di sussurri, del fumo di una minestra o di un’ultima sigaretta nemmeno accesa. Ogni parola è dosata nel suo fumo invisibile, per favorire questo senso spettrale di accettazione e accudimento verso i registri comunicativi più incolmabili, al giusto margine dell’oblio e dell’amore, dove c’è ancora la luce fatua della vita, però, e di ciò che ha rappresentato per definirci e avvertirci fino a questo istante, oltre la sterzata liberatoria verso una terza corsia.
Esatto luigi, hai colto il cuore del racconto, le esatte sensazioni che intendevo far arrivare. Mi fanno molto piacere e sono per me davvero preziose queste tue letture!
Ne sono felice. Sei stata tu brava a trasmettere tutto questo anche attraverso le intercapedini, i respiri, gli spazi bianchi. È lì che comincia la scrittura.
Ciao Dea, un racconto tenero, commovente, tratteggiando attimi, gesti, parole ben misurate, come a pitturare un mondo pieno di amore e attenzioni. Sono caduto con gli occhi fissi sulle tue parole, tutte, sui tuoi personaggi, ripensando a situazioni identiche, meste e dolorose quante tenere. La muffa, così come la parte finale del racconto, ne danno il giusto tono e valore aggiunto. Hai trattato la tenerezza, in questo caso di un figlio, a parti invertite nella vita, con maestria che ormai mi sono abituato a trovare fra le tue righe. Ancora cinque minuti. Sì, ancora e sempre. Eccezionale come sempre.🤗
Grazie Nino, ti sono debitrice per queste tue bellissime parole. Hai colto aspetti fondamentali anche in questo racconto. La tua capacità di lettura è davvero notevole 😊
Credo che la splendida fine abbia perfezionato alcune fasi in cui mi chiedevo come mai il figlio era così freddo con il padre. Come mai, non mostrava un pò di calore in più per la situazione che stava passando. E allora me lo sono immaginato trattenuto, composto, incapace di esternare alcune emozioni. Finché si mette al volante, da solo. E lì si scompone. Chapeau
Esatto Loris, questo racconto è giocato tutto sul finale. Grazie per questa lettura attenta, sei molto bravo a cogliere i dettagli.
Con il tuo stile riesci a toccare con molta facilità temi complessi come la malattia, il rapporto genitori/figli e l’inesorabile declino fisico e mentale. Interessante la metafora della muffa.
Grazie di cuore Giuseppe. Hai colto degli aspetti che mi premeva venissero fuori. Mi fa davvero piacere.
C’è molto in questo racconto. Oltre le parole si sente tutta l’empatia di un figlio che osserva un padre: la nostalgia di ciò che è perso, il dolore di ricordare. Mi hai portato dentro il tuo racconto. Bello. Davvero.
Ciao Mattia, mi fa molto piacere questo tuo commento. Grazie di cuore per essere passato di qui.
Sarà che queste cose le ho provate, sarà che le proveranno, fra pochi anni le mie figliole… sarà che le proviamo quasi tutti… sarà che a vederle passare ci intristiscono, sarà che siamo umani. Per fortuna. Grazie Dea!
❤️
Rara capacità d’ introspezione psicologica, unita a un’attenzione per i dettagli che potrei definire maniacale, ma solo dopo aver privato il termine di ogni accezione negativa.
Se di una mania si può parlare questa è, in effetti, una mistica e sentimentale devozione ai moti dell’anima.
In entrambi i testi pubblicati, mi riferisco anche ad “Alba”, c’è un mondo intero racchiuso nello spiraglio di una coppia. Questo a dimostrazione di come il talento puro sappia, sfruttando pochissime risorse, far fiorire un deserto e questo perché le radici portano l’acqua da una sorgente sotterranea, invisibile ma sempre presente.
I testi entrambi incentrati sul dialogo tra due coppie, due storie che sfuggono alla follia dell’ipocrisia moderna, all’inutile rumore, rappresentandone l’antitesi se non, perfino, l’antidoto. In questo, la vena di tristezza è abilmente contrastata, come ha già fatto acutamente notare qualcuno prima di me, da un attaccamento alla vita cosi tremendamente realistico.
Il tutto tessuto da una rara, lo dico senza esagerare, abilità di scrittura. Una capacità del genere non si improvvisa dall’oggi al domani, qui c’è un lavoro di affinamento notevole. Non si tratta solo delle parole giuste al posto giusto, del registro appropriato, della punteggiatura: ma il ritmo… un ritmo magistrale.
Colpisce (forse solo me) che la voce del protagonista sia maschile.
Qui scorgo, e solo il tempo ci darà il suo responso, un’indole narrativa scevra da autoreferenzialità.
Complimenti per queste prove davvero convincenti.
Caro Roberto, il tuo commento mi lusinga e mi lascia quasi senza parole. I tratti di cui parli – l’attenzione maniacale ai dettagli, il ritmo, il racchiudere un mondo in poche righe – sono esattamente quelli che cerco di trasmettere, e mi fa piacere sapere che ti siano arrivati. In particolare, la voce narrante maschile…hai colto un punto per me fondamentale. Non saprei dire se per indole, o per scelta, o tutte e due, ma l’autobiografismo e l’autoreferenzialità non fanno parte del mio scrivere, motivo per il quale prediligo scrivere al maschile. Mi sta capitando però, proprio in questi giorni, una voce narrante al femminile, e ti confesso di star trovando qualche difficoltà, proprio per questo motivo. Spero di riuscire a pubblicarla al più presto, e se vorrai, sarà prezioso per me avere un tuo parere.
Nel frattempo, ti ringrazio di cuore per essere passato di qui.
due figure ben definite e nitide. Le battute di dialogo sono assolutamente credibili e sostanziose. Un lavoro di ottima qualità e, soprattutto, serio nelle intenzioni e nella realizzazione. Molto brava.
Grazie di cuore Francesca. Mi fa davvero piacere tu sia passata di qua.
Bello, asciutto e con pochi fronzoli però trasmette quello che voleva, la trasformazione del rapporto padre figlio in cui i ruoli finiscono per intersecarsi e capovolgersi. Emoziona e descrive bene quello che succede a più persone di quante pensiamo. Lo sfogo finale mi ha emozionato e in qualche modo mi sono rivisto.
Grazie di cuore Eugenio, con il tuo commento hai colto esattamente quello che volevo trasmettere. Mi fa davvero piacere che tu sia passato di qua.
un racconto ottimo, limpido e privo di orpelli. L’ossessione- e la passione- per la vita da cui il vecchio non vuole staccarsi occupa il baricentro emotivo e tiene in equilibrio il testo ritornando davvero come un mantra nei momenti chiave. Il dialogo affidato a brevi frasi e talvolta a poche parole caratterizza i personaggi senza appesantirli. E lo scioglimento finale del dolore in lacrime è giusto, umano e vero.
Ciao Aristide, grazie per queste bellissime parole. spero di esserne all’altezza anche in futuro!
Un racconto bellissimo e commovente in cui hai saputo mettere su carta con grande passione tutte le difficoltà del più difficile fra i rapporti. La pazienza dell’amore, credo si possa definire così. La lungimiranza e il perdono che magari arrivano solamente quando è tardi e allora ci pentiamo di tutto quello che ci siamo persi. Il finale mi ha commossa molto perché è come se tu avessi voluto regalare una possibilità a quelli come me che invece la ‘questione’ non l’hanno ancora risolta. Grazie
Grazie infinite Cristiana. Ci tenevo molto arrivassero certi aspetti, e tu li hai colti in pieno.
Mi auguro che, come questo racconto, anche la vita ti regali la possibilità di avere il finale che meriti.
Cara Dea, ho aspettato tanto un tuo nuovo racconto, e ogni parola che hai scritto e valsa tutto il tempo in cui sono rimasto in attesa. Mi sono rigirate nella pancia mille creature vive, ognuna litigava con le altre per essere quella in grado di farsi sentire di più. Mi rimane impresso il momento di narrativa meravigliosa in cui, ora, è il figlio a concedere al padre ancora 5 minuti. Indescrivibilmente bello.
Grazie Roberto, di cuore. Mi fa piacere che questo racconto ti sia piaciuto. I tuoi commenti sono la spinta per continuare.
Ps. Perdona l’attesa ma temo dovrai abituarti…sono lenta e perfezionista 😅
“Prima di uscire sistemo la sedia nell’angolo vicino alla finestra.”
Questo passaggio mi è piaciuto
“una frase efficace, che sembra messa lì a caso, ma che non lo è. E’ un intermezzo. Crea quella pausa di riflessione necessaria al lettore. Brava
Che bello che lo hai notato…🙃
“Punta i gomiti sui braccioli, si sporge dalla sedia come allo zoo.”
…Questo passaggio mi è piaciuto
” Lo chiede come si recitano i mantra, senza inflessioni ne punti di domanda.”
👏
…e a me è piaciuto tanto questo tuo racconto. Presentato benissimo, accurato e curato. Ci ho trovato cose che mi sono appartenute nella vita, ci ho trovato particolari che dicono molto, sia a livello evocativo che di scrittura. Li evidenzio sotto. Piaciuto molto. Bella ed efficace la chiusura.
Che piacere Bettina. Grazie per essere passata di qua.