Lenta dispersione  

Serie: Uomini


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Mi alzo ogni mattina con l’impressione di avere già consumato la parte migliore della giornata nel sonno cattivo della notte. Apro gli occhi e non sento sollievo; sento un dovere. Il soffitto mi osserva dall’alto con la sua innocenza di calce, mentre io porto addosso una stanchezza antica, un sedimento che durante le ore buie si posa sul corpo e all’alba stringe le membra, appesantisce le palpebre, ottunde il petto. Resterei lì, disteso, a lasciarmi attraversare dal primo chiarore, se la vita non esigesse la mia presenza, quel tributo quotidiano di decoro e partecipazione che tutti sembrano versare senza difficoltà.

Non ho mai compreso con precisione la natura di questo mio stato. Talvolta lo chiamo fiacchezza, talvolta difetto della volontà, talvolta semplice usura dell’animo. So soltanto che ogni gesto, appena desto, appare ingigantito rispetto alle forze che possiedo. Lavarmi, vestirmi, mettere ordine tra i fogli sulla scrivania, rispondere a una lettera, telefonare, portare a termine una pratica: tutto richiede una deliberazione preventiva. Gli altri si alzano e vanno incontro alla giornata. Io devo persuadermi. Convoco dentro di me un piccolo tribunale domestico, espongo le ragioni dell’utilità, ascolto le obiezioni della stanchezza e alla fine emetto una sentenza che eseguo senza entusiasmo.

Lavoro, certo. Non posso negarlo. Produco l’indispensabile. Mantengo in vita la mia reputazione con una disciplina minima, sufficiente a non destare sospetti. Ho imparato l’arte dell’adempimento ridotto: il compito eseguito al limite della sufficienza, il termine rispettato per un soffio, il risultato che non entusiasma ma non scandalizza. In questa mediocrità amministrata con cura vi è persino una certa perizia. Nessuno può accusarmi di abbandono; nessuno potrebbe lodarmi per zelo. Vivo in una zona neutrale, dove il dovere è assolto senza fervore e la coscienza trova una scusa per non incrudelire contro il suo proprietario.

 Vedo il mio talento disperso in rivoli, la mia intelligenza impiegata nell’invenzione di rinvii, di scuse, di piccoli stratagemmi destinati a rimandare l’urto con l’opera vera. Procrastinare è parola severa che descrive in modo burocratico un fenomeno più intimo: io differisco me stesso. Non rinvio soltanto il lavoro; rinvio la mia figura migliore, quella che talvolta intravedo in un lampo durante un mattino limpido o nel breve orgoglio che segue un’azione compiuta per intero. La rinvio a domani, a lunedì, al mese prossimo, all’autunno, al principio dell’anno venturo. Gli anni così si dispongono dietro di me in file ordinate, ciascuno carico della promessa che il successivo avrebbe mantenuto.

Ho cercato un rifugio immediato, docile, disponibile in ogni ora. Il corpo offre una via breve alla sospensione del peso. L’autoerotismo, dapprima episodico, è divenuto una liturgia rapida, una medicina di pronto impiego, un diversivo che dura pochi minuti e lascia dietro di sé un silenzio viscoso. In quel gesto non cerco gioia; cerco tregua. Per un istante il cervello interrompe la macinazione dei pensieri opachi. La tregua arriva, si posa sul sistema nervoso e poi svanisce. Dopo resta lo stesso uomo di prima, forse un poco più vuoto, forse soltanto più solo.

La notte non mi concede riparazione. Mi addormento con fatica oppure precipito in un sonno greve che si spezza più volte. Ogni risveglio notturno possiede una sua qualità. Talvolta è un richiamo fisiologico banale; talvolta è la coscienza che riemerge e mi costringe a riprendere il filo dei pensieri lasciati in sospeso. Resto allora disteso nel buio e ascolto la casa respirare attorno a me: il legno che si assesta, un tubo che vibra piano, il passaggio lontano di un’automobile sulla strada deserta, il ticchettio dell’orologio. In quelle ore il fallimento assume una forma nitida. Non il fallimento clamoroso che suscita scandalo, bensì quello domestico, silenzioso, consumato senza testimoni.

Di tutto questo io sono consapevole. Ecco la parte più amara del mio stato. Non posso nemmeno fregiarmi dell’innocenza ottusa che assolve tanti infelici. Mi osservo, mi classifico, mi analizzo con diligenza. Riconosco i miei meccanismi, le compensazioni, le parole con cui mi inganno, gli alibi con cui abbellisco la mia inerzia. Ho imparato persino a nominarli con il lessico della psicologia, a collocarli dentro schemi rispettabili, a ricondurli a ferite remote o bisogni frustrati. Ma la nomenclatura non sposta il macigno. Gli mette soltanto un’etichetta.

Ho fatto anche ciò che oggi si considera segno di maturità: mi sono affidato alla psicoterapia. All’inizio vi andavo con una speranza prudente. Sedermi, parlare, collegare il presente al passato mi sembrava già un progresso. Durante alcune sedute provavo una leggerezza reale, l’impressione che il disegno della mia vita, per anni frantumato, avesse deciso di ricomporsi almeno sulla carta. Uscivo persuaso di avere finalmente toccato il nocciolo della questione. Poi tornavo a casa, posavo le chiavi sul tavolo, vedevo la sedia con i vestiti del giorno prima, le carte sparse, le incombenze sospese, e il mio sistema interiore riprendeva con docilità la vecchia forma.

Non accuso nessuno. Nemmeno me stesso. Ho cessato di processarmi in maniera solenne. Mi considero un uomo inceppato. Non spezzato, poiché continuo a funzionare. Non perduto, poiché conosco la via. Inceppato. Un congegno che riceve l’impulso e non lo trasforma in movimento sufficiente. Un motore acceso al minimo.

Talvolta mi domando se non vi sia, in fondo a tutto, una segreta preferenza per questa pena. Finché indugio, la vita autentica resta in potenza, intatta, non ancora sottoposta alla prova dei fatti. Il giorno in cui agissi con pienezza dovrei accettare il responso della realtà. Potrei scoprirmi mediocre davvero, non in sogno ma in atto. Forse custodisco la mia irresolutezza quale ultimo privilegio.

E tuttavia questo pensiero non consola. Vorrei soltanto dormire una notte intera, alzarmi senza sentire il peso della giornata sulle caviglie, lavorare con continuità, desiderare una donna reale, guardare il tramonto senza pensare al giorno successivo. Vorrei abitare il presente senza l’istinto di sfuggirgli.

Invece mi raccolgo ogni giorno dai margini di me stesso e mi presento al mondo con la cura che si dedica agli oggetti fragili. Nessuno indovinerebbe il lavoro oscuro necessario a tenermi in piedi. Questa è forse la mia ultima abilità: sembrare vivo con applicazione scrupolosa mentre dentro amministro, con pazienza da contabile, la mia lenta dispersione.

Continua...

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