Lettera ad un amore perduto (parte 2)

Comunque quel giorno faceva freddo, molto freddo. Tu indossavi un maglione blu con lo scollo a v e io un cappotto di pelliccia preso in prestito da mia madre e che odiavo con tutta me stessa, ma avevo troppo freddo per non indossarlo.

I tuoi occhi mi scrutavano, sospettosi e indagatori, al di là delle sopracciglia cespugliose e ben pettinate.

Mi era parso che fossi quasi irritato. Mi hai porto la mano così rigida e fredda da sembrare quasi finta.

Le tue spalle erano sollevate, toccavano quasi le orecchie e le tue labbra erano arricciate.

Io ero troppo timida per dire una sola parola che valesse la pena di essere pronunciata e me ne stavo lì, inebetita, stregata dal tuo fascino e impaurita dal tuo atteggiamento.

La nostra istruttrice di pattinaggio, quando ci vide in quello stato, pensava che non avremmo mai realizzato nulla insieme, ma entrambi, quel giorno sapevamo che si sbagliava.

Un solo sguardo è bastato per far capire ad entrambi che stavamo guardando il nostro avvenire e un solo istante è bastato a me stessa per capire che saresti stata una figura importante della mia vita, la più importante che abbia mai avuto.

Non ho mai saputo cosa pensassi di me il giorno in cui ci incontrammo per la prima volta, ma mi piace immaginare che per te fosse la stessa cosa.

Quella scena, quel momento è dipinto a colori vividi nella mia memoria e, gelosamente, lo serbo dentro di me, lo tengo stretto, e vi faccio visita ogni volta che posso. Inestimabile tesoro e fonte di grande conforto.

Dopo quel giorno i nostri caratteri presero forma e si rivelarono a noi. Ci accettammo reciprocamente e incondizionatamente, compresi i nostri innumerevoli difetti.

Matylda la nostra istruttrice era soddisfatta e semplicemente stupita che ci fossimo subito trovati.

Sinuosi, scorrevamo l’uno nelle braccia dell’altro solcando con le lame affilate la lastra di ghiaccio.

Le tue mani forti e solide mi portavano ad altezze sorprendenti e il mio corpo si plasmava al plasmarsi delle emozioni. Disegnavamo l’aria, eravamo energia che si librava e materia che prendeva forma l’una nelle mani dell’altro. Eravamo un corpo solo, un’anima sola, una sola mente.

Il mondo era nostro. Tutto era nostro. Non mi mancava niente perché c’eri tu lì con me.

I nostri respiri, il battito dei nostri cuori scorreva all’unisono nello scorrere dei movimenti e delle sequenze.

Mi piace pensare che quel fatidico giorno, quando i nostri sguardi si incrociarono per la prima volta, eravamo coscienti che eravamo destinati a diventare grandi insieme.

Con il passare del tempo anche la nostra insegnate lo capì e ne gioì più di noi, oso dire.

L’intesa crebbe sempre di più e la nostra complicità fu la sola ragione che ci portò a diventare i migliori.

Instancabilmente lavoravamo anno dopo anno.

Vincemmo. Perdemmo. Piangemmo. Gioimmo. Col tempo diventammo invincibili.

Ricordo le nostre ultime Olimpiadi invernali in Francia a Chamonix-Mont-Blanc del 1924.

Nella scatola di stoffa con raffigurate due rose bianche, che un tempo mi regalasti per il mio compleanno, conservo tutte le foto che furono scattate il giorno della nostra vittoria.

Una foto in particolare mi richiama alla mente l’ultimo giorno in cui eravamo ancora noi stessi.

È il nostro abbraccio dopo la premiazione.

La sera precedente la nostra ultima gara avevamo giurato a noi stessi, davanti il caminetto della Hall dell’albergo in cui risiedevamo, che saremmo per sempre rimasti così: giovani, spensierati, determinati, appassionati, indissolubilmente legati nell’affetto.

Non fummo in grado di rendere onore alla nostra promessa. Forse abbiamo dato per scontato troppe cose. Abbiamo dato per scontato che avremmo sempre vissuto insieme e che avremmo sempre potuto contare l’uno su l’altro, ma non siamo stati in grado di curare il nostro legame. E il filo, che ci aveva unito per tutti quegli anni, era finito con il recidersi. Sanguinammo entrambi. Fu il dolore più atroce che provai nella mia vita e, ancora adesso, al solo ricordo, mi sento ancora quella giovane stupida ragazza che piange per amore, senza neanche rendersene conto.

Penso sempre a quel giorno e non posso fare a meno di domandarmi tutti i giorni: e se quel giorno non avessimo vinto? Avremmo continuato ad essere noi stessi?

La verità è che non ne ho la minima idea. Mi sono interrogata molte volte su questa domanda, ma, vanamente, sono riuscita a trovare una risposta.

Tutto quello che so è che il successo di quell’Olimpiade ci spronò a perfezionarci sempre di più, le ore di allenamento cominciarono a diventare sempre maggiori e il nostro fisico e la nostra mente in breve tempo cominciarono a lacerarsi e così anche il nostro rapporto. Tesi e insoddisfatti, accigliati ed offesi, sfogavamo le nostre insoddisfazioni gli uni contro gli altri.

Poi tutto crollò e noi fummo travolti dalla rovina.

Forse la colpa è stata soltanto nostra. Abbiamo gestito malamente le nostre insicurezze, la pressione alla quale eravamo sottoposti. Le infondate, crescenti insoddisfazioni. Tutto si ridusse in vanagloria.

Il successo che tanto ci eravamo prodigati ad ottenere è stato la nostra più grande rovina e tagliente, più di una lama, ha tracciato e reciso tutto ciò che per noi era importante. E noi siamo stati talmente incapaci da lasciarcelo portare via.

La malattia mentale di tuo fratello ti rese sempre più distante, anche se lo eravamo già, per molti versi.

Tu scappasti il più lontano possibile da me in Ungheria e ed io da te.

Continuasti a curare tuo fratello e solo, dopo aver perso i tuoi genitori, sei rimasto accanto a Bohdan finché non ebbe esalato l’ultimo respiro. La tua vecchia vita ormai non ti apparteneva più. Hai lasciato che le acque impervie degli eventi ti trascinassero nella profondità della tristezza umana e sei rimasto in balia di te stesso. Triste e annichilito dal dolore.

(la terza ed ultima parte in arrivo venerdì) 

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