
Lettera ad un amore perduto (parte1)
Bratislava, 5 agosto 1985
Ho cercato ineffabilmente di esprimere a parole ciò che nel corso degli anni ho provato per te.
Sono stati innumerevoli i tentativi e vane le speranze di poter arrivare a cogliere le trame più profonde dei miei sentimenti a lungo celati ai tuoi occhi e che adesso mi perseguitano, nel manto della vergogna e della solitudine, provati dalla mia incapacità di leggerli e sedimentati a tal punto da non poterli più ignorare.
Querula mi accingo a scrivere queste poche righe per poterti raggiungere nello spirito e nella mente più di quanto abbia mai fatto in passato.
Ho trascorso la maggior parte di questi anni a pensare a te e agli anni che abbiamo trascorso insieme.
Sono stati gli anni più importanti della mia vita e, adesso più che mai, posso dirlo, dato che la mia età e le mie rughe mi permettono di poter osare a tal punto.
I miei ricordi, tutti i miei pensieri sono inevitabilmente intrecciati con te. In ogni pensiero, in ogni riflessione, se pur sciocca, ci sei anche tu, presente in ogni dove, con il tuo splendido sorriso, il tuo sorprendente altruismo e le tue sagaci battute. E tutto questo mi rivela il nostro legame. Conosco tutto di te, so tutto di te, riesco a leggerti nel profondo della tua anima senza l’uso di parole. Riesco a percepire i tuoi pensieri, le tue paure più recondite solamente leggendo il tuo volto solcato da espressioni solo a me familiari.
Sei sempre stato un libro aperto per me e continuerai ad esserlo nell’eternità.
Eravamo troppo presi da noi stessi. Io con il mio carattere mutevole come il vento e tu, faro irremovibile, che miravi all’orizzonte e sognavi ad occhi aperti di realizzare i tuoi progetti.
Eravamo troppo giovani e troppo stupidi per accorgerci che il nostro legame poteva bastarci, che saremmo stati all’altezza l’uno dell’altra e che ci saremmo amati veramente e profondamente, più di tante altre coppie che stupidamente si illudevano semplicemente di provare amore.
Eravamo troppo avidi, avidi della vita e avidi di poter avere qualcosa di più che noi due soli.
Eravamo aridi come foglie secche al sole e inconsapevolmente soli nelle nostre false aspettative.
Non ci eravamo accorti che in quel momento stavamo delineando quello che sarebbe stato il nostro avvenire, che, tuttavia, non ci avrebbe compreso insieme.
Imperterriti e senza provare alcun tipo di rimpianto abbiamo solcato nelle piaghe profonde della vita il nostro futuro, incoscienti di ciò che stavamo facendo e senza possibilità di ripensamento.
Ricordo ancora il profumo delle tue camicie appena stirate, ricordo il modo buffo con cui le piegavi per porgerle al di sopra dei gomiti e che ti lamentavi perché ti bloccavano la circolazione.
Ricordo i tuoi occhi, il colore dei tuoi capelli lucenti al sole, ricordo tutto, ogni cosa e ne provo una grande nostalgia. Solo adesso capisco quanto tu fossi importante e quanto profondamente e teneramente ti amassi.
La mia mente delinea perfettamente, come un’artista consumata, la brezza e i riflessi adamantini del cielo di quel fatidico venerdì pomeriggio, il giorno in cui ci incontrammo per la prima volta.
Avvenne nell’inverno del 1918, poco dopo la proclamazione dell’indipendenza della Cecoslovacchia.
La mia famiglia era sempre appartenuta da generazioni alla Slovacchia e, prima di conoscerti, non avevo mai compreso quanto fosse pericoloso, in una Nazione come la nostra, appartenere alle numerose minoranze etniche che permeavano l’intero territorio. La tua sola sfortuna era di appartenere, per discendenza, ad una famiglia Ungherese.
La tua famiglia venne incessantemente perseguitata, a causa della pulizia etnica e, nell’arco di pochi mesi fu espulsa, costretta a migrare in Ungheria a Presburgo, l’antica capitale. Un luogo con il quale non avevano mai stabilito una vera identità, poiché in loro sentivano di appartenere alla Slovacchia, giacché per generazioni e generazioni così era avvenuto nella loro famiglia.
Solo grazie al grande talento che possedevi ti hanno concesso di rimanere in Cecoslovacchia.
Il tuo unico pregio era di avere un valore che potevano sfruttare.
Terrorizzato e mortificato, solo e inerme, combattevi la fame e la solitudine. Mi fu difficile decifrare il tuo carattere, quando ti conobbi, ma in seguito, una volta ascoltata la tua storia, compresi perfettamente lo stato d’animo che aleggiava su di te quel giorno.
Quello che volevo che sapessi è che anche io soffrii molto in quel periodo.
La mia famiglia non riuscì mai del tutto ad accettare la nuova Repubblica e visse nell’infelicità nei successivi quarant’anni. La nostra religione, i nostri usi e costumi, la cultura, come ben sai, erano molto diversi da quelli dei ciechi. L’integrazione fu avvertita dalla mia famiglia come la perdita di una identità che fino a quel momento avevano vissuto e avvertito come propria. Furono costretti a cambiare completamente la loro vita e a stravolgerla. La nostra società cambiò radicalmente, non lasciando più spazio all’identità nazionale.
Mia madre nei mesi successivi cadde in una profonda depressione e non si riprese mai del tutto.
Mia sorella, di appena quattro anni, non conobbe affatto la mamma di un tempo, la mamma che mi crebbe per i primi diciotto anni della mia vita. Tutt’ora ho ancora un vaghissimo ricordo di come era, prima del suo mutamento; sento le sue morbide mani accarezzarmi il viso prima di addormentarmi e così, credo, la ricorderò per sempre.
Non ti raccontai nulla di tutto questo perché sapevo che la tua situazione era di gran lunga peggiore della mia e non volevo che pensassi che io ritenessi la tua condizione alla pari della mia.
Inoltre, all’epoca, molti Slovacchi aderirono e adottarono la visione alquanto preoccupante della pulizia etnica e ritenevano gli Ungheresi inferiori a loro.
Non volevo che tu pensassi questo di me, dopo quello che ti avevano fatto.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Premetto che non sono tipo da sentimenti amorosi, per questo forse non riesco a legarmi alla prima parte del racconto, a quella mancanza così pesante da farti vacillare. Tuttavia mi è piaciuto quello che ho letto, ho trovato intimità e sincerità, la medesima che si trova ascoltando un amico in una serata estiva, che racconta quello che mai ha rivelato al mondo. Complimenti per il tuo lavoro.