L’evocazione

La pioggia cadeva fitta sulla periferia. 

Luca tirò su il cappuccio della giacca e controllò di nuovo l’indirizzo sul telefono. 

La casa davanti a lui sembrava abbandonata: legno scuro, imposte socchiuse che scricchiolavano al vento. Eppure, dalle fessure delle assi filtrava una luce tremolante, come quella di tante candele accese.

Aveva conosciuto Aisha tre settimane prima, in un bar del centro. Lei lo aveva conquistato subito, col suo accento francese, l’occhiata magnetica e la pelle d’ebano. Quando lui le aveva chiesto cosa facesse nella vita, lei aveva sorriso.

«Studio le tradizioni spirituali della mia terra.»

Poi, qualche giorno dopo, gli aveva scritto un messaggio: 

Se vuoi vedere qualcosa di autentico, vieni sabato sera. Ma devi promettere di non interrompere.

Luca bussò.

La porta si aprì quasi subito. Aisha era vestita di bianco, con un foulard rosso annodato tra i capelli neri. 

L’odore dell’incenso uscì dalla casa come un respiro.

«Coucou! Sei venuto,» disse lei sorridendo. Poi lo fece entrare senza dire altro.

L’interno della casa era quasi spoglio. Le pareti ricoperte di vegetazione erano decorate con simboli magici e altri oggetti: teschi, piume, e una biscia di stoffa. Sul pavimento fatiscente c’era un grosso pentacolo tracciato con della polvere bianca.

Alcune persone di colore stavano sedute attorno alla stella a cinque punte.

Se prima era confuso, adesso Luca era nervoso. 

«Scusa ma chi è questa gente? Io volevo incontrarti da sola, semmai.»

Ma Aisha gli fece cenno di tacere, indicandogli una sedia vicino al muro diroccato.

«Assieds-toi. Siedi. E non fare niente per nessun motivo. Rien.» 

Poi, guardando il cellulare che Luca stringeva in mano come la coperta di Linus aggiunse: 

«Non riprendere niente. Guarda e basta.»

Quindi si unì agli altri.

Una donna anziana anch’essa di colore, dagli occhi lattiginosi, sollevò lentamente la testa.

«Cominciamo,» disse con una voce maschile.

Uno degli uomini prese un tamburo conga.

Il primo colpo fece vibrare l’aria.

Poi un secondo.

Poi un ritmo lento e costante come un battito cardiaco riempì la stanza.

La donna iniziò a salmodiare in una lingua che Luca non capiva. 

Gli altri risposero con un coro basso e ripetitivo.

Il ritmo accelerò.

Il canto divenne più intenso.

Le candele tremolavano, e le ombre sulle pareti sembravano muoversi in modo indipendente dalle persone che le proiettavano.

Luca avvertì la paura come un groppo durissimo che gli scendeva nel ventre; un po’ la stessa sensazione di quando dette diritto commerciale all’università, ma parecchio più intensa.

La vecchia prese un pugno di erbe medicinali e le gettò nella ciotola d’acqua. Poi intinse le lunghe dita avvizzite e tracciò dei simboli sul biscione di stoffa.

Il tamburo ora suonava con la foga di due lepri che fottono. Quasi ringhiando.

Aisha si alzò e iniziò a danzare nel pentacolo. Non era una danza nel senso normale. Era più simile a una serie di movimenti ritmati. Il vestito bianco le aderiva al giovane corpo sudato. Luca si sorprese a fantasticare su quel corpo creolo avvinghiato al suo, nell’estasi dell’amplesso.

Gli occhi della ragazza adesso erano bianchi.

La temperatura si alzò, e il canto diventò più forte.

A un certo punto la vecchia gridò una parola oscura. 

«Bissù!»

All’improvviso tutti si fermarono.

Il silenzio cadde come una coperta pesante.

La vecchia annuì lentamente.

«È arrivato.»

«Chi?» sussurrò Luca involontariamente.

Nessuno gli rispose.

Un bagliore accecante saturò la stanza. 

Una figura apparve lentamente nella stella, aggiustandosi la giacca doppiopetto blu con naturalezza.

«Buonasera a tutti ma soprattutto a tutte,» disse l’apparizione con un sorriso smagliante guardando con approvazione Aisha in trance, lì vicina. «Scusate il ritardo.»

Tutti nella stanza rimasero immobili.

«Aspettate…» balbettò Luca. «Ma lei è…»

«Esatto,» rispose la figura, guardandosi allo specchio di un vecchio armadio. «Sono Silvio Berlusconi. E mi consenta: questo è un rito vudù o una riunione elettorale?»

Luca, pietrificato, lasciò cadere il cellulare.

Il fantasma di Silvio Berlusconi sbatté due volte gli occhi, e Luca si ritrovò in mano un cellulare nuovo di pacca. Poi, guardandosi attorno, fece una smorfia di disappunto:

«, ma chì gh’è bisogn d’un architet brav! Ostia, in che brutta lochesciòn mi avete evocato?»

Ora il tamburo pulsava piano, come serpenti a sonagli che si muovono furtivi nell’erba.

La vecchia si rivolse all’apparizione. «Cavaliere, ci perdoni. Non volevamo disturbarla dal suo riposo. Ma abbiamo ancora bisogno di lei.»

Lampeggiando in modo intermittente, lo spirito in doppiopetto fece un inchino galante.

La vecchia indicando Luca aggiunse: «Questo ragazzo vorrebbe esprimerle un desiderio.»

Preso assolutamente in contropiede, Luca deglutì.

«No ma io…non so se è il caso…»

Aisha lo trapassò con gli occhi vitrei e fece un secco cenno di assenso.

Allora la vecchia prese il biscione di stoffa e lo sollevò in aria.

«Uomo bianco,» disse «hai la possibilità di chiedere al Cavaliere qualsiasi cosa. Ma bada bene: hai solo una scelta. Avanti, con coraggio, fai la tua richiesta!»

Poi mise la bambola davanti alla fiamma di una candela, proiettando l’ombra gigante del biscione sul muro.

Luca, in una pozza di sudore, passò velocemente in rassegna tutti i desideri che aveva. Pensò alla sua squadra in serie A, a un lavoro a tempo indeterminato, a una potenza sessuale inesauribile.

Per un momento si sentì particolarmente piccolo e meschino. 

Poi, all’improvviso, fu aggredito da un inatteso furore umanitario. Chiuse gli occhi, prese un grosso respiro e urlò:

«VOGLIO LA PACE NEL MONDOOO!»

Lo spirito di Berlusconi scoppiò in una sonora risata. Poi disse: «Ho capito, ghe pensi mi. Le do un lavoro a tempo indeterminato in Comune, va bèn? Se lo faccia bastare. Adesso mi consenta ma ho un appuntamento con Marx, quello mica ha ancora capito…»

Detto questo salutò i presenti e scomparve in una vampata luminescente con zampilli rossoneri.

Il suono del tamburo si silenziò.

Aisha tremò e cadde in ginocchio sul pentacolo bruciacchiato. Un attimo dopo respirò profondamente, come se emergesse dall’acqua.

I suoi occhi tornarono normali.

La vecchia spense una candela, e mise via il biscione tentennando il capo.

Le persone si alzarono lentamente, parlando tra loro con toni di disappunto. «Aisha ma dove l’hai raccattato ‘sto scappato de casa?» più altre parole in francese che è meglio non trascrivere.

Aisha si avvicinò a Luca.

«La pace nel mondo? Vraiment? Ma che domande fai?»

«Ma io…» balbettò Luca inerme.

Lei sorrise dandogli una pacca sulle spalle.

«Bien, almeno adesso hai un lavoro così la smetti di dire stronzate. Anzi, dato che lavori in Comune devi darci una mano con i permessi di soggiorno. Almeno questo…»

Luca annuì con un sorriso ebete.

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Discussioni

  1. Questo mi ha fatto ridere forte, e il merito è tutto nell’invenzione centrale: evocare Berlusconi in un rito vudù è un’idea assurda e geniale allo stesso tempo. Il momento in cui appare, si aggiusta la giacca doppiopetto e chiede se è un rito o una riunione elettorale vale da solo il racconto.

  2. Forse la pace nel mondo no, la lasciamo a miss Italia, nel caso, ma un buon posto nel pubblico sistema molte cose. (Pero’ se Silvio sa che il suo miracolo è servito a far dare permessi di soggiorno, mi sa che il posto fisso glielo revoca….)

    1. Affare fatto: la pace nel mondo la lasciamo a Miss Italia e, ahinoi, al prossimo Nobel di Trump.
      (Quanto ai miracoli di Silvio non dimentichiamo Ruby Rubacuori, avoja a permessi di soggiorno…).