
Lex est Lex
Il magistrato Fabio Montaleni si era fatto un nome nelle aule dei tribunali per la predisposizione a invocare il principio della rieducazione dei criminali e la loro riabilitazione sociale. Il suo mantra era semplice: “il male non si combatte con altro male e la giustizia deve rimanere giusta, non vendicativa.”
Secondo le sue ferme convinzioni morali, chiunque compisse un crimine meritava una seconda possibilità, indipendentemente dalla gravità dell’atto.
Le sue sentenze citavano spesso studi sociologici sulla marginalità e sul disagio sociale. Era un assiduo sostenitore dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, partecipava a convegni sulla giustizia riparativa e scriveva articoli contro la “deriva forcaiola” della società contemporanea.
Quando il contrapposto gruppo social “Nessuno tocchi Abele” gli richiedeva udienza per presentare le testimonianze delle vittime di reati, Montaleni trovava sempre una scusa per rimandare, al fine di non polemizzare o dare pretesto a scontri verbali.
Nel corso della sua brillante e premiata carriera, il giudice aveva assolto rapinatori, ridotto le pene a violentatori e ridato libertà a individui con alle spalle crimini efferati. Mostrava una particolare opposizione nei confronti di chi si difende con le armi. “L’eccesso di legittima difesa è un crimine tanto grave quanto l’aggressione stessa,” sosteneva in aula con tono fermo e convinto.
Tra le sue sentenze più controverse, vi era quella contro un padre che, durante una rapina in casa, aveva ucciso uno dei malviventi per proteggere la propria famiglia. Montaleni lo aveva condannato a nove anni di reclusione per eccesso di legittima difesa.
Un altro caso fu quello del gioielliere Vanni, che aveva sparato a due rapinatori mentre fuggivano dal suo negozio. Uno era morto, l’altro era rimasto paralizzato. Montaleni sostenne testualmente che “la proprietà non vale quanto una vita umana” e aveva tolto al gioielliere la possibilità di reinserirsi nella società per ben dodici anni.
Montaleni restava indifferente a ogni critica: credeva fermamente nella “sua” giustizia.
Era fine inverno, la sua vita scorreva come sempre tranquilla nel suo appartamento del quartiere più esclusivo della città, con la moglie Laura, professoressa universitaria, e la figlia ventenne Sofia, studentessa di medicina.
Era una serata come tante altre; il magistrato, a cena con la famiglia, ascoltava religiosamente il telegiornale.
Un rumore improvviso e secco interruppe quella quiete. Era il suono di vetro infranto. Qualcosa non andava.
Si alzò per capire cosa poteva essersi rotto nella stanza accanto: possibile fosse stato preso di mira da qualche balordo? Montaleni non aveva mai installato nessun antifurto perché si era sempre sentito sicuro di non doverne mai fare uso. Per prima cosa, reputava imprevidenti chi subiva furti in casa propria e spesso, in cuor suo, pensava che molte vittime di effrazioni facessero sfoggio dei loro beni e che quindi, in un certo senso, attraessero persone meno fortunate a compiere reati a loro danno.
E lui quindi non amava sbandierare le proprie ricchezze; tutt’altro: in Tribunale lo vedevano arrivare con una vecchia Fiat 126 e i suoi vestiti non recavano mai firme di alcun stilista in voga.
Non fece tempo ad aprire la porta della stanza che due uomini incappucciati irruppero, facendolo cadere a terra stordito, incapace di difendere se stesso e le donne.
I rapinatori furono brutali, violenti. Legarono lui, sua moglie e sua figlia, rendendoli completamente inermi.
“Guarda un po’ chi abbiamo qui… il giudice buonista,” ghignò con la pistola uno di loro. “Ho scontato tre anni per una rapina in villa. Il giudice prima di te mi aveva dato quindici anni, tu in appello li hai ridotti. Ti ricordi di me?” E rivolto al complice: “Grazie a professionisti della legge come lui, noi possiamo agire come ci pare; un modo lo trovano sempre per comprendere le nostre azioni” e scoppiò in una risata ironica.
Mentre Montaleni era impotente a terra, i due criminali devastarono la casa, presero gioielli e denaro e non si fermarono lì: Laura e Sofia furono violentate sotto i suoi occhi.
I due uomini ridevano delle sue suppliche, godendo della sua disperazione. Lo picchiarono, lo torturarono psicologicamente, e alla fine se ne andarono lasciando residui di cibo rubato dal frigorifero.
Montaleni si sentì spezzato. Non era solo il dolore fisico per le ferite subite, ma per una incommensurabile devastazione emotiva. La sua casa, il millantato rifugio sicuro, erano stati violati in modo crudele e senza senso.
La sua famiglia, quella che pensava di proteggere col suo lavoro, col suo stipendio, con i suoi studi, era stata distrutta davanti ai suoi occhi in pochi attimi, e lui non aveva potuto fare nulla per impedirlo: non c’era sentenza, non esisteva alcun precetto filosofico e morale che avesse potuto impedire quello scempio.
Per settimane, Montaleni non uscì di casa. La moglie Laura tentò il suicidio due settimane dopo, Sofia cadde in una profonda depressione. Lui si prese un congedo per “motivi di salute”: non riusciva a tornare in tribunale, non riusciva a guardare la moglie negli occhi e la figlia chiusa in un silenzio impenetrabile.
Ogni notte veniva tormentato da incubi in cui i sensi di colpa gli consumavano poco alla volta le precedenti certezze.
Cominciò a ripensare a tutte le sentenze che aveva emesso negli anni, a tutte quelle volte in cui aveva assolto criminali simili a quelli che avevano distrutto la sua vita. E, per la prima volta nella sua carriera, sentì una rabbia profonda e inarrestabile. Una rabbia che lo spingeva verso un’unica, chiara decisione.
Dopo mesi di depressione e stress post-traumatico, Montaleni iniziò a cercare gli aggressori. La polizia, nonostante le indagini, non era riuscita a identificare i responsabili. Ma Montaleni era un uomo intelligente, con accesso a molte risorse. Utilizzò contatti, informazioni e persino mezzi totalmente illegali per trovare una traccia di quei malviventi.
Dopo settimane di ricerche incessanti, scoprì che uno dei due ricercati era effettivamente un suo vecchio imputato, Sergio Santeni. Da questo losco individuo, risalì al complice: Marco Lubbri entrambi con precedenti per rapina e violenza sessuale.
Erano quelli che avevano distrutto la sua vita, e ora lui sapeva dove trovarli.
Con la lucida freddezza di chi non ha più nulla da perdere, Montaleni capì che non si trattava più di giustizia, non era più il magistrato equilibrato che valutava con calma e razionalità, adesso era un uomo guidato dal desiderio di far provare agli aggressori la stessa paura e dolore che avevano inflitto alla sua famiglia.
Li trovò uno alla volta, con l’accuratezza operativa di un Mossad: Santeni fu il primo, scovato in un bar della periferia. Lo seguì fino a casa e lo aspettò nel garage. Due colpi di pistola alla testa, con silenziatore avvitato nella canna: nessun testimone.
Lubbri fu il secondo, una settimana dopo. Era in un campo rom. Lo attirò fuori con una scusa e lo eliminò in un terreno abbandonato, fuori dalla portata di eventuali testimoni, con 98 coltellate inferte con ferocia. Ogni colpo, ogni pugnalata diventava un atto di liberazione, una risposta a tutte le notti insonni e agli incubi che lo avevano perseguitato.
Dopo lunghe indagini, durate più di un anno, dagli esiti del DNA si risalì inaspettatamente al codice genetico del magistrato. Dapprima si pensò a una messa in scena per incastrare il giudice-difensore dei delinquenti ma poi, durante una trasmissione televisiva in cui si discuteva animatamente sui presunti sospetti su Montaleni, giunse una telefonata in diretta in cui il giudice ammetteva i propri crimini.
Con l’opinione pubblica ancora incredula ma straordinariamente eccitata, Montaleni si consegnò alla polizia. Era calmo, quasi sereno. Non provava rimorso per ciò che aveva fatto. “Era legittima difesa”, disse durante l’interrogatorio. “Ho fatto ciò che lo Stato non ha saputo fare: proteggere la mia famiglia.”
Il caso di Fabio Montaleni entrò nelle case di tutti i cittadini. L’ex magistrato che per anni aveva difeso i diritti dei criminali ora era lui stesso un assassino. Le opinioni pubbliche si divisero: c’era chi lo vedeva come una vittima che aveva semplicemente reagito al terribile torto subito, e chi lo considerava un pericoloso ipocrita.
Ma il destino di Montaleni fu deciso in tribunale, proprio dove lui stesso aveva trascorso la maggior parte della sua vita. Il magistrato incaricato del caso era un suo ex allievo, uno di quelli che avevano seguito con dedizione e profondo rispetto le sue lezioni sulla giustizia e la riabilitazione.
Con beffarda precisione, il giudice applicò le stesse leggi e interpretazioni che Montaleni aveva insegnato durante la sua carriera: l’eccesso di legittima difesa, affermò, era inaccettabile, indipendentemente dalle circostanze.
Il verdetto, convalidato nei tre gradi di giudizio, fu l’ergastolo per Fabio Montaleni, l’uomo che aveva combattuto per tutta la vita con addosso la divisa del garantista e che ora si ritrovava schiacciato dalle stesse leggi che aveva interpretato con indulgenza verso i criminali.
Oggi, Antonio Montaleni scrive dal carcere. Ha pubblicato un libro di memorie intitolato “La Giustizia e il Dolore”.
Nell’introduzione, scrive: “Ho dedicato la mia vita a interpretare la legge con umanità. Ho scoperto che l’umanità ha due facce: quella della compassione e quella della ferocia. Ho conosciuto entrambe, e non so più quale sia la verità.
Ho cercato la pace. Non l’ho trovata né nella comprensione, né nella vendetta.”
La sua visione della giustizia, una volta così chiara e solida, è oggi ormai un ricordo sbiadito.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un racconto ottimamente scritto ed estremamente interessante nel suo ‘srotolare’ con perizia un tema difficile e trattarlo sotto ogni aspetto. Come se tu avessi preso un bicchiere pulito e te lo fossi rigirato più volte fra le mani, osservandolo attentamente. La cosa che colpisce è la tua capacità di analisi senza scadere nel giudizio. Al termine della lettura non si sa nulla di quale sia il pensiero dell’autore e, forse, non si sa più nemmeno quale sia il nostro. Complimenti.
Un racconto originale, nel quale, purtroppo, si può rivedere la triste realtà che molte persone sono costrette ad affrontare.