
Licantropia
… sai quei momenti che nessuno si cura di ciò che sei quando sei giacca camicia stirata eau de parfum quando sei cravatta calzini nuovi scarpe lucide sei barba rasata rasoio di occam che non si trova l’aftershave in bellavista le improvvise furie di corsa i contorni delle ore non rispondono alle sollecitazioni della ragione le ossessioni ti braccano in un angolo cupo dove pullula la ferita crepa purulenta pulsa alle tempie la festa impazza le luci i cocktail le trame la disco fai di tutto per sparire provi a nascondere il volto nelle mani ella ieratica incurante sale le scale sale ascende da est accresce il suo influsso stordisce le tue difese da opporre alle sue nudità ne approfitta un risucchio un sussurro di maga non puoi nulla allora provi a scappare ti strappi vestiti fuggi via il fiato s’accorcia nei polmoni le costole contraggono spine in fitte l’ossigeno fatica a trovare la trachea un fluido viscoso corrobora sospinge le gambe un miscuglio nel sangue delle arterie miele avvelenato nelle fibre dei muscoli acquavite il corpo trasuda stille di plasma sidro nero il tuo scheletro si contorce gli arti si accrescono esplodendo la bestia gioisce travalica le sue umane dimensioni dalla mandibola promana quell’assurdo muso che digrigna saliva tra i canini dalle dita dei piedi dalle falangi delle mani unghia fuoriescono come lame di coltelli a scatti ormai un vibrato lontano i bassi delle casse e fuggi schivando i rami le frasche rimbalzano come fruste ti trafiggono gli aculei godono le spine del tuo sangue brucia come all’inferno vorresti pozze di acqua gelata cascate di oceani ti concentri sul freddo rumore dei passi mentre invisibili presenze sorvolano le orecchie pipistrelli sbandati a caccia di insetti e umori captati nell’aria lo sai che non c’è scampo lo sai e frughi e arranchi mentre ispidi peli orrendi si impossessano di ogni centimetro della tua pelle che diventa cruda forestiera avverti il vento a scaglie quando la via si fa erta una voragine si spalanca perdi l’aderenza rischi di andare giù cadi ti aggrappi ai cordami degli alberi per risalire e raggiungere il colmo del vuoto dove le pulsioni conducono alla metamorfosi maledetto cuore grumo sanguigno altro non è che un muscolo cavo un intrico pulsante di canali forse solo più grande da frodare meglio un ammasso di fegato putrido in pasto ai cani alla fine ti inginocchi in silenzio il fango sembra una mescolanza primordiale inizi a scavare con le mani adesso orride zampe mentre il fogliame si sfalda la terra nera si fa arida sottile penetra nelle unghie fino a farle sanguinare non riesci a controllarti continui a infilare a sterrare a schiacciare le blatte i vermi le lumache spumose e annusi per esalare quell’odore che t’ha fatto impazzire non puoi che dannarti per le molteplici lacerazioni che induriscono le nocche mentre rivedi ella che ella sacerdotale sale ancora più in mezzo cerea e illumina con la sua luce nera la fiocina nell’oceano che punta il suo squalo ma dove sei ora non ti divoro promesso ti azzanno un pochino là dove più ti piace nel pallido dolce del seno sul dosso leggero del ventre ti lascio ciò che serve promesso la tua carne saporosa non mi curo del tuo essere rapina indifesa perché tu lo sapevi quando il mio grido si sarebbe strozzato lì in fondo alla gola ora viene fuori un ululato che inarca il lamento nello strazio e sapevi che non mi sarei accontentato che ti avrei fatto a pezzi e nonostante tutto me lo hai lasciato fare ora pretendo e insisto mi aggiro rimesto per trovare una traccia un lembo di pelle un residuo del tuo vello un cedimento del suolo che mi faccia capire dove si sia adagiata la tua falce di schiena forse ieri forse appena qualche ora fa sei stata qui a sfidare con lo sguardo tu cerva scivolosa l’astro al tramonto mentre lentamente sgocciolava mi sei sfuggita maledizione ma giuro che ti ritrovo dovessi arrivare alla fine dovessi arrampicarmi sul vento…
– Non hai capito niente, stupida bestia… sei sempre stato tu la mia preda!
Come posso non essere travolto dalle visioni? Tutto è troppo e oltrepassa ogni dettaglio, un continuo arrendersi all’attesa. Vedo il sangue raggrumarsi, rifiorire, germinare mondi di verde e radici, grumi di efflorescenze, orridi giochi di metastasi, incredibili giri di luce. E poi di nuovo un miscuglio furioso che corre veloce verso la riscrittura di una struttura aliena, logos di un impasto atroce. Come è possibile ereditare le contraddizioni di un linguaggio che ormai ha parlato di se stesso così tanto tempo, così saldamente da ritenersi impudentemente puro? Le parole non sopportano i segni, hanno dimenticato la grafia, le lettere sono fuse, aderiscono alle cose di cui parlano e non parlano. Tutto ciò che si dice si mostra vero e falso allo stesso tempo, allo stesso modo e non si riesce più a dire, a mo(n)strare. È un esserci metafisico che dilania. Non oso non odo non oro non tu non noi non loro. Io, solo questo maledetto doloroso io. Mi spacco in mille frammenti di specchio per provare a ricomporre i riflessi in cui tutto questo io si è frantumato. Mi sembra di rivedere il giorno in cui sono nato, rivoltarlo per non esistere e sento il grido dell’umanità intera. Follia di genere femminile che assorbe e cura la diversità e contamina terre d’amore. Quando ci si nutre si consuma, se siamo esseri atti al consumo, assorbiamo sia ciò che ci circonda sia ciò che ci portiamo dentro. Alla fine, esseri famelici, insaziabili, consumiamo perfino le viscere della nostra anima rendendola inabile alla veggenza. Percepisco il flusso e il flusso mi tormenta e, nella vertigine continua, nella disattenzione, perdo il controllo. Almeno nella carezza, nel bacio, nell’abbraccio, perfino nell’addio il ritorno, il senso dell’attimo, l’aderenza, l’atterraggio, la relativa calma.
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… che dire? a me risuona nel suo ritmo, dove anche in assenza di punteggiatura le parole creano spazi sospesi di suono e accelerazioni (precipitazioni rende meglio) del ritmo, come se fossero note. Mi pare una canzone. Se lo è, è un bel pezzo.
Ma grazie Bettina, sai non ci avevo pensato all’accostamento ritmico e, dire, che la musica fa parte della mia vita come l’aria che respiro. Da piccolo ho frequentato il conservatorio e, sebbene non faccio il musicista, mi tengo compagnia col pianoforte nei momenti di solitudine. Sai il ritmo è sempre stato un mio punto debole, mi fa incespicare, mi fa arrabbiare, mi ferisce e io lì ad inseguirlo per cercare di catturarne l’essenza… usare le parole come fossero note e averne a disposizione molte più di 12, sì mi piace!
Hai indossato i panni complessi di Joyce e ti sei buttato in un flusso di parole/immagini/metafore/pensieri non certamente facile da condurre. Tuttavia, mi sono aiutata tornando spesso all’inizio ‘… sai quei momenti che nessuno si cura di ciò che sei ‘. Serve a orientare e a non far perdere il filo. Buona anche l’idea della pausa nel mezzo, voce fuori campo, diversa da quella del protagonista o forse qualcosa che lui dice a se stesso? Nell’ultimo brano cambi rotta, rallenti il pensiero anche grazie all’uso della punteggiatura. Certamente un testo non facile da condurre e che io personalmente non posso né riesco a giudicare. Tuttavia ti dico che l’ho apprezzato e il genere mi piace.
Grazie Cristiana, credo che la lettura sia un dono e la tua è preziosa. Sapevo che la mia proposta avrebbe creato imbarazzo e qualche perplessità, mi capita spesso di scrivere dei muri di testo senza punteggiatura e senza evidenti regole sintattiche. Ecco perdere il filo, è quello l’intento, perdersi per ritrovarsi nelle contraddizioni di un linguaggio che è specchio di ciò che viviamo: senso di disorientamento, consumo sfrenato, entropia, impossibilità di tornare indietro, bestialità solo umana. Grazie davvero, con affetto!