Lieto fine

Serie: Filo rosso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Marco ha deciso di scappare dal reparto per aiutare Anna.

Atterrò male, sentì una forte fitta al piede sinistro: aveva preso una brutta storta. Il dolore era forte, ma trattenne l’urlo che avrebbe voluto emettere. Provò a mettere a posto l’articolazione: altro dolore. Questa volta non poté trattenere un breve grido. Si alzò in piedi e cominciò a camminare, la cosa più sbagliata in quel momento, ma doveva arrivare a casa di Anna a ogni costo. Zoppicando si avviò per la sua strada.

L’indirizzo era a un paio di chilometri di distanza. Sarebbe stata una notte lunga, lo sapeva già. In giro non c’era nessuno e non passava nemmeno un’automobile. La faccia di Marco faceva paura per via della smorfia di dolore: nessuno gli avrebbe mai dato un passaggio, comunque. L’unica cosa che lo sosteneva era la voglia di rivedere Anna e di salvarla da sua madre.

«Un passo alla volta, ce la puoi fare!», si ripeteva ad alta voce continuamente.

Fortunatamente, la strada era in pianura, lo stress al piede era il minimo.

Aveva fatto appena due o trecento metri quando cadde. Si trovava vicino a un albero, un cipresso. Strisciò fino al tronco e si appoggiò con le spalle. Riprese fiato. Guardò il piede e vide che era gonfio come un pallone. Non riusciva nemmeno a toccarlo lievemente. Sarebbe stato difficile riuscire a rialzarsi. Forse c’era una piccola frattura, ma non voleva arrendersi, non gli restava che pregare.

«Aiutami Dio», cominciò piangendo. «Se mi aiuti ad arrivare a casa di Anna e a salvarla, ti prometto che smetterò di drogarmi e diventerò un bravo ragazzo. Tornerò anche a lavorare».

Si aspettava un miracolo, che il piede smettesse di fargli male, che si sgonfiasse all’improvviso, ma non successe niente. Stava lì fermo dicendosi che era solo uno stupido, che Dio non esisteva e che doveva solo alzarsi e continuare a camminare.

“Non fare la femminuccia e muoviti!”, pensò, ma il piede non ne voleva sapere.

Doveva trovare una soluzione: si guardò intorno. Vide un ramo abbastanza grosso. Camminò a carponi e lo prese. Saggiò se fosse solido o secco e inservibile. Sembrava resistente ed era lungo abbastanza per usarlo come stampella. Con tutte le sue forze e con l’aiuto del ramo, riuscì a rialzarsi.

Ricominciò a camminare. Pensò che nel reparto ci fossero delle stampelle e, se fosse stato previdente, avrebbe dovuto gettarne una dalla finestra prima di saltare. Ma quella che gli aveva donato Dio andava abbastanza bene.

Cercò di rimanere vicino alle piante per potersi nascondere nel caso gli operatori si fossero accorti che lui non c’era e avessero chiamato i carabinieri. Aveva controllato sul cellulare la strada e l’aveva imparata a memoria. La mappa diceva che a piedi ci volevano dieci minuti, ma nella sua situazione ce ne sarebbero voluti molti di più. Cominciava a prendere dimestichezza nell’uso del ramo e procedeva abbastanza spedito.

Arrivò in via Dante poco dopo. Era una strada alberata in mezzo con ai lati tanti appartamenti. Non aveva ancora chiaro in mente come agire una volta arrivato. Scendeva lungo la strada e pensava ad Anna che probabilmente era sveglia a piangere e a pensare a lui, o forse dormiva male facendo degli incubi.

Guardava i numeri che cambiavano. Prima il 20, poi il 30 e il 40. Il suo cuore batteva forte e non solo per lo sforzo. Aveva dentro anche tanta rabbia, quella era l’esatto contrario di sua madre che aveva preferito soffrire, invece che far soffrire suo figlio.

Era arrivato davanti al palazzo. Numero 42: non c’erano dubbi. Era un palazzo grigio circondato da una siepe piuttosto alta. Cercò sul citofono illuminato dai lampioni, ma non sapeva il cognome della madre di Anna. Lesse i nomi. C’erano otto famiglie. Poi, notò sul citofono di un appartamento al primo piano un piccolo disegno, un fiore, appena visibile alla luce gialla, fatto con un pennarello. Era un segno che non poteva ignorare. Suonò col cuore in gola. Aspettò un po’, ma nessuno rispose. Stava per suonare di nuovo.

«Marco!», era Anna affacciata alla finestra, quella della sua stanza da letto. «Cosa ci fai qui?»

«Sono venuto per portarti via e non me ne vado senza di te».

«Cosa dici? Come hai fatto a uscire dal reparto? Tu sei pazzo», Anna piangeva.

«Le tue lacrime mi dicono che anche tu lo vuoi. Esci! Vieni via con me. Ti amo».

«Non posso. La porta della mia stanza è chiusa».

«Fai come me, salta!»

«Cosa?»

«Sotto la finestra c’è una siepe, non ti farai niente».

In quel momento si sentì la porta della sua stanza aprirsi. Era sua madre.

«Cosa stai facendo, Anna? Con chi parli?»

«Con nessuno», disse lei, ma sua madre si affacciò e vide Marco.

«Ancora tu! Chiamo subito i carabinieri. Chi ti ha detto dove abito?»

Marco la ignorò completamente. «Anna, ascoltami. Chi ti ama ti lascia libero. Io ti amo, se anche per te è lo stesso, salta! Vieni via con me».

Anna piangeva ancora di più. Sua madre la guardava senza dire niente, con il telefono all’orecchio. Un signore in canottiera si affacciò al piano di sopra e stava a guardare mentre fumava.

«Pronto, carabinieri. C’è un ragazzo che disturba la quiete pubblica. Vi prego di venire subito».

«Anna!», gridò Marco. «Non avere più paura. Ti prometto di proteggerti. Non ti succederà niente di male, ma non puoi restare più qui. Devi scegliere: vuoi rimanere intrappolata o vuoi essere libera? Ma tu sei già libera. Salta!»

Anna si arrampicò sul davanzale. Sua madre la guardò stupefatta e cercò di fermarla, ma lei si divincolò e si buttò giù, mentre sua madre cacciò un urlo disumano. Anche Anna gridò e, quando arrivò sulla siepe, per qualche secondo, tutto rimase immobile e silenzioso, poi si alzò, con qualche graffio ma sana. Corse verso Marco. Il signore del piano di sopra applaudì contento con la sigaretta in bocca. Marco e Anna si abbracciarono e si baciarono fino a quando la madre non uscì dal portone e la prese di nuovo per un braccio.

«Ora basta!», disse Marco arrabbiato alzando il bastone. «Se non la lasci, ti giuro che ti rompo questo legno in testa», fece finta di scagliarglielo addosso e lei si allontanò. Anna si strinse a lui.

Si incamminarono lungo la via, con la madre che gridava loro dietro, ma senza seguirli.

«Vedrai che andrà tutto bene, amore mio».

Anna sorrise. «Raccontami tutto. Che hai combinato al piede? Sei proprio pazzo!»

Percorsero abbracciati, con Anna che aiutava Marco a reggersi, la strada parlando e baciandosi come se si conoscessero da sempre. Marco raccontò come aveva fatto a scappare dal reparto e Anna lo ascoltava a occhi aperti.

«Che faremo ora? Dove andremo?», chiese Anna.

«Non lo so, ma staremo insieme. Ho fatto delle promesse che intendo mantenere».

Nel frattempo, i carabinieri erano arrivati a casa di Anna e avevano parlato con sua madre. Proseguirono lungo la strada che avevano percorso i due e li fermarono. Li fecero salire in macchina.

«Dove avete intenzione di andare?»

«Per favore, non riportatemi a casa, voi non conoscete mia madre», disse Anna ansimante.

«In realtà, abbiamo parlato con lei e un po’ l’abbiamo conosciuta. Ci ha parlato di tuo padre e che non può perdere anche te.»

«Lo so, ma non posso più vivere con lei, sarebbe come ritornare in carcere».

I due carabinieri si scambiarono un’occhiata di intesa. «Abbiamo capito. Tu sei grande abbastanza e puoi lasciare casa tua, niente te lo impedisce».

Marco aveva lasciato parlare Anna, ma ora intervenne. «Potete accompagnarci a casa mia?»

I carabinieri si fecero dare l’indirizzo, ma prima riportarono Anna da sua madre che subito l’abbracciò stretta.

«Ti voglio bene, mamma, ma devo andare, devo fare la mia vita e voglio stare con Marco. Prometto che verrò a trovarti».

Sua madre sembrò capire che non era una storia come le altre e, a malincuore, la lasciò andare.

I carabinieri li portarono nel vicino paese dove abitava Marco. Sua madre si era appena alzata quando sentì suonare al citofono. La sua paura, quando sentì che erano i carabinieri, si tramutò presto in gioia dopo aver sentito tutta la storia da parte di Marco. Antonella fu felice di accogliere in casa anche Anna.

Il piede guarì con un po’ di riposo, non era fratturato. Marco smise di drogarsi e anche di fumare e trovò un lavoro in fabbrica. Continuò anche a scrivere poesie che Anna leggeva felice. Per qualche mese, li ospitò sua madre ed era contenta, conobbe anche la madre di Anna e diventarono buone amiche. Anche Antonella pregò Dio ringraziandolo per aver ritrovato suo figlio. Marco e Anna continuarono a curarsi e non ebbero più episodi psicotici, alla fine, andarono a vivere insieme.

La storia finisce qui. Il filo rosso del destino, come detto all’inizio, è indistruttibile e né la malattia, né l’odio poterono spezzare quello che univa questi due innamorati. Si dice che l’amore, a un certo punto finisce, ma io non sono d’accordo. Se è vero, l’amore può cambiare, ma mai finire. Come quel filo rosso, è indistruttibile, fatto di una materia invisibile, ma più dura del diamante. L’amore è la cosa più potente di questo universo e può fare quello che nessuna bomba può: cambiare le persone, perché non agisce sul corpo, ma sull’anima. Amando non si sbaglia mai.

Serie: Filo rosso


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Discussioni

  1. Abbiamo bisogno di lieti fini. Ci servono per non perdere la speranza, per continuare a credere che l’amore vero esiste anche se difficile da trovare. In questo mondo sempre più folle, pensare che all’altro capo del filo rosso ci sia qualcuno che ci attende fa la differenza.

  2. Anime gemelle o solo storielle? Comunque vada sara` un successo, come disse Piero Chiambretti per le canzoni di Sanremo. Eterna Illusione, amore eterno o favola solo sulla carta? Chi vivra` vedra… E poi, dopo una storia che finisce, se un po’ d’ amore c’e` stato, e cambia senza spargere veleni, sempre meglio un amore finito che non averne mai vissuto alcuno.
    Mi piacerebbe se avessi in mente, prima o poi, una seconda stagione di questa serie, per conoscere l’ evoluzione del rapporto tra Anna e Marco, che hai saputo descrivere in modo chiaro e credibile.

    1. Come ho scritto, chi ti ama ti lascia libero. È triste vedere che molti non hanno capito questa cosa. Magari hanno detto tente volte “ti amo”, ma non è mai stato amore. Il vero amore va anche oltre una storia, perché presuppone il rispetto. Per la seconda stagione, chissà…