
L’impatto con gli esami
Serie: Planavamo a stento
- Episodio 1: L’incontro
- Episodio 2: L’inizio della frequentazione
- Episodio 3: La nascita dell’amicizia
- Episodio 4: L’aeroclub
- Episodio 5: Il volo
- Episodio 6: Il gruppo storico
- Episodio 7: Le ragazze
- Episodio 8: L’appuntamento
- Episodio 9: L’impatto con gli esami
- Episodio 10: Il primo esame
- Episodio 1: La bottiglia
- Episodio 2: Secondo tentativo
- Episodio 3: L’esame
- Episodio 4: L’Interrail-La partenza
- Episodio 5: Interrail-Il viaggio
- Episodio 6: Si ricomincia a studiare
- Episodio 7: Il piano
- Episodio 8: Un’audace incursione
- Episodio 9: Il colpo di mano
- Episodio 10: Effimera tranquillità
- Episodio 1: Nuove difficoltà
- Episodio 2: La sconfitta
- Episodio 3: Il colpo
- Episodio 4: La fuga
- Episodio 5: Una specie di addio
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Il giorno successivo Carlo mi venne a trovare a casa, io gli aprii la porta e poi entrammo in camera mia. Lui si guardò intorno, senza sedersi né togliersi il giaccone. Notai che si muoveva a scatti veloci, che non riusciva a stare fermo. Mi disse: “Pazzesco, Federico, è pazzesco! Come diavolo ci siamo riusciti?”
“È vero: non siamo più i più grandi sbiancatori dell’emisfero boreale!” Dissi io, riprendendo una definizione che avevamo coniato per prenderci in giro.
Ci sembrava di essere in un territorio diverso, dove le cose che desideravamo non sembravano più lontane dalla nostra portata.
Carlo mi guardava e sorrideva, sorridevo anch’io e poi ridevamo piano. Avevamo un atteggiamento da compagni d’arme dopo un’incursione in una zona rischiosa e ci guardavamo come se avessimo paura di svegliarci di colpo dopo un bel sogno.
Nei giorni dopo cominciai a pensare che forse quella con Laura poteva diventare una storia più duratura; ne parlai con Carlo, pensando che anche lui avesse avuto la mia stessa idea con Francesca e cercando di capire come stava andando, ma lui mi disse che non aveva spazio per continuare una storia come quella, era troppo precario, troppo poco stabile per legarsi in quel momento.
Io invece mi sentivo attirato dentro quella situazione che non conoscevo, senza frontiere o spigoli ben delimitati. Chiamai Laura e le chiesi se voleva uscire nei giorni dopo. Lei mi disse che non sapeva, che aveva molti impegni con la sua famiglia che non vedeva mai. Dovetti insistere e alla fine ci vedemmo una sera per cena e poi andammo a passeggiare. Sentivo ancora le sensazioni provate per lei nella sera a casa di Carlo e cercavo di accorciare le distanze fra noi, riportarle a quel momento trascorso. Ma lei sembrava sfuggire, si lasciava baciare, ma poi si staccava da me.
Entrammo in un locale per bere qualcosa e lei, mentre eravamo seduti lì, parlava neutra, evitava di incrociare il mio sguardo, sembrava molto interessata a qualcosa nel suo bicchiere. Io annaspavo e per spezzare l’imbarazzo che sentivo fra di noi e provai ad andare dritto al punto.
“Mi piacerebbe venirti a trovare a Bologna, un fine settimana dei prossimi”, le dissi.
“Non so, forse”, rispose lei.
“Non ti piace l’idea?”
“Ma no, è che io sono sempre impegnata a Bologna, con lo studio, le lezioni, gli amici.”
“Va bene, ma riuscirai a liberarti per un Sabato e una Domenica.”
Lei sembrò assorta un attimo, come se stesse soppesando le parole e poi mi disse, guardandomi.
“Federico, il fatto è che credo che tu pensi che questa nostra storia è forse più seria di quello che è. L’altra sera eravate molto carini e divertenti tu e Carlo: ci avete fatto passare una bellissima serata e forse abbiamo anche esagerato, per il vino e l’atmosfera”. Mi guardò e sorrise un attimo e poi continuò. “Però, guarda, lasciamo che le cose vadano avanti da sole, magari ci sentiamo quando torno per le vacanze, ora non mi sento proprio di legarmi, soprattutto con un ragazzo di qua mentre io studio fuori.”
Io annuii, dissi che certo andava bene, ma percepii un senso di estrema precarietà in quelle intenzioni e sentii crescere un senso d’ansia.
Più tardi mentre tornavo a casa in macchina sentivo dietro il petto un peso, fatto di tristezza e solitudine. Poi pensai che il giorno dopo riprendevano le lezioni e che potevo parlarne con Carlo e piano piano la tristezza cominciò a diluirsi come una goccia di liquore in un grande bicchiere d’acqua, la potevo quasi sentire perdere colore e consistenza e poi piano piano scomparire finché mi accorsi di non sentirla più.
Eravamo ormai a Maggio e all’Università cominciavamo a sentire dei cambiamenti nell’aria; avvertivamo una specie di accelerazione, una sensazione di attesa di eventi che stavano per accadere e che ci rendevano inquieti: i corsi stavano giungendo alla fine e da Giugno sarebbero cominciati gli appelli per gli esami. Dovevamo farne cinque entro la fine dell’anno per rimanere in pari, ma ora, che cominciavamo a prendere le misure della mole di lavoro che comportava il successo di questo obiettivo ci sembrava lontano e irreale come una parete altissima vista dal fondovalle. Avevamo deciso naturalmente di studiare insieme e quindi avevamo cominciato a fare qualche piano d’attacco. Dopo tanti ragionamenti, quello che ci era sembrato più sensato consisteva nel cercare di dare nella prima metà di Giugno l’esame di Geometria, il cui programma era contenuto in una dispensa del professore, costituita da due piccoli libriccini di colore azzurro. Anche se zeppi di formule e dimostrazioni complicate, ci sembravano più abbordabili viste le loro dimensioni. Se ce l’avessimo fatta avremmo poi così avuto il tempo di studiare Analisi 1, che si diceva essere l’esame più difficile del primo anno, per darlo a fine Luglio e chiudere la sessione estiva con due esami importanti.
Anche con la poca sicurezza in noi stessi che provavamo in quel momento, quello ci sembrava un programma alla nostra portata: tutto sommato avevamo sempre seguito le lezioni, e soprattutto io non mi sentivo a disagio con quelle materie.
Provavamo però la sensazione di lasciare la riva su una barca poco stabile e che nessuno di noi sapeva guidare troppo bene. Cercavamo di farla procedere verso approdi non troppo lontani, ma avevamo sempre il timore di trovarci d’improvviso troppo al largo, lontani da punti di contatto sicuri sulla riva.
Decidemmo di studiare insieme, all’Università nei giorni di lezione e a casa di uno o dell’altro nei fine settimana che oramai avevamo allungato comprendendo anche il Venerdì e il Lunedì. Ci sedevamo insieme a un tavolo e uno dei due leggeva ad alta voce le pagine del libro e poi ci si fermava se c’erano dei passaggi che non capivamo, cosa che all’inizio capitava quasi sempre. Dovevamo poi anche dedicare del tempo agli esercizi, visto che l’esame era preceduto da una prova scritta che determinava l’ammissione all’orale.
Cominciammo dapprima con degli esercizi presi da piccole dispense che si compravano nelle copisterie o nelle librerie vicino all’Università. Avevano il vantaggio di contenere anche lo svolgimento e potevamo così capire come fare. Poi cominciammo a svolgere gli esercizi presi dalle sessioni di esame passate, che si potevano chiedere alla segreteria del Dipartimento di Matematica.
I dubbi e l’indolenza sul quel corso di laurea a cui mi ero iscritto un po’ per inerzia in quel periodo si dissiparono, non tanto per la scoperta tardiva di una sorta di vocazione, ma perché ora lavoravamo su un obiettivo concreto e per di più lo facevamo insieme e questo creava uno spirito di squadra. Non riuscivamo però a essere produttivi come avremmo dovuto, visto che le sessioni di studio erano spesso interrotte da qualcuna delle nostre infinite chiacchierate da cui non riuscivamo a tornare indietro. Con le belle giornate mi era venuto in mente di andare a studiare in un parco cittadino, dove c’erano dei tavoli all’aperto: avevo una teoria secondo cui ci faceva bene stare fuori, ma spesso capitava che la luce limpida di quelle giornate di fine primavera e il verde intenso degli alberi e dei prati di quel parco facilitassero l’indulgere nelle nostre pause e divagazioni. Ogni volta che cominciavamo a chiacchierare sentivo una sensazione di euforia per il fatto di cominciare una nuova esplorazione di stati d’animo o di osservazione del mondo insieme a Carlo e questo rendeva bellissime quelle giornate dedicate allo studio anche se alla fine avevo sempre il timore di non aver studiato abbastanza. Aumentavamo perciò le ore per cercare di compensare quelle chiacchierate a cui del resto non potevamo ne volevamo rinunciare.
Arrivammo con questo ritmo un po’ altalenante all’inizio di giugno e ci sembrava in fondo di avere fatto il nostro dovere: di certo il tempo che avevamo dedicato allo studio, per giunta di una sola materia, sarebbe bastato ad ottenere un voto dignitoso in una qualsiasi materia al Liceo e questo ci faceva stare tranquilli.
La nostra instabile serenità stava però per essere travolta come un treno in corsa dalla realtà dell’Università.
Andammo a iscriverci all’appello una mattina fresca di inizio giugno, arrivammo nell’atrio del Dipartimento di Matematica, dove c’erano diverse bacheche e trovammo subito quella in cui c’era il foglio in cui occorreva segnare il proprio nome e lo scrivemmo entrambi passandoci la penna. Poi ci guardammo e non riuscimmo a nascondere un sorriso.
“Si entra finalmente in azione!”, disse Carlo con un tono ottimista.
Io annuii e risposi, con un tono un po’ dimesso: “Si, speriamo però che l’azione vada a buon fine”.
Cominciavo a sentire una certa ansia, ma l’atteggiamento allegro di Carlo pian piano me la fece passare.
Mi fidai del suo ottimismo e passammo il resto della mattinata e poi il pomeriggio a fare esercizi di esame seduti a uno dei tavolini che c’erano nel grosso atrio di ingresso della Facoltà e decidemmo che i giorni successivi, quelli prima dell’esame avremmo studiato a casa di uno o dell’altro in modo da ottimizzare i tempi e risparmiare i tempi del tragitto in macchina tutte le mattine.
Serie: Planavamo a stento
- Episodio 1: L’incontro
- Episodio 2: L’inizio della frequentazione
- Episodio 3: La nascita dell’amicizia
- Episodio 4: L’aeroclub
- Episodio 5: Il volo
- Episodio 6: Il gruppo storico
- Episodio 7: Le ragazze
- Episodio 8: L’appuntamento
- Episodio 9: L’impatto con gli esami
- Episodio 10: Il primo esame
“Poi pensai che il giorno dopo riprendevano le lezioni e che potevo parlarne con Carlo e piano piano la tristezza cominciò a diluirsi come una goccia di liquore in un grande bicchiere d’acqua”
bravo 👏
Hai descritto veramente bene la vita all’interno dell’università. Il senso di precarietà, di non appartenere e non avere una direzione. Le tante distrazioni che fanno deragliare un treno che invece vorremmo proseguisse rapido sulla sicurezza dei binari. E poi c’è questa bellissima amicizia che si consolida e si arricchisce di molteplici sfumature. Molto bello seguirti in questo viaggio.
Grazie, era proprio uno degli obiettivi che avevo in questo racconto, quello di raccontare quel senso di insicurezza e come questo rafforzi il rapporto fra i due amici.
Nei prossimi capitoli ci saranno altre difficoltà e colpi di scena in questo ambito, ma l’unica cosa è che lo spazio quì è limitato e immagino che dovrò fare un po’ di tagli
È capitato anche a me, a volte, di dover tagliare, accorgendomi che il testo zoppicava proprio perché a tratti mancante. Io avevo risolto affidandomi a colleghi scrittori che mi revisionassero il testo prima della pubblicazione. Funziona sempre!
Si, certo in questi casi credo sia davvero utile, ma finora non ho dovuto fare tagli, solo nel caso del capitolo sugli amici ho tolto completamente due o tre episodi. Però vedendo che sono arrivato quasi a 10 librick e sono a meno di metà della prima parte, credo che dovrò togliere dei capitoli per rientrare nelle tre stagioni massime: non vorrei tagliare capitoli però perché, come dici tu, può essere più difficile