L’incidente
Serie: Amba Aradam
- Episodio 1: L’infanzia
- Episodio 2: L’incidente
- Episodio 3: La lepre
- Episodio 4: L’altra lepre
- Episodio 5: Lo stesso incidente
- Episodio 6: Un’altra infanzia
STAGIONE 1
Avrebbe scritto sbagliando, illuso che l’eretico potesse essere il folle capace di confermare saggiamente una scelta, esercitando l’antica capacità del giudizio; e il poeta il saggio che cambia follemente i significati delle parole, usando eleganza e licenza. Imparò anche ad amare in modo poco elegante, sprovvisto di qualsiasi licenza, alla ricerca di una crisi che lo costringesse a scegliere per non confondere i fatti con le opinioni, la forma con il contenuto.
Cominciò quindi a fare qualche errore, di tanto in tanto, per non destare sospetti. Saltava qualche lettera, le invertiva, univa due parole in una. Puntava al buono, qualche volta andava un po’ meglio, altre peggio. Il comportamento seguiva lo stesso copione: non scostumato, ma vivace il giusto per richiamare un’occhiata all’occorrenza. Era, comunque, un fanciullo volenteroso che non aveva perso la sua lepida vivacità.
L’indole alla cooperazione era inevitabile nel contesto in cui nacque: la famiglia modesta aveva bisogno della forza di tutti. D’altronde crebbe all’apice del fascismo, dopo lustri di privazioni, prima di comprendere la faccia nascosta del progresso. Fu così che scoprì la consistenza della realtà giocando a nascondino nelle depressioni del terreno scavate dai temuti bombardieri alleati; inseguendo gli sguardi dei soldati nazisti non più amici, che scappavano depredando quanto potevano; ascoltando i veloci discorsi tenuti sottovoce, che in russo parlavano di falce e martello, ma alle sue orecchie risuonavano come il canto delle sirene di Odisseo. Infine si convinse che il mondo fosse un grande calderone dove, tolte le maschere, interrotta la recita, calato il sipario, gli uomini si assomigliano quasi tutti, o meglio, sono spinti dalle medesime insane pulsioni di possesso e dominio.
E rimase ai bordi, in una dimensione liminare tutta sua. Intanto rincorreva le farfalle: aveva capito che non sanno volare bene come le libellule.
Poi avvenne la tragedia che fece deflagrare la predisposizione all’aurea mediocrità con cui aveva dipinto le sue giornate e che – suppongo – era connaturata in lui: intrinseca la valuterebbero gli specialisti, genetica avrebbero detto a quei tempi. Una predisposizione della natura che, aiutata dalla cultura, ha guidato Michele qui, mentre contempla un aquilone, tanti anni dopo un brutto incidente.
Ma allora, durante uno di quei giorni in cui demolirsi sembrava un rimedio, Michele era rimasto a casa con Mia, la sorella maggiore. Invece i tre fratelli, le altre due sorelle, la mamma e il papà erano saliti sul treno che li condusse a Bari, dove un’esplosione glieli portò via. I calendari mostravano l’ultimo lato del 1943.
Non capì mai cosa accadde veramente: aerei nazisti avevano sganciato bombe sul porto, e una nuvola di morte ricoprì la città. Tutto qui. Come l’aquilone sullo sfondo azzurro, che va su e giù.
Michele aveva festeggiato l’undicesimo compleanno la settimana precedente. I cadaveri vennero riconosciuti dieci giorni dopo. Non credeva ai suoi occhi: i volti erano sfigurati. Gli dissero che fu la deflagrazione. Rapida come la sepoltura, e la conclusione del conflitto.
Il disastro di Bari si sommò alla miriade di altre sciagure del periodo in cui crebbe, eppure per lui fu l’unico. La sorella Mia si faceva in quattro, era dolcissima e lo amava, ma era comunque un’adolescente che, appunto, doveva ancora crescere. Nonni, zii e cugini erano già morti: in guerra a causa delle armi, o in vita in seguito ai contraccolpi psicologici delle armi. Movimenti corrispettivi e complementari che si oppongono a ciò che li ha logicamente provocati; che non sporcano di sangue i vestiti ma l’anima, la quale, persa qualsiasi ragione di vita, confusa in segni non più distinguibili dai simboli, semplicemente accelera, malata, il decorso naturale della follia.
A ben vedere Michele era sopravvissuto, e neppure era rimasto solo ad affrontare la ricostruzione postbellica. Si sentiva graziato dalla sorte, e ne gioiva. Tuttavia il futuro più probabile non aveva nulla d’invitante. Nessun dono si aspettava, ma neppure un simile lutto. Le corse rallentarono, prima che gli insuccessi divenissero un sollievo.
Quando poi crebbe, avrebbe anche indagato sulle ragioni per cui non avesse pianto quel giorno, ma vomitato la sera, lontano da sguardi indiscreti, nel silenzio di un lavatoio in cui si era rifugiato. Poche risposte lo convinsero, poi una donna gli ha parlato di incompletezza, di coscienza; e Michele ha deciso di cambiare vita.
L’adolescenza l’avrebbe ricostruita ancora più in là, per quel poco che gli avrebbero permesso i racconti dei superstiti al disastro che lo aveva coinvolto l’anno successivo quel suo primo, e unico, ottimo. Un amico dei genitori si premurò di offrire aiuto ai due orfani, il piano Marshall fece il resto. Mia s’impiegò come dattilografa, e fu sul punto di ideare il correttore per carta che dagli Stati Uniti spopolò nel mondo. Michele si trascinava, lasciando penzolare dal capo un senso d’inadeguatezza che lo relegava nel ruolo del fallito.
Furono tre anni molto difficili.
Il suo atteggiamento non mutò se non per un aspetto: perse del tutto la gioia che lo aveva comunque accompagnato durante le inquietudini infantili, sostituita da una tristezza melanconica. Così le vicende della vita resero inevitabile il percorso che lo portò a interrompere gli studi appena iniziate le scuole superiori. Trovò lavoro come garzone in un negozio d’ortofrutta. E cominciò a sopravvivere.
Lì incontrò la sua prima bicicletta, che il proprietario gli prestava per alcune consegne a domicilio. Da lì andò incontro all’iperbole del progresso capitalistico, nel pieno vigore delle forze del corpo, nel pieno dello sconforto dell’anima. Gli anni passarono veloci, come il ricordo dei carri armati: Michele si accontentava, e il mondo attorno sembrava non fare caso a chi non desiderasse nulla più del necessario. Almeno fino a quando due eventi lo fecero sbattere contro le mura del tempo.
Serie: Amba Aradam
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- Episodio 2: L’incidente
- Episodio 3: La lepre
- Episodio 4: L’altra lepre
- Episodio 5: Lo stesso incidente
- Episodio 6: Un’altra infanzia
Chissà perché mi viene da leggerla come metafora del dopoguerra di una nazione che stenta a rinascere, che cerca valori e non li trova, che vede sue grandezze e sue mediocrità e non riesce a farle conciliare. Apprezzo molto la tua scrittura.
Sì, la mia vuole essere una riflessione sul ruolo degli Stati e dei singoli uomini e sulla dialettica storica tra le due parti: i piccoli e i grandi. La mia idea di fondo (forse sbagliata) è che i grandi (gli stati) raramente fanno qualcosa di buono, al contrario dei piccoli che, da soli, riescono a compiere grandi imrpese. So che è un pensiero un po’ pessimista (togliendo la bellezza della collaborazione) ma in questo periodo ho anch’io paura, parafrasando De Andrè, dell’uomo organizzato, e non dell’uomo solo.
“Infine si convinse che il mondo fosse un grande calderone dove, tolte le maschere, interrotta la recita, calato il sipario, gli uomini si assomigliano quasi tutti, o meglio, sono spinti dalle medesime insane pulsioni di possesso e dominio. “
E questa è una grande verità che non a tutti è chiara.
Purtroppo me ne sono dovuto convincere…crescendo!
Ciao Concetta, grazie per la lettura e per la bella analisi. Sembra che mi hai letto nel pensiero perché il personaggio di Michele nasce da una frase contenuta nel film War Games: “L’unica mossa vincente è non giocare”. Un’idea su cui rifletto da tempo. La sua figura immaginaria, e l’idea che incarna, nel mio intento vorrebbe essere speculare alla figura reale con cui si confronterà nel proseguimento della storia. Spero possa piacerti. Grazie ancora.
Ciao Luigi, ho letto i primi due capitoli e trovo il protagonista interessante. La società in cui vive non gli piace, ma non si ribella; si tiene accuratamente ai margini, consapevole che combattendola e, nella migliore delle ipotesi, vincendola, finirebbe per crearne una simile. La sua è una forma di resistenza della non partecipazione: se non giochi, il gioco non ha ragione di esistere. Sono curiosa di sapere se questo personaggio, malinconico e mite, saprà restare se stesso quando i suoi interessi coincideranno con quelli degli altri.
C’è una densità rara in questo brano: la Storia grande che schiaccia quella piccola, senza retorica ma con una lucidità quasi dolorosa. Mi ha colpito Michele bambino che “resta ai bordi” e rincorre farfalle mentre il mondo esplode: è un’immagine tenera e crudele insieme.
Grazie Lino, prometto che nel prosieguo cercherò di intertire i ruoli, con la differenza (ed è questa la mia idea di fondo) che quando sono “i piccoli” a intervenire nei fatti dei “grandi”, la Storia non viene schiacciata ma rinforzata. Grazie ancora per gli stimoli.
Una sintesi rapida di un periodo terribile. Efficace, però, nell’intrecciare uno sfondo storico a situazioni individuali. L’eroe-intendo il protagonista-subisce finora, piuttosto che agire (ma anche subire è una agire, un agire rovesciato). Mi convince il ritmo e lo stile della scrittura e immagino che ci saranno molte puntate.
Fare errori per non destare sospetti significa, io credo, opporsi senza rendere palese l’opposizione. È una modo di sopravvivere, e chi può dargli torto?
Grazie Francesca per l’analisi. Questa storia nasce proprio da una mia riflessione personale sul valore degli errori e su come, a volte, possano davvero correggere delle traiettorie che, pur rette, non sono corrette.