L’incontro

Serie: L'odore del caffè


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Osservando i clienti tra illusioni e corteggiamenti trasforma la sala in uno specchio ironico delle relazioni umane.

Rientro lentamente, tra il brusio dei tavoli. La noto come se fosse comparsa dal nulla. Sola al bar, un cocktail le oscilla nervosamente tra le dita, avvolta in una mise provocante, al punto da riportare la mia vista alla lucidità. Perfetta: un fisico che abbonda dove serve, un volto magnetico, di polarità opposta al mio. La saluto con un semplice gesto di cortesia. Un viso irresistibilmente affascinante. Gli occhi profondi mi fissano come se sapessero cose di me che non ho mai rivelato. Non ci diciamo nulla, ma le lascio una promessa: «A fine serata, il prossimo giro lo offro io».

Riprendiamo a suonare fino a che l’ultima nota sfuma. Abbiamo terminato e il piccolo applauso è forse dedicato al fatto che ci siamo tolti di mezzo. I tavoli iniziano a svuotarsi lentamente. Lo studente e la sua amica escono, il sorriso di lui ormai spento, lei avvolta nel cappotto, a certificare il ricordo di una serata da dimenticare. L’anziano, instabile, si accompagna alla sua badante sexy. Entrambi sembrano usciti da una notte di capodanno: lei in preda a un’isterica euforia, lui pronto per il pannolone notturno, fieri del ruolo nel loro piccolo mondo. Io li osservo senza fretta, sorseggiando l’ultimo goccio, ripetendomi mentalmente: sì, lo so, sono un bastardo. È così, e forse è per questo che nessuno mi resta accanto, come dice il detto: dopo tre giorni “puzzo”.

La sala si svuota, c’è un silenzio quasi surreale. È il momento per ritrovare la mia enigmatica compagna. Mi avvicino al bancone. Lei è lì, come se mi stesse aspettando, lo sguardo a riflettersi nello specchio di fronte. Il bicchiere vuoto tra le mani, con un dito che sfiora delicatamente il bordo. «Allora…» sussurro, «ti va un altro giro?» Il suo sorriso appena accennato mi piega le gambe: mi siedo accanto, il profumo gentile mi riporta a una serenità che credevo perduta. Sa cosa fare, come muoversi, e lo fa con naturalezza. Negli occhi un lampo di complicità. Non servono troppe parole: il silenzio tra noi è più intenso di qualsiasi conversazione. Ci scambiamo frammenti essenziali, racconti di città lontane, fughe improvvise, amici svaniti, segni invisibili che hanno lasciato cicatrici profonde. Lei parla di rinascita, io le consegno pezzi di me che raramente mostro: ansie, rimpianti, battute che diventano confessioni. Lei ascolta, annuendo, non giudica, è attenta, curiosa. C’è una tensione sottile, fatta di gesti impercettibili: la mano che sfiora la mia, il suo corpo che si avvicina lentamente, un sorriso trattenuto e quello sguardo fisso sui miei occhi per non distrarli. Non è solo attrazione fisica, è un’intesa costruita su ciò che entrambi sappiamo. Abbiamo bisogno l’uno dell’altra stanotte.

Lasciamo il locale. Sono visibilmente alterato, lei mi guarda e, come se conoscesse in anticipo la mia risposta, mi propone: «Vieni da me, abito a due passi. Così ti riprendi un momento. Sei ubriaco fradicio». Accetto senza pensarci con il sorriso di chi ha già capito. Giusto il tempo di una sigaretta strozzata tra le dita e siamo da lei. Il suo appartamento è ancora più angusto del mio: un’unica stanza e un bagno al piano rialzato di un vecchio stabile; il suo lavoro, mi dice, non le permette altro. Solo l’essenziale e una sensazione di solitudine che riempie l’aria. Ci provo subito, un primo approccio senza indugi. Lei mi lascia fare, ma senza trasporto. La sua reazione mi blocca; anzi, mi ritrovo a scusarmi.

«Siediti», mi dice. Mi siedo. «Vuoi mangiare qualcosa?» «Io ho fame. E tu?» «Sì, anch’io.» Sorride mentre muove i fornelli. La osservo da dietro, immobile, senza staccare lo sguardo dalle sue curve. Quando si gira con un piatto di pasta e due forchette in mano, ho ancora gli occhi spalancati. Scoppia a ridere, divertita dal mio aspetto. Poi si siede di fronte e mi fissa, lì qualcosa cambia.

Si muove lenta, come se ogni gesto fosse una promessa. Alza lo sguardo e i suoi seni, trattenuti a stento, sembrano esplodermi addosso. I suoi occhi si spalancano e mi risucchiano dentro, cancellando tutto il resto. Neri e calmi come un lago notturno, mi catturano e per un istante sento che sta penetrando la mia anima. Sono una preda consapevole del proprio destino. Prima ancora che mi sfiori, so già di essere suo.

Non avevo capito nulla: era lei a voler guidare il gioco e ora ero nelle sue mani. Senza parlare, con un gesto improvviso sposta il piatto e si lancia sulle mie labbra. Seduto su una sedia angusta, sento il suo corpo premere contro il mio mentre la sua bocca inghiotte la mia, decisa e vorace. Ho un solo desiderio: voglio morire così, tra le sue cosce. Sarebbe l’attimo finale più intenso e vivo che potrei immaginare, più vero di qualsiasi altra cosa mi sia capitata nella vita.

La notte ci assorbe, lasciando che il resto del mondo svanisca alle nostre spalle, consumandoci fino a quando il sogno prende il posto della realtà. Apro gli occhi, il fragore di un mezzo pesante dalla strada entra nella mia testa come un trapano, scuotendomi. Un neon acceso mi acceca, taglia l’oscurità della stanza con lampi di luce. Tutto è distorto, opaco. Un dolore pulsante mi martella le tempie, il respiro è corto, i brividi lungo la schiena. Mi guardo intorno: dove diavolo sono? Tutto sembra irreale, e per un attimo penso davvero sia l’inferno. Poi i ricordi della serata affiorano: le sue labbra, le curve del suo corpo, il profumo che ancora mi avvolge, ma lei non c’è. Provo ad alzarmi. Le gambe cedono, traditrici. Le mani tremano mentre afferro il bordo del materasso. L’odore del caffè mi raggiunge, e diventa un’àncora: lo seguo fino a una moka appositamente lasciata in un angolo. Solo allora noto un biglietto sul piccolo tavolo. L’inchiostro tremolante recita: «Ciao… sono corsa al lavoro. Spero di ritrovarti quando torno, mi piacerebbe rivederti.» Leggo le sue parole uscendo. Dopo tre giorni, è risaputo, puzzo. E certi odori è meglio che stiano lontani.

FINE.

Serie: L'odore del caffè


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Discussioni

  1. Mi piace perché fai passare il protagonista dal cinismo “da palco” a un bisogno vero, senza prediche. Il risveglio col neon e la moka è una botta di realtà perfetta, e quel “dopo tre giorni puzzo” chiude tutto con amarezza lucidissima.