
L’ingegnere.
Serie: Indecidibile.
- Episodio 1: L’ingegnere.
- Episodio 2: Ricerche
- Episodio 3: Rivelazione
STAGIONE 1
Non appena gli fu notificato l’arrivo di Ramanujan, Hilbert dispose che fosse atteso un minuto prima di permetterne l’ingresso. Poi si alzò dalla poltrona e volgendo le spalle alla porta si mise a contemplare la città che si stendeva di sotto, osservandola dall’ampia finestra attraverso la quale la luce intensa dell’estate saturava l’ufficio al settantaduesimo piano, la vetta del palazzo dell’Ordine.
Un trillo, il campanello della porta, annunciò la scadenza del minuto. Allora il Decano, sfiorando un pannello, concesse al suo ospite di entrare aprendo la porta scorrevole.
Dopo i saluti di rito, Hilbert invitò Ramanujan a prendere posto su una delle sedie allineate di fronte all’elegante scrivania di mogano, sedendosi a propria volta sulla poltrona abbandonata poco prima.
Sul volto affilato di Ramanujan spiccavano gli occhiali con la montatura color tartaruga e tonda, che si discioglievano parzialmente nell’ambra della sua pelle. Ingannavano l’occhio distratto, parendogli i vetri sostenuti dal nulla. Due pupille nere e mobilissime mandavano lampi sondando la stanza e la scrivania. Le mani intrecciate stavano sul grembo. L’ingegnere aveva portato seco una cartella all’apparenza di cuoio, o di pelle sintetica, e sedendosi l’aveva deposta a lato della sedia, sul pavimento.
Il Decano osservò il suo ospite. Tutti nell’Ordine lo conoscevano, e ne avevano scarso riguardo: lo accompagnava come un’ombra la sua pessima reputazione. I più generosi lo ritenevano un eccentrico. Gli occhiali, la cartella, e gli altri anacronismi che ostentava e di cui si ciarlava a sproposito, facevano parte dell’epos che s’era andato consolidando attorno alla sua figura peculiare. Piuttosto che sottoporsi alla chirurgia oculistica correttiva, aveva preferito le protesi. Anziché creare uno spazio a sé dedicato nell’infinita memoria del Padre, come tutti facevano, e accedervi dagli ubiqui terminali, si muoveva immancabilmente con una borsa sotto il braccio, o a tracolla. Da questa traeva all’occorrenza libri, o quaderni, o persino fogli: di carta! Scriveva a mano gli appunti sopra quegli antiquati supporti, con l’ausilio di una penna o di una matita, antichi arnesi dei quali non si indovinava l’origine. In aggiunta a queste esteriori e palesi, si sapeva per certo come ci fossero altre assai meno pittoresche stranezze. Una sopra tutte: la ricerca della scienza perduta degli antichi costruttori. Questa sua curiosità, pur non oltrepassando il confine del lecito, era percepita come qualcosa che rassomigliava all’eresia. Quella scienza era stata volutamente cancellata dagli antenati, per ragioni ben fondate. L’Ordine credeva con fermezza che non ci si dovesse allontanare dalle determinazioni degli antichi, e si dovesse lasciare che le conoscenze dei progenitori rimanessero seppellite nei secoli andati, come questi avevano reputato saggio che fosse. L’ingegnere rappresentava una malvista singolarità: come un pesce anadromo, nuotava controcorrente tentando di risalire il flusso del conformismo impregnante l’Ordine cui apparteneva, siccome la società indifferenziata in cui quest’ultimo era immerso, che riproduceva se stessa infinitamente uguale e beata, sotto la curatela dell’inconoscibile e benevolo intelletto ipogeo. A causa dei suoi discutibili interessi, Ramanujan era osteggiato dai colleghi, della considerazione e stima dei quali, a dispetto della brillante intelligenza, di conseguenza non godeva. Pur facendone parte a pieno titolo, era una sorta di oggetto estraneo, rigettato dal corpo della gerarchia, tutta raccolta attorno all’irrinunciabilità dei dogmi, come gli anticorpi avversano quanto di alieno penetra nell’organismo. Il Decano non rappresentava un’eccezione. Anzi. Sebbene il proprio giudizio sull’ingegnere l’avesse espresso con estrema ponderazione e in rarissime occasioni, la sua opinione era netta: Ramanujan era pericoloso, poiché rimetteva in discussione la saggia deliberazione degli antichi di celare il loro sapere, aspirando a riportarne alla luce i segreti. Era una mina vagante, che attaccava il fondamento stesso della pacifica società planetaria emersa dopo le tragedie delle guerre del silicio, come dalle sue ceneri l’uccello mitologico. Purtuttavia, ne aveva in quel momento un bisogno disperato: era l’unico ad avere, almeno in potenza, qualche nozione delle leggi consegnate all’oblio che sovrintendevano al funzionamento del Padre.
Hilbert parlò. Adoperando al principio un tono da cattedratico, informò il suo ospite in merito all’andamento dei lavori dell’unità che presiedeva. Fece una sintetica disamina delle difficoltà con le quali la Commissione si era dovuta confrontare. Segnalò a Ramanujan le rilevazioni dei cali di energia, e concluse riferendo, non senza amarezza, come la Commissione non fosse giunta a elaborare una spiegazione accettabile fenomeni spiacevoli che tormentavano il pianeta.
L’ingegnere ascoltava annuendo. Col dito indice, ora della mano destra, ora della sinistra, si aggiustava di quando in quando con un rapido gesto gli occhiali, che scivolavano giù lungo il naso ossuto. Fissava gli occhi del suo interlocutore cercando di agganciarli ai propri, perché non gli sfuggissero. Il Decano era a disagio, provava quasi soggezione. Desiderava sottrarsi a quello sguardo attento, avidissimo di fatti, che gli pareva scandagliasse il fondo del suo spirito per estrarne una qualche paurosa cosa della sua intimità a lui stesso sconosciuta. Tentava, sebbene con scarsi risultati, di celare il malessere che trapelava, malgrado gli sforzi di sedarlo, dal registro della voce: lasciato cadere il tono didascalico, sfumava qui e là in un tremolio. Il disappunto, eluso il controllo cosciente del Decano, si manifestava nell’espressione imbarazzata del viso.
L’ingegnere, con protocollare deferenza, chiese il permesso di accedere a tutti i dati che la Commissione, nei lunghi e febbrili mesi di attività, aveva raccolto: nessuno escluso. L’ottenne. Hilbert comunicò che avrebbe operato in qualità di consulente, non mancando di menzionare che giudicava opportuno lavorasse da solo. Con un cenno della mano Ramanujan manifestò al Decano piena comprensione, cosciente dello scarso apprezzamento che gli era riservato dai colleghi. Poco importava.
I due si salutarono, scambiandosi qualche logora parola convenzionale. Hilbert allora si alzò e scortò l’ingegnere alla porta. L’aperse sfiorando la pulsantiera e, dopo aver convocato l’attendente, comandò che accompagnasse l’ospite all’ufficio che gli era destinato. Diede inoltre disposizioni affinché fossero svolte le previste formalità, e fornite le necessarie credenziali, perché accedesse a ogni dato che reputasse utile, senza eccezioni.
Ramanujan, congedandosi, ringraziò il Decano, il quale, chiudendo la porta dietro di sé, accennò già di spalle il definitivo saluto con la mano.
Seguendo l’improvvisata guida, l’ingegnere rifletteva. Ponderava le parole del Decano ripetendosele nella mente. Il suo asciutto volto glabro s’era andato stirando, teso dalla meditazione, lungo gli ambulacri e dentro gli ascensori. Attese distratto il termine della liturgia di spiegazioni dell’attendente, arcinote e del tutto trascurabili: in merito a questo regolamento, e poi a quello. S’accorse che s’era concluso il vaniloquio dopo qualche secondo d’inerzia, sprofondato quant’era nelle proprie cogitazioni. Allora, quasi soltanto in quell’istante tornato alla coscienza, lo ringraziò sbadato e con poco garbo, pregandolo con freddezza di lasciarlo, corroborando la parola con un gesto inequivocabile. Non voleva essere disturbato oltre. L’accompagnatore gli destinò un’algida occhiata, informandolo con tono glaciale che avrebbe ricevuto le credenziali di lì a breve, senza altri contatti. Dopo di che, voltatosi, se ne andò a grandi passi, visibilmente irritato.
Ramanujan era solo. Gettò di sotto, attraverso le vetrate, il lampo di un’occhiata, indifferente alla sfolgorante estate che incendiava il mondo di fuori. L’ufficio era al quarantatreesimo piano. Accese si sedette alla scrivania e accese il terminale. Non appena in possesso delle credenziali, diede inizio alle ricerche. Prese a interrogare il terminale, appuntando con la matita ciò che gli pareva degno di approfondimenti, su di un notes sortito dalla borsa.
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