L’Interrail-La partenza

Serie: Planavamo a stento


Eravamo oramai all’ultima settimana di luglio, e finalmente cominciavano le vacanze, anche se sarebbero state molto più brevi di quelle a cui eravamo abituati negli anni prima.

Io volevo andare fare per la prima volta un viaggio in Interrail, il biglietto con cui si potevano prendere tutti i treni e girare l’Europa. Volevo partire senza una meta precisa, liberi di cambiare itinerario nel corso del viaggio, organizzandosi con la tenda per dormire nei campeggi, e portandosi l’occorrente per cucinare in modo da contenere al minimo le spese.

Ne avevo già parlato spesso con Carlo mentre studiavamo, ma lui era stato evasivo, anche perché ci era difficile fare programmi in quel momento di ansia per quell’interminabile esame.

Ora però che l’esame era stato superato e, anche se ci aveva lasciati scoraggiati ed esausti, provai a convincerlo.

La mattina dopo l’esame andai a trovarlo e dopo qualche ulteriore commento sull’esame del giorno prima e sui piani per quelli che avremmo dovuto fare dopo l’estate gli dissi “Io pensavo allora di partire fra un paio di giorni per quel viaggio in Interrail. Ti va di venire?”

“No, non me la sento. Pensavo di staccare una decina di giorni e riprendere a guardare qualcosa per Analisi già la settimana di Ferragosto. Se partissi per un viaggio del genere vorrebbe dire che non riprenderei i libri prima di un mese e non me lo posso permettere: siamo indietro e bisogna recuperare.”

“Si, hai ragione che siamo indietro, ma ora siamo esausti e abbiamo bisogno di staccare. Mio padre insiste proprio per partire appena possibile per un viaggio in modo da riposare la mente e riprendere entusiasmo e riprendere a studiare l’ultima di Agosto. Tanto prima di Ottobre non riusciamo a preparare Analisi.”

“Per me invece è il contrario: mio padre mi sta addosso e vorrebbe che cominciassi Analisi addirittura la prossima settimana. No, dai davvero non me la sento e poi non ho neanche voglia di fare un viaggio così, troppo frenetico e faticoso.”

“Ma dai, mi dispiace. Avevamo detto che avremmo fatto una vacanza insieme, magari se vuoi andiamo da qualche altra parte dove ci serve meno tempo.”

“No, dai Fede, davvero: voglio stare per conto mio, andare a casa al mare coi miei e passare un paio di settimane in relax, lì da solo. Tu vai e ci sentiamo poi quando torni.”

Mi sembrò che stesse cercando di ritrarsi e tornare nel guscio solitario in cui era rimasto tanti anni e questo mi faceva provare rabbia verso di lui: ci tenevo al viaggio, ma potevo capire se lui avesse avuto voglia di fare altro. Quello che però mi feriva era la sua evidente voglia di escludermi: negli ultimi mesi la nostra amicizia era diventata una cosa che consideravo di grande valore e che si alimentava con il tempo e le cose insieme. Mi ero convinto che entrambi la pensassimo allo stesso modo, ma quella sensazione di rifiuto mi faceva dubitare di ciò perché avevo la sensazione di essere l’unico che ci tenesse davvero a quel rapporto.

Smisi di insistere e tornando a casa pensai che avevo già avvertito altre volte momenti come quello, anche se non ci avevo fatto molto caso perché erano stati più limitati e meno evidenti: arrivavano come onde nelle quali dopo periodi di grande unione se ne alternavano altri in cui sentivo che Carlo quasi mi volesse evitare preferendo passare giornate da solo.

A quel viaggio ci tenevo molto e ora, anche per un senso di rivalsa, ero ancora più determinato a farlo. Provai a sentire qualcuno degli altri, per vedere se avevano voglia di imbarcarsi in quel viaggio, che a me sembrava bellissimo, ma nessuno di quelli con cui ne parlai sembrava avere il mio stesso entusiasmo e tutti erano più propensi a spiaggiarsi al mare vicino casa o al massimo fare qualche puntata esotica sulla costa riminese in cerca di fortune amorose.

Sapevo però che Nicola era affascinato come me da questo viaggio, perché ne avevamo già parlato tante volte negli anni e nei mesi precedenti. Così andai da lui e gli dissi che finalmente poteva essere quello il momento giusto per partire. Lui non se lo fece ripetere due volte: non ci pensava più perché negli ultimi mesi avevamo passato meno tempo insieme a causa del mio impegno per l’esame che mi aveva portato a stare quasi sempre con Carlo. Lui non conosceva nessun altro con cui imbarcarsi in un viaggio del genere, ma mi disse subito che aveva la mia stessa voglia di partire.

Quella sera uscimmo insieme in un locale del lungomare e bevendo qualche birra parlammo dell’organizzazione del viaggio e delle possibili mete. Eravamo tutti e due d’accordo di tenerci liberi di decidere le mete nel corso del viaggio, a seconda delle situazioni e della voglia del momento. In realtà questa libertà di scelta per me rappresentava l’essenza stessa di quel viaggio insieme all’eccitazione di trovarsi per la prima volta all’estero, senza protezioni, completamente immersi in un ambiente nuovo e sconosciuto. Decidemmo di dirigerci verso Parigi, in cui nessuno di noi due era stato e che naturalmente aveva un fascino romantico che nessun’altra capitale europea trasmetteva.

Partimmo quindi dal capoluogo una mattina presto degli ultimi giorni di luglio, attrezzati con gli enormi zaini Invicta che andavano di moda in quegli anni, e dopo un paio di cambi, ci trovammo su un diretto per Parigi.

Avremmo trascorso la notte in treno che era popolato da altri ragazzi e ragazze di altri paesi europei che come noi giravano con l’Interrail. Provammo a familiarizzare con qualcuno di loro, ma non ci riusciva facile ancora chiusi come eravamo e poco propensi a esporci senza filtri e in situazioni poco note.

Dormimmo un po’ allungati nei sedili dello scompartimento, che fortunatamente non era tutto pieno e la mattina ci svegliammo che stavamo attraversando gli ultimi km prima di entrare alla Gare de Lyon.

Scendemmo dal treno, un po’ frastornati, e vagammo per più di un’ora nella stazione cercando di capire come orientarci e come trovare le informazioni che ci servivano per organizzarci.

Nicola non parlava inglese, dato che aveva studiato francese alle medie e poi aveva cambiato diverse scuole per arrivare all’istituto tecnico e aveva trascurato anche quella lingua. Io me la cavavo, ma mi sentivo insicuro e restio a lanciarmi deciso dentro il centro delle situazioni perché era la prima volta che usavo questa lingua per esprimermi in un ambiente straniero e non per fare conversazione con il professore durante una interrogazione in classe.

Poi pian piano ci cominciammo ad orientare e trovammo l’indirizzo del grande campeggio che stava al bordo del Bois de Boulogne e con una piantina della città con il tracciato della metropolitana riuscimmo a capire come arrivarci. Uscimmo dalla stazione e la mattina aveva un cielo livido, che incupiva il nostro umore obliquo e che ci faceva sembrare la città intorno a noi inospitale e ostile.

Scendemmo nella prima stazione della metropolitana, che nessuno di noi due aveva mai preso e studiammo il tracciato delle tante linee per trovare il modo per arrivare alla stazione in cui dovevamo scendere. Una volta arrivati lì cominciammo a camminare lungo il bordo del grande parco, all’inizio costeggiando le villette di un piccolo quartiere residenziale e poi trovandoci su una strada alberata costeggiata di prati da un lato e dal fiume dall’altro.

Dovemmo camminare almeno mezz’ora e gli zaini pesanti e scomodi ci segavano le spalle, ma alla fine scorgemmo l’ingresso del campeggio e poco dopo entrammo nella reception dove l’impiegato di servizio ci condusse all’interno lungo piccoli vialetti e ci indicò una piazzola dove potevamo piantare la nostra tenda.

Quando finimmo di montarla e stendemmo dentro i sacchi a pelo e le nostre cose ci sembrò che finalmente avevamo una base sicura e il nostro umore cominciò a migliorare.

Decidemmo di fare la doccia nei bagni comuni del campeggio e dopo averla fatta ed esserci rivestiti eravamo decisamente allegri e carichi. Anche il tempo era migliorato e ora c’era un pallido sole che rendeva l’ambiente più accogliente.

Ci sembrava incredibile di trovarci in un paese straniero e sconosciuto, completamente liberi e indipendenti e cominciavamo a essere straordinariamente curiosi di vedere la città e la gente e vedere le tante differenze rispetto al nostro paese. Lasciammo il campeggio e ci dirigemmo di nuovo verso la metropolitana e cominciammo a prendere dimestichezza con quel mezzo che ci consentì di girovagare per la città per tutto il giorno: ci sentivamo come ingordi di vedere quei posti stranieri, visti in tante immagini da sembrare ormai irreali. Tornammo al campeggio a sera inoltrata, dopo aver mangiato in uno dei suggestivi bistrot a vetri tipicamente parigini.

Serie: Planavamo a stento


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Discussioni

  1. Bellissimo episodio anche questo, che mi ha fatto sorridere molto. Avrei tanto voluto fare anche io un viaggio del genere, a suo tempo, ma vivendo in Sardegna era più complicato prendere un treno e partire, di mezzo c’è sempre il mare per noi e spostarci è più complicato. Ho provato anche io il dilemma tra prendere pochi giorni di riposo e cominciare a studiare subito dopo ferragosto o riposare più a lungo, ma io non avevo appelli in autunno, solo quelli di settembre, tra l’altro sempre a inizio settembre, e di conseguenza non ho mai potuto prendere lunghi periodi di vacanza e non ho mai incontrato nessuno con cui fare un viaggio del genere, non avevo un Nicola. Quindi leggo con molta curiosità questa avventura

  2. Ciao Federico, mi sto rimettendo in pari con la serie, ma qui un commento te lo devo lasciare perché questo, finora è il mio episodio preferito. Mi hai fatto tornare indietro godendo l’ebrezza dei viaggi organizzati sulle cartine e le guide cartacee. Di quei viaggi studiati sulla carta verso luoghi solo immagini con la fantasia. Sono riuscita a sentire il profumo di quel treno e l’odore che ancora oggi amo delle stazioni e delle città. Inoltre, il tuo stile, migliora di capitolo in capitolo. È veramente un piacere leggerti 🙂

    1. Ti ringrazio, sono contento che ti sia piaciuto, anche se immagino che sia più l’episodio successivo che descriva meglio quelle sensazioni. Questi due episodi erano un unico capitolo, ma ho dovuto dividerlo per i vincoli di spazio di Open.