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Serie: I marchi sulla pelle


Sabbia. Sangue. Dolore. Lacrime. Fuoco.

Ancora.

Per l’ennesima notte.

Si mise seduta al centro del letto, cercò ossigeno tra quelle lenzuola che fino a poco prima glielo avevano tolto, come se in un certo senso le fosse dovuto. Scostò i capelli dal viso infilando le dita tra i ricci gettandoli all’indietro e allontanandoli dalla vista già compromessa da quelle dannate lacrime. Nonostante continuasse a ripetersi che erano sempre gli stessi maledetti incubi, sempre le stesse terrificanti scene, non riusciva a evitare il panico che le afferrava la gola come un serpente fatto di niente. Tentò di calmarsi, ma più i ricordi delle ultime giornate le si parava di fronte agli occhi come una brutta rappresentazione teatrale, più si ritrovava quasi a preferirli quegli incubi.

Si alzò dal letto cercando di fare meno rumore possibile, coprendosi il corpo nudo con il lenzuolo finché non raggiunse una delle vestaglie dalla stoffa pregiata. Sollevò lo sguardo sullo specchio, ritrovando una sé stessa incredibilmente smagrita e con profonde occhiaia. Ciò che attirò l’attenzione della sua mente, come una falena attratta dal fuoco, furono le chiazze violacee presenti sul collo e sui polsi. Quelle, più di tutte le altre che sapeva esistere sotto la stoffa, erano sempre le più evidenti. Macchie di vernice che risaltavano come un tramonto infuocato sul candore della sua pelle diafana. Passò la punta delle dita sul collo, stando attenta a non farsi male da sola nel toccare le zone maltrattate. Quando aveva scelto di intraprendere quella strada, sapeva non sarebbe stata affatto facile e per nulla priva di dolore. Aveva messo in conto quello mentale, ormai lo aspettava come un vecchio amico a cui raccontare la pessima giornata avuta. Era stata convinta fino all’ultimo istante che ormai nulla avrebbe più potuto farle del male nella sfera psicologica. Non aveva idea di quanto si sbagliasse, di quanto la speranza continuasse a punirla.

Il giorno in cui si era presentata di fronte il cancello di Lothar Gray, si sentiva tanto forte da esser convinta di poter spezzare una montagna con il solo ausilio delle mani, ma il ragazzo si era rivelato molto peggio di quanto avesse mai potuto immaginare. Era scesa a patti con lui, concedendo tutta sé stessa, il proprio corpo, affinché smettesse di dare la caccia a Resia. Affinché almeno lei, potesse godere di una vita priva di dolore perché ne era certa, nei suoi anni di vita aveva patito più di quanto Mya potesse immaginare. Lord Gray non ci aveva pensato un solo istante, accettando quel compromesso a patto che la ragazza esaudisse tutti i suoi desideri. E fu in quel momento che Lady Bloom cadde in una spirale di abusi e angherie. Quella quotidianità che la portava a essere trattata al pari di una prostituta durante il giorno, combattere contro i demoni interiori la notte, a patto che Lothar Gray non avesse altri piani, e risvegliarsi piena di lividi, visibili e non, al mattino successivo per poi ricominciare il ciclo. Sospirò, non avrebbe avuto senso versare altre lacrime. Lasciò lo specchio in favore della finestra, non aveva più la forza per guardarsi e sentire dentro quella continua battaglia tra il provare repulsione per la propria persona o esserne orgogliosa. Lasciò che l’aria fredda portasse via quei pensieri a cui non avrebbe comunque potuto dare una linea definita. Si era ripromessa così tante cose quando era entrata per la prima volta in quella camera da letto, che nemmeno riusciva più a ricordarle tutte. Quella fondamentale era il cercare di smettere di pensare a Resia, ma nei momenti peggiori era proprio il suo pensiero a tenerla viva. Scosse il capo, non avrebbe potuto reggere ulteriormente il labirinto senza entrata o uscita della mente. Avrebbe desiderato così tanto poter tornare a prima del Giorno del Legame, avrebbe salvato Resia dalle frustate, dal marchio e da tutto ciò le fosse capitato. Ma non poteva e doveva reagire di conseguenza. Qualcuno bussò alla sua porta, trascinandola fuori da quei pensieri che sembrava avessero la forme di corde troppo strette, ma quando si voltò si sentì soffocare. Lothar la guardava con quel solito sorriso tagliente e vittorioso, negli occhi quella scintilla che l’aveva sempre terrorizzata.

-Ben svegliata, mia cara. Spero i tuoi sogni siano stati meno agitati del solito.

Mya non rispose, la gola si era fatta improvvisamente di seta. Senza nemmeno rendersene conto si strinse di più nella vestaglia, come se quella semplice stoffa avesse la valenza di un’armatura.

-Abbiamo una visita, il Generale Denver è venuto a trovarti.

Gli occhi della ragazza si sgranarono per la sorpresa. Lothar le aveva impedito qualsiasi contatto nel mese in cui era stata lì, riducendo le sie interazione personali a sé stesso e alla dama da compagnia che gli aveva affibbiato, una donna orribile e per nulla empatica. Per cui, Mya scattò verso l’esterno della stanza, ma Lothar la bloccò mettendole una mano sulla spalla e sorridendole cattivo.

-Dovresti renderti presentabile, mia cara. Sarebbe disdicevole farti vedere così- disse accarezzando la vestaglia.

Bastò quello a farla tremare, il solo ricordo del suo tocco sulla pelle, e comprese che il ragazzo non fosse preoccupato dell’abbigliamento, bensì da tutti i marchi lasciati sul corpo di Mya. Con uno schiocco di dita chiamò la dama da compagnia, ordinandole di aiutare la rossa a vestirsi e rendersi perfettamente presentabile e Mya, come una bambola di pezza tra le mani di una bambina, lasciò che la donna giocasse con lei. Solo quando Lothar fu soddisfatto le permise di recarsi nel grande salone per incontrare il Generale. Quando lo vide, nella sua armatura lucente, avrebbe voluto corrergli incontro e sentirsi protetta per un solo istante, ma la presenza di Lothar alle sue spalle era un guinzaglio troppo corto.

-Buonasera Generale Denver- salutò cordiale.

L’uomo sgranò gli occhi quando la vide, sconvolto dalla condizione fisica nella quale l’altra vertesse. Non la vedeva da quando aveva saputo della sua folle idea. Ma era un uomo intelligente e si limitò a un regale inchino e un baciamano.

-Sarebbe possibile disquisire con Lady Bloom da solo, Lord Gray?- chiese affabile.

Il ragazzo sorrise ancora, riservò ai due una riverenza e lasciò la stanza. Una volta soli, Mya poté finalmente respirare e lasciarsi andare contro il petto di ferro dell’uomo scoppiando a piangere.

-Per tutti gli Dei, bambina mia, che ti sta facendo quel mostro!

Mya singhiozzò ancora per qualche minuto, poi fece un passo indietro asciugandosi gli occhi.

-Sto facendo ciò che è giusto, almeno così Resia sarà al sicuro. Abbiamo un accordo e… .

-È questo che ti fa credere?! – chiese con rabbia prendendole le spalle.

La ragazza lo guardò confusa.

-Lo sapevo! Quel dannato figlio di… – si trattenne dal continuare- Ti sta prendendo in giro, Mya! Non ha mai smesso di cercarla!

Lady Bloom lo guardò sconvolta e quella vocina nella sua testa, quella che dal primo giorno le urlava quanto non dovesse fidarsi, sovrastò tutto.

-No… lui… ha giurato. I suoi uomini sono tutti rientrati, li ho visti io- sussurrò.

-Hai visto ciò che lui ha voluto farti vedere, Mya! La verità è ben diversa! L’ha trovata è per questo che sono qui, per avvertirti!

Le parole dell’uomo la colpirono più di tutto quello che Lothar le avesse fatto in quei giorni. Vide vanificare avanti agli occhi tutti gli sforzi e tutte le pene, tutti i lividi e i graffi.

-No… non è vero… -snocciolò tra le lacrime.

-Perché dovrei mentirti, sai non lo farei mai! È di Gray che parliamo!

In quel momento, la sua mente parve staccarsi dal corpo e viaggiare da sola in meandri troppo dolorosi. Sentì le gambe farsi d’acqua e dovette aggrapparsi alle braccia dell’uomo per non collassare. Alle sue spalle, la porta si aprì lasciando entrare il padrone di casa e un pugno di guardie.

-Generale Denver, credo sia meglio lei vada via.

Nel petto dell’uomo scoppiò un ruggito che terrorizzò Mya creando una nuova paura nella sua mente. E fu in quel momento che comprese cosa fosse giusto.

-Vai Denver- mormorò.

-Ma…

Sollevò gli occhi oro nei suoi e il Generale vide qualcosa che non riconobbe subito; c’era ira in quelle iridi, cieca e violenta.

Mya si mise dritta, il cuore aveva smesso di battere ormai. Guardò l’uomo per poi eseguire una riverenza e voltargli le spalle andando via, non curante dei richiami dell’unica persona avesse mai provato ad aiutarla. Venne scortata da Lothar in camera e non appena furono soli, si voltò con furia verso di lui e gli tirò un forte ceffone sulla guancia.

-Sei un essere ripugnante!- urlò.

Lothar non si scompose, limitandosi a sorridere divertito, poi si mosse di scatto afferrandole il polso che l’aveva colpito e stringendolo. La sua espressione cambiò di colpo, trasmutandosi in quella di una belva. Senza nessuna grazia la trascinò per il polso verso il letto, gettandocela sopra e tenendole il capo schiacciato contro il materasso.

-E tu sei solo una puttana! E avrai quello che meriti!

Si calò le braghe con la mano libera e tenendola ben ferma abusò di lei come aveva fatto tante altre volte, ma quella Mya non versò lacrime.

Quella volta, rimase a fissare il cassettone alla sua sinistra mentre Lothar sfogava la propria ira nel suo corpo.

C’era una sola cosa da fare.

Serie: I marchi sulla pelle


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Discussioni

  1. Episodio per nulla facile. Mya continua il suo percorso avolutivo affrontando una prova difficilissima sul piano emotivo e psicologico ancor più che su quello fisico. Ma ne esce trasformata, temprata come acciaio nella forgia.
    Mi è molto piaciuto anche il fatto che tu abbia usato due stili diversi per raccontare queste fasi: all’inizio, una descrizione accurata dei suoi pensieri e delle sue emozioni per raccontarne il sacrificio e la discesa in un inferno personale. Poi, dopo la notizia che impatta su di lei, poche frasi secche, cariche di sottintesi. Non ci racconti più cosa passa nella sua testa, perché non serve. Basta uno sguardo, un gesto, per capire che questa Mya è totalmente diversa da quella che ha aperto la serie.

    1. Sempre grazie!!
      Ho cercato di rendere quanto più possibile la gravità della situazione con ogni mezzo mi sia venuto in mente. Lo avevo pensato molto più come un viaggio nella mente di Mya, ma 1500 parole sono davvero troppo poche XD. Credo proprio ci farò un capitolo a parte!
      Grazie mille,
      S.

  2. “È questo che ti fa credere?! – chiese con rabbia prendendole le spalle.”
    Maledetto figlio…
    L’ultima volta che ho letto di qualcuno di pari sadismo morale era in “le 120 giornate di Sodoma”, Lord Gray è veramente l’antagonista più meschino ed abietto… Cioè, ha meno morale di Ramsay Bolton!

  3. “tutti i marchi lasciati sul corpo di Mya”
    Ed ecco un altro legame tra Resia e Mya, i marchi sulla pelle.
    Eccoli, anche su Mya. E ciascuna di loro, in modi diversi, li ha ricevuti quasi volontariamente per il bene dell’altra.

  4. “continua battaglia tra il provare repulsione per la propria persona o esserne orgogliosa.”
    Bella questa riflessione. Di sicuro la scelta di Mya è stata coraggiosa, sacrificarsi per la salvezza di Resia. Eppure ora inevitabilmente non può riconoscersi nell’oggetto delle angherie di Lothar Grey. Un bel conflitto

  5. “non riusciva a evitare il panico che le afferrava la gola come un serpente fatto di niente”
    Ecco quelle metafore efficaci che sai tirar fuori per raccontare le sensazioni di un personaggio! ❤️

  6. Ciao Simona, attendevo di leggere l’episodio da quando me ne hai parlato. Devo dire che te la sei cavata alla grande nel descrivere la situazione: pur in tutta la sua crudezza è pacata e il finale apre le porte all’ultima trasformazione di Mya. Non vedo l’ora di scoprire cosa contiene il cassettone (anche se lo immagino) 😀

    1. In realtà mi ha molto frenata la limitazione di parole, avrei voluto essere un pochino più esaustiva, ma ho già pensato a come appagare le mie voglie!
      In realtà il cassettone era una specie di jolly, avrei deciso in corsa come giocarlo, ma è davvero bella l’idea che ti sia calata così tanto nella storia da immaginare cosa possa contenere!
      Grazie mille,
      S.

  7. “Le parole dell’uomo la colpirono più di tutto quello che Lothar le avesse fatto in quei giorni. Vide vanificare avanti agli occhi tutti gli sforzi e tutte le pene, tutti i lividi e i graffi.”
    Questo passaggio mi è piaciuto