Lo rifaresti?
Serie: Ne verremo a capo
- Episodio 1: 27 dicembre, ore 10:04
- Episodio 2: 27 dicembre, ore 10:21
- Episodio 3: 27 dicembre, ore 10:44
- Episodio 4: 27 dicembre, ore 11:07
- Episodio 5: 27 dicembre, ore 11:11
- Episodio 6: 27 dicembre, ore 11:32
- Episodio 7: 27 dicembre, ore 18:04
- Episodio 8: 27 dicembre, ore 20:16
- Episodio 9: 28 dicembre, ore 1:23
- Episodio 10: Per i sei Fiori
- Episodio 1: Qualcosa
- Episodio 2: Lo rifaresti?
STAGIONE 1
STAGIONE 2
“Se potessi tornare indietro, lo rifaresti?”
Ovviamente no, che domande!
Ovviamente no.
Almeno, così amava rispondersi Tarassaco.
Ovviamente no.
Ma continuava a mentirsi, a ripetersi che mai avrebbe rifatto una cosa del genere.
Ciò che odiava di più era il fatto di non essere stato punito: nessuno lo era mai venuto a sapere.
Che scherzo terribile!
Non era mai stato punito da altri, ma era stato punito da sé stesso.
La sua coscienza gli ricordava senza sosta le sue azioni.
“Se potessi tornare indietro, lo rifaresti?”
Sì. Sì, lo rifarei, tutto da capo, tutto uguale, tutto con la stessa velocità e naturalezza, come se fossi nato per quello.
Sì, lo rifarei, cazzo.
Lo rifarei.
Non aveva il coraggio di dirselo, scottava troppo, e non voleva ustionarsi, anche se sapeva di meritarselo; la testa era pesante, qualcosa chiamato rimorso gli bloccava la gola.
Aiuto.
Aiutatemi a dare un senso a tutto questo, vi prego.
Aiutatemi a capire, rimediare, a silenziare tutto questo caos.
Ma l’avrebbe rifatto.
Perché? Non lo sapeva.
A volte pensava che non valesse nemmeno la pena chiederselo.
Ormai era parte del passato, no?
Ma il passato non passa sempre.
A volte si incaglia nel presente e oscura il futuro, a volte resta impigliato nella spirale del tempo e torna, a ondate troppo forti per essere bloccate.
Era rimasto a guardare, quella domenica pomeriggio dell’ormai lontano 2018.
Gli occhi neri spenti, il corpo rilassato, le braccia lungo i fianchi.
Era rimasto a guardare.
Non poteva fare niente.
Non voleva fare niente.
Guardava, e quello gli bastava.
Guardava e non sentiva assolutamente nulla, ma questo non lo spaventava.
Guardava e questo gli bastava per soffocare ogni pensiero.
Era rimasto a guardare, ma il senso di colpa non lo sfiorava nemmeno: non provava nulla.
Guardava, ma i suoi occhi restavano puntati lì, sempre lì, immobili, apatici, senza pietà.
A Giglio andava bene, non gli interessava: ormai quella sua non-reazione non lo turbava più.
Mi odio, mi odio, mi odio.
Mi odio per ciò che ho fatto, per ciò che non ho fatto e per ciò che ho quasi fatto ma non sono riuscito a fare.
Ovunque Ciclamino rivedeva frammenti di quegli attimi frastornanti e taglienti, frammenti di quello che tentava a forza di reprimere, di ricacciare indietro, di seppellire sotto una coltre di superficialità.
Ma il mondo sembrava divertirsi a prendersi gioco di lui ricordandogli in tutti i modi di quando, in un bagno di gres porcellanato, aveva commesso l’errore più grande della sua vita.
Lui, che solo qualche anno prima mai avrebbe pensato di arrivare a qualcosa di simile.
E invece eccolo lì, in piedi, la testa un miscuglio di frasi, parole seghettate e schizzi di energia.
Poi era uscito dal bagno, aveva fatto finta di nulla, la sua vita aveva ripreso il suo angosciante scorrere, in modo identico ma diverso.
Perché ora in ogni forma, in ogni colore, in ogni occasione, rivedeva sé stesso in piedi in mezzo al gres porcellanato.
Ponte. Notte. Buio. Lampioni. Glicine.
Cammina a passo incerto, gli occhi socchiusi; è tanto bello il ponte.
Le stelle brillano di luce lontana; è tanto bello il ponte.
Glicine, o, meglio, la persona che a quel tempo si chiamava Camillo, è felice; è tanto bello il ponte.
Sente l’energia prendere possesso di tutto, colorare la notte e farla diventare uno sprigionarsi di spruzzi di neon; è tanto bello il ponte.
Non sa quale sia l’ultima cosa che ha visto, quella notte. Sa solo che il rimorso fa male, e che l’alcool sembra sempre l’unica soluzione; è tanto bello il ponte.
Un cane… Sì, l’aveva ucciso, un cane, per sbaglio. Ma Primula sapeva benissimo che Tamerice non si riferiva affatto al cane. Si riferiva ad altro, a qualcosa di molto peggio, nonostante la storia del cane fosse già di per sé abbastanza oscura.
Sì, aveva ucciso il cane, e se ne pentiva tutti i giorni.
Sì, aveva ucciso il cane.
Almeno, la Primula tredicenne pensava di aver ucciso solo il cane. E invece aveva ucciso anche qualcun altro.
Il senso di colpa.
Una cosa tremenda, il senso di colpa.
E Orchidea lo sapeva bene. Se ne stava sdraiata sul suo letto, le mani strette a pugno, gli occhi spalancati pieni di lacrime. Fuori il sole splendeva debole, nonostante fosse ormai mezzogiorno.
Cosa aveva fatto!? La realtà le faceva male, il passato le rodeva il cuore. Aveva ignorato per troppo tempo il suo terribile errore; le sue cazzo di bugie avevano finito per intrappolarla, per toglierle il fiato, soffocarla, mentre lei, morente, rantolava chiedendo pietà.
Ma la colpa era stata solo sua, quindi a chi chiedere aiuto? Era una persona orribile. E il problema era che lei in fondo non voleva cambiare. Perché continuava a mentire? Che vantaggio le dava? Nessuno, oggettivamente. Solo un crescente senso di colpa.
Colpa, colpa, colpa. Era colpa sua. Dio, quanto era brutto ripeterselo nella testa! Ogni volta che ci pensava sentiva delle acute fitte al petto. Voleva urlare, ma così avrebbe rivelato tutto.
Nessuno poteva saperlo, nessuno lo sapeva.
Che razza di persona era diventata nel giro di un paio d’anni!? Cos’era successo, qual era stato il meccanismo mortale che l’aveva portata a diventare così!?
Il fatto che qualcuno potesse saperlo le causava brividi caldi: cosa sapeva davvero Tamerice? E, domanda ancora più importante: come cazzo faceva a saperlo!?
Quanto poteva fare male la consapevolezza? Perché era così brava a mentire, a manipolare, ad uccidere, pezzo dopo pezzo, l’anima di chi le stava intorno?
Sospirò, aprendo il cassetto. Le pastiglie, le servivano le sue pastiglie.
Ne versò fuori tre dal barattolo di plastica. Se le cacciò in bocca tutte insieme, pregando che l’effetto sopraggiungesse presto.
Ma la scarica di rimorso e dolore era troppa.
Riaprì il cassetto, riaprì il barattolo, se ne versò undici nella mano.
Le ricontò cinque volte: undici le avrebbero fatto come minimo perdere i sensi.
Le ricontò per la sesta volta. Le guardava, come preda di un incantesimo. Sarebbe stato facile, no?
Tutte insieme, tutte in una volta, e addio al dolore, almeno per un po’, forse per sempre.
Sentì un pettirosso cinguettare fuori dalla finestra.
Addio, senso di colpa.
Serie: Ne verremo a capo
- Episodio 1: Qualcosa
- Episodio 2: Lo rifaresti?
Un piccolo resoconto di alcuni dei personaggi questo episodio, che lascia intravedere qualcosa e che eppure non rivela ancora appieno. Sembra che ti diverti proprio a lasciare sulle spine i lettori 😂
“Ma il passato non passa sempre.
A volte si incaglia nel presente e oscura il futuro, a volte resta impigliato nella spirale del tempo e torna, a ondate troppo forti per essere bloccate.”: questa frase mi ha colpito molto, non solo perché è molto bella e significativa, ma perché credo sia il vero cuore di questo capitolo e, forse, dell’intera storia.
Ciao Giuseppe, innanzitutto ti ringrazio di cuore di essere ancora qui, mi fa davvero enorme piacere, i tuoi commenti sono sempre molto apprezzati. Spero di riuscire a trattenerti anche per i prossimi capitoli 🙂