
Lo scrittore di sogni
Stava lì seduto, su quella panchina che portava i segni del tempo mente le persone passavano. Ognuna di esse aveva un presente; un passato; un futuro. Lui lo sapeva, vedeva e sentiva perfettamente le loro emozioni, i loro desideri. Era un dono… o forse no. Alcuni giorni lo sentiva come un dovere, il dovere di aiutare le persone. Di notte le sognava, gli capitava spesso di svegliarsi con i vestiti fradici come se fosse uscito da un fiume in piena. Eppure, non aveva altra scelta, quelle visioni lo accompagnavano da tutta una vita. La prima volta gli capitò a scuola, quando un bambino prese posto accanto a lui.
«Ciao, io mi chiamo Giosuè, e tu?», gli domandò. Il fanciullo non rispose.
Tutto ad un tratto ebbe una visione: un uomo, alto e imponente, percuoteva una donna mentre un pianto acuto dilagava nella stanza. Giosuè rabbrividì. Quando tornò a casa scrisse tutto sul suo diario, desiderando per il suo compagno di banco una famiglia serena, una vita felice. Il giorno dopo il bambino non si presentò, il suo banco era vuoto. Giosuè si avvicinò all’insegnante: «Signora maestra, non c’è oggi il mio compagno di banco?»
«No Giosuè, Federico si è trasferito in un’altra città».
«Ma andrà ancora a scuola vero?»
«Certamente e conoscerà tanti altri bambini. Ora torna al tuo posto per cortesia».
Giosuè saltellò fino al banco, quando si sedette il suo volto assunse un’espressione sognante. Immaginava Federico, sorridente, mentre giocava nel giardino di casa con un cane enorme, ma buono mentre una donna lo osservava dalla finestra della cucina intenta a preparare una torta.
Quel giorno il sole splendeva e gli uccelli cinguettavano in risposta al tepore primaverile. Giosuè soleva spesso recarsi in quel parco. Non era di quelli ben curati, anzi, la natura lasciata a sé stessa seguiva le sue regole, il ché conferiva all’ambiente un aspetto selvaggio: era una sorta di oasi di naturalezza nel cuore della città. Giosuè afferrò il quotidiano, accavallò le gambe e iniziò a leggere. Quando si sentì leccare la mano alzò la testa: un cane, privo di guinzaglio, si era seduto ai suoi piedi.
Lo accarezzò. «Ehi ciao bello, sei tutto solo? Dov’è il tuo padrone?»
Una donna giunse di corsa. «Black! Vieni qui, Black! Mi scusi, è scappato, spero non l’abbia infastidita», disse con voce affannata
«Assolutamente no», rispose Giosuè, «Non l’ho mai vista da queste parti, è nuova in città?»
«Si, io e mio marito ci siamo trasferiti da poco, piacere Silvia».
«Giosuè piacere. E lui quindi è Black».
«Esatto».
La donna prese il guinzaglio e lo agganciò al collare del fido compagno.
«Vieni Black, andiamo. E’ stato un piacere, le auguro una buona giornata».
«Piacere mio, la saluto».
Giosuè osservò la donna allontanarsi, quando sparì dietro gli alberi, la sua vista si annebbiò e le sue mani cominciarono a sudare. Conosceva bene quei sintomi: era in arrivo una visione.
Vide un uomo con un camice bianco avvicinarsi a una donna su un letto di ospedale. Era proprio lei, era Silvia. «Stia tranquilla Signora, ora inizieremo il raschiamento», le disse. Silvia annuì in silenzio mentre le lacrime scendevano lentamente sul suo viso. Strinse le braccia intorno alla vita, voleva dare un ultimo abbraccio al suo bambino; dopodiché lasciò che il dottore facesse il suo lavoro. Nel frattempo, un uomo attendeva seduto in corridoio. Pregava, e poi piangeva. Quando non piangeva, pregava.
Quando gli ritornò la vista, Giosuè sentì i suoi occhi gonfiarsi di lacrime. Prese un fazzoletto, se lo passò sulle ciglia, chiuse il giornale e si avviò verso casa. Non appena varcò la soglia della porta si diresse in salotto, si avvicinò allo scrittoio, aprì il cassetto ed estrasse il suo taccuino. Vi soffiò sopra per togliere la polvere, era un po’ di tempo che non lo apriva, poi cominciò a scrivere ciò che aveva visto e ciò che aveva sentito Silvia desiderare nel profondo del suo cuore.
L’inverno passò, lento e rigido. Ci fu la neve; la nebbia; il gelo. Il parco si vestì prima dei tipici colori autunnali e poi di quelli invernali, ma la natura continuò a fare il suo corso e quando arrivò la primavera, i fiori sbocciarono e gli alberi fiorirono. Giosuè respirò a pieni polmoni quell’aria gioiosa in cerca di un posto al sole. Soffriva di reumatismi e il dottore gli aveva consigliato di sfruttare ogni occasione possibile per scaldarsi le ossa. Si fermò quando vide un cane corrergli incontro: era Black, ne era sicuro.
«Ciao bello, ci rivediamo! Come stai?»
Il cane scodinzolava danzando intorno a lui.
Dopo pochi istanti la voce della padrona riecheggiò nell’aria. «Black dove sei?»
Da un gruppo di cespugli apparve Silvia. Il suo viso era radioso e i suoi occhi verdi brillavano come pietre preziose al sole.
«Buongiorno… se non sbaglio noi ci conosciamo», esordì la donna, «come sta?»
«Eh, diciamo che affronto i problemi della vecchiaia. Ma mi dica di lei piuttosto… »
La donna appoggiò una mano sul suo ventre. «Io invece affronto i problemi della gravidanza» disse sorridendo.
Il volto di Giosuè si illuminò. «Oh bene, mi fa piacere, dopo tutto quello che ha passato…. ».
Silvia aggrottò le sopracciglia, «E lei come fa a saperlo… », domandò con un filo di voce.
«No bhè, lo immagino, si insomma, cambiare città e affrontare un trasloco non dev’essere stato semplice… »
«Ah, bhè in effetti non lo è stato», rispose Silvia
Black leccò la mano di Giosuè.
«Buono Black», lo redarguì la padrona
«La saluto signora, tante buone cose», disse l’anziano uomo
«Altrettanto. Andiamo Black».
Giosuè le sorrise, dopodiché si sedette su una panchina ed aprì il quotidiano, in pace con sé stesso.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Grazie Micol per il commento
Ho apprezzato molto questa storia, il filo di malinconia non rovina la sua dolcezza.
Grazie Lucia per il tuo commento 🙂
Profondo e poetico questo personaggio che, seduto su una panchina, vede il passato e i sogni della gente che incontra e poi li scrive: il suo è un dono, ma anche un fardello. Hai un tocco molto delicato.