Lo scroscio di una risata, simile a pioggia in primavera

Serie: Triskell


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nephelin si reca nella stanza del piccolo Dalain, nato in una notte di sventura, e fa la sua conoscenza.

Lo scroscio di una risata, simile a pioggia in primavera.

«Non ho mai visto quel libro.»

Dalain tentò di nasconderlo, sapendo che lo sguardo del cugino aveva già avuto tempo di indugiare sulla sovraccoperta di cuoio miniata con fregi dorati. «L’ho… trovato.»

Nephelim sedette accanto a lui, paziente. La primavera volgeva lentamente all’estate ed era piacevole riposare all’aria aperta, all’ombra dell’enorme melo piantato dalla defunta Lady. Sua madre. La soffitta era il suo Luogo del Cuore: vi trascorreva gran parte della giornata. Il libro era suo.

Dalain non era in grado di salire le scale da solo.

«Ho chiesto ad Alissa di portarmelo. Le ho detto di avere il tuo permesso, di scegliere quello con la copertina più bella: verde. È il mio colore preferito.»

Le labbra di Nephelim si piegarono in un mezzo sorriso, cercando di sembrare meno rigido.

Dalain era accorto. Aveva approfittato dell’ignoranza della balia per farsi portare quanto desiderava. A differenza della donna aveva imparato a leggere e fare di conto in fretta.

«Sai che quella “roba” è proibita. Dovrebbe essere bruciata sul rogo.»

Il bambino afferrò il libro con forza stringendolo al petto. Lo sfidò a dare seguito alla sua minaccia, ben sapendo che non lo avrebbe fatto.

«Non vi è nulla di proibito, ho letto a sufficienza per sapere che non è “roba” pericolosa. È la magia quella a essere stata bandita dal Regno, non la sua storia.»

Loreana era di quell’opinione: amava collezionare testi antichi che narravano del passato e dell’Antica Religione. Il marito considerava il suo un vezzo innocuo.

Sua zia non era mai riuscita a mettere mano nelle sue cose: le era proibito accedere alla soffitta. Una decisione che trovava d’accordo padre e figlio.

Dalain tornò a chiudersi nel silenzio, osservando alcuni ragazzi superarli di corsa. Erano molti i figli dei domestici a dimorare nella tenuta: erano diretti al pascolo, ridendo a gran voce. Riuscì a comprendere che la loro era una gara.

Nephelim osservò la sua espressione farsi triste. Non era solito lamentarsi: erano solo gli occhi scuri a far trasparire la malinconia.

Si alzò, porgendogli una mano. «Vieni.» Resse il suo sguardo, notando che aveva ripreso a stringere il tomo. «Dammelo, lo nasconderò sopra l’albero. Tua madre non è solita arrampicarsi come uno scoiattolo: l’idea di scoprire le caviglie la farebbe svenire per la vergogna.»

Afferrò il libro, salendo in fretta verso i rami più alti. Trovò un intrico di giovani fronde e lo occultò alla vista dei passanti.

Una volta a terra tornò a fargli cenno di raggiungerlo. Dalain si alzò incerto, sentendo il peso del suo sguardo: gli occhi di Nephelim erano del colore del ferro, grigi e decisi.

A differenza di altri non aveva paura del cugino. Sapeva che avrebbe dato la mano destra, quella con cui impugnava la spada, per lui. Così era sempre stato.

Dividevano la stessa camera da quando era nato. Nephelim dormiva di fronte a lui, lasciando che il suo respiro gli giungesse al volto. Aveva imparato a conoscere ogni alito al punto di addormentarsi solo se cullato da quello che sapeva essere il ritmo naturale. Ogni sussurro spezzato era sufficiente per fargli riprendere coscienza in fretta.

Dalain indugiò. «Perché mi vuoi bene? Sono del tutto inutile.»

Il ragazzo sapeva che aveva colto quel sussurro dalle labbra di molti: servitù e parenti. La sua fragilità portava molti a ignorare che la mente era pronta a fare suo ogni mormorio. Quell’espressione lo faceva somigliare a lui più di quanto avrebbe voluto. I loro lineamenti, i colori, non erano così diversi: entrambi chiari di carnagione e capelli, entrambi con i tratti del viso allungati e il naso sottile.

«Perché ammiro il tuo coraggio: combatti per la tua vita dal primo respiro. Non so se potrei portare il peso che ti opprime. È facile essere forti quando non si ha nulla da temere. Non sei inutile: non ti sarò mai pari in intelletto. Gli Hender hanno posato lo sguardo su di te da molto tempo.»

Gli volse le spalle inginocchiandosi a terra. In attesa.

«Vuoi… che salga sulla tua schiena?» Si avvicinò di qualche passo, intimidito.

Nephelim annuì, lanciandogli un’occhiata da oltre una spalla. «Sai come fare, non è diverso da quando saliamo le scale. Reggiti forte.»

Dalain gli strinse le braccia al collo e quando lo sollevò da terra sentì di poter toccare il cielo con un dito. Agganciò le gambe sui fianchi del ragazzo con tutta la forza che possedeva, lasciando che gliele cingesse con le braccia. Era abituato a farsi portare da lui quando il respiro era tanto corto da impedirgli il passo.

Sentiva la sicurezza di Nephelim attraverso il movimento fluido dei muscoli della schiena contro il petto magro. Drizzò la testa per osservare la prateria e quando si mise a correre un sorriso spontaneo gli allargò le labbra.

Mentre le gambe lunghe del cugino fendevano il mare d’erba davanti a loro, seppe di aver finto di non dare importanza a giochi come quello. Si era chiuso nella sua stanza escludendo ogni suono nel cortile, lasciando che la sua mente corresse e pugnasse per lui.

Raggiunsero il fienile in fretta, superando il gruppo di ragazzi che si era radunato lì. Alcuni li indicarono ai compagni, sorpresi.

Dalain avvertì il cuore battere forte: emozione.

Nephelim era abituato a correre per lunghi tratti di sterrato. La sua andatura si era fatta regolare: riusciva a trasmettergli la forza dei muscoli in movimento. Gli sembrò che anche i suoi rispondessero in qualche misura e si muovessero all’unisono. Le sensazioni che lo avvolsero non avevano paragone rispetto a quelle create dalla sua immaginazione.

Si accorse di ridere solo quando la sua stessa voce gli giunse alle orecchie in un urlo euforico.

Nephelim decise di tornare sul cammino di casa non appena lo sentì riprendere fiato dal riso che lo aveva colmato. Anche se in quel periodo Dalain rispondeva bene ai medicinali, non intendeva abbassare la guardia. Sapeva di essersi meritato una tirata d’orecchi da Alissa e non intendeva mettere in pericolo la salute del piccolo.

Trovò la balia sulla soglia della magione, a braccia conserte. Uno dei figli doveva averle raccontato di averli visti correre oltre il fienile.

La donna controllò il volto arrossato del piccolo a cavalluccio, strizzando gli occhi come una megera. Lo prese in braccio senza lasciare a Nephelim il tempo di obiettare, stringendolo a sé come una chioccia furiosa. «Spero tu sappia quello che stai facendo, saputello!»

Era l’unica a chiamarlo in quel modo: l’unica a cui lo avrebbe permesso. «Sta bene, non vedi com’è contento?»

Alissa osservò Dalain con occhio critico: sembrava ubriaco. Continuava a ridacchiare, tenendosi aggrappato al suo collo. Rivolse un’occhiata sdegnata al più grande. «Con tutti i denari che spendi per procurargli medicamenti degni di un Re dovresti trattarlo come un vaso di cristallo!» Tornò a concentrarsi sul bambino, scrutandogli il volto. «È tutto sudato… ha bisogno di un bagno caldo. Renditi utile e chiedi a Glinee di portare un paio di secchi nella sua stanza.»

Nephelim le fece omaggio di un mezzo inchino. «Cosa fatta, Mia Signora.»

Lo scroscio di una risata, simile a pioggia in primavera. Sottile, intensa. Magia. 

Serie: Triskell


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Discussioni

  1. Mi piacciono le relazioni, d’affetto e di rispetto, che ci sono fra i tre personaggi finora presentati.
    Tutto procede bene e gradualmente, lasciando alla storia il giusto tempo per evolversi.

    1. Confesso di essermi sentita bene nel scrivere questa storia: all’apparenza è idilliaca, ma credo fermamente che esistano persone come Nephelim. Persone la cui sola esistenza può dare un motivo per sorridere al mattino.

  2. Piacevole anche questo episodio. Mi piace il rapporto di protezione e complicita` tra Alissa e Nephelim. E quello tra Nephelim e il piccolo Dalain. Sono curiosa di scoprire come procedera` la storia.

    1. “Respiro” dà voce al punto di vista di Nephelim: è un personaggio senza ombre, sebbene scostante sa dare valore a chi gli è accanto. Alissa è una figura materna, per lui, è mi è piaciuto giocare sul loro rapporto rendendolo scherzoso.