Lo strano ragazzo

Serie: Attese


Ci rendiamo conto di ciò che abbiamo sempre quand'è troppo tardi. Ma cosa accade se, uno strano ragazzo, ci fa aprire gli occhi, mostrandoci la nostra felicità?

Quello era l’orario di chiusura del Feel Good, rinomato ristorante per quella che veniva definita “cucina di classe”. Anna e altre due cameriere stavano sparecchiando gli ultimi tavoli, affaccendandosi a portare in cucina pile di piatti sporchi.

L’ultimo cliente si alzò in quel momento, pagò il conto alla cassa e si diresse verso l’uscita. Era un ragazzo sulla trentina, ed era un tipo davvero strano: da un mese a quella parte si presentava tutti i giorni al ristorante, all’orario di apertura, richiedeva sempre lo stesso tavolo per due, quello vicino alla finestra. Dopodiché si sedeva, ordinava la specialità del giorno e restava seduto lì fino all’orario di chiusura. Non si alzava mai, neanche per andare in bagno, ed era sempre da solo: arrivava da solo, mangiava da solo e se ne andava da solo. E non che passasse un giorno senza che lui si facesse vedere! Anche con l’influenza si recava a mangiare lì.

Anna ricordava una volta in cui ci fu una grande bufera di neve: tutta la città era bloccata, i telegiornali consigliavano vivamente di non uscire di casa se non in caso di necessità. Quella sera il ristorante era praticamente vuoto e il proprietario aveva deciso di chiudere ma, alle 20:30 precise, quel ragazzo arrivò e chiese di sedersi al solito tavolo. Giovanni, il caposala, cercò di farlo ragionare, ma lui non voleva saperne nulla. Disse che potevano anche non portargli la cena, ma lui doveva restare lì fino alla chiusura. Alla fine, Giovanni cedette e gli fece servire una zuppa calda che gli servì la stessa Anna.

All’inizio quel ragazzo era stato la principale attrazione per tutti i dipendenti del Feel Good ed erano iniziate le scommesse sul perché si recasse tutte le sere lì, da solo: Giovanni riteneva che fosse uno studente che non sapeva cucinarsi neanche un piatto di pasta, il tipico figlio di papà che non ha mai dovuto alzare un dito neanche per pulirsi la bocca perché c’era qualcuno che lo faceva al suo posto; Marta pensava che fosse un killer psicopatico che si appostava lì ogni sera per cercare le sue prossime vittime; Anna, invece, non aveva idea del perché quel ragazzo fosse lì, ma di una cosa era certa: era infelice e soffriva, molto.

Alla fine del mese, però, tutti avevano perso interesse per lui, che ormai era considerato come un “pezzo di arredamento della sala”, e si erano concentrati su una strana coppia che aveva iniziato a frequentare il ristorante: lui era un bell’uomo, pacato e ricco, mentre lei era una nevrotica con la puzza sotto il naso. La scommessa era: quanto sarebbe durata la loro relazione?

«Bene ragazze, per stasera abbiamo finito. Ci vediamo domani» disse Giovanni.

«A domani Giovanni» rispose Anna mentre indossava il suo giubbotto di toppe.

«Vuoi un passaggio?» le chiese Marta, mettendole una mano sulla spalla.

«No grazie, non preoccuparti.»

«Va bene, come preferisci. A domani allora.»

«A domani.»

Anna abitava dall’altro lato della città e per tornare a casa doveva prendere due autobus notturni: certo, non era il massimo dopo una giornata di lavoro, ma preferiva prendere i mezzi anziché approfittarsi della gentilezza di Marta.

Un’ora e due autobus dopo, Anna era rientrata a casa: aveva aperto la porta, si era tolta il giubbotto ed era andata in cucina a farsi una camomilla. Tra quelle quattro mura si sentiva estremamente sola: non riusciva a considerarla casa e poi stare lì le ricordava in continuazione che la sua vita stava andando a rotoli.

Si era sposata molto giovane, a diciannove anni, dopo solo sei mesi aver conosciuto Marco. Non appena lo aveva visto, fermo sotto il lampione della sala giochi, i loro sguardi si erano incrociati e Anna aveva capito che lui era l’uomo che voleva avere al suo fianco per tutta la vita. E per lui era stata la stessa cosa. Non avevano perso tempo: erano usciti insieme cinque volte, si erano fidanzati e, dopo sei mesi, erano convolati a nozze. I suoi genitori non erano affatto d’accordo, ritenevano che fosse troppo piccola per sposarsi, ma lei non aveva voluto sentire proteste e aveva passato i quattro anni più belli della sua vita.

Questo fino all’anno prima, quando il proprietario dell’appartamento in cui vivevano li aveva sfrattati e Marco aveva avuto un’idea che l’avrebbe resa infelice.

«Perché non compriamo una casa nostra? Una casa in cui far crescere i nostri figli senza il timore di poter essere cacciati via» aveva detto un giorno. E Anna, senza pensarci, aveva risposto di si. Erano andati in banca quel giorno stesso, avevano chiesto un prestito e avevano comprato quella piccola casa dall’altro lato della città.

Adesso, dopo un anno, quell’idea non le sembrava più così tanto meravigliosa. Per poter pagare il prestito lei si era ritrovata a lavorare come cameriera al Feel Good e suo marito sgobbava dalla mattina alla sera in un’officina meccanica, facendo lavori extra il sabato e la domenica.

Quella costante necessità di soldi e quei terribili lavori li avevano allontanati sempre di più: certo, adesso avevano una casa tutta loro, ma a che prezzo? Ci sarebbero mai stati dei bambini a scorrazzare nel giardino? Non ne era più tanto sicura. Così si era ritrovata a sentirsi completamente sola dentro la sua stessa casa.

Finito di bere la camomilla Anna lavò la tazza e la ripose sul lavello ad asciugare. Poi aprì la porta della camera da letto: Marco dormiva profondamente girato sul lato, russando leggermente. Anna restò per qualche secondo ferma sulla soglia a guardarlo, poi richiuse la porta e si mise a dormire sul divano.

Serie: Attese


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Ciao Giuseppe 🙂
      Ho usato questa frase perché, dal mio punto di vista, ogni decisione che prendiamo nella vita ha dei pro e dei contro, quindi “un prezzo da pagare”. Poi sta a noi decidere se quel prezzo ne vale la pena oppure no.

  1. Ohhhhh! ♥ Adoro i racconti astronomici su mondi lontani che improvvisamente si attraggono facendo pensare ad un disastroso impatto, ma magari poi si sfiorano semplicemente, si scambiano i profumi delle proprie atmosfere aliene per poi tornare ad allontanarsi nuovamente… Il ragazzo senza nome è un pianeta che incuriosisce, attira l’attenzione con tutte quelle nubi colorate che ne celano la superficie. Anna è invece è un mondo abbastanza limpido, non sembra nascondere grandi misteri. AH! Mannaggia! Ora non vedo l’ora di leggere il prossimo episodio!

  2. Due mondi diversi, due solitudini a confronto. Prima ci narri del ragazzo, poi di Anna. Mi è piaciuto come hai diviso le due parti del racconto, quasi volessi sottolineare che prima o poi le loro vite si incroceranno, ma non ora. Ora sono preda della loro tristezza. E Anna a un certo punto intuisce quella del ragazzo, come fosse uno specchio della propria. Almeno, personalmente ho avuto questa sensazione. Mi sei piaciuta molto. Aspetto il seguito.

  3. Leggendo il racconto, l’impressione è che la protagonista sia Anna, una giovane donna all’interno di una relazione che forse non è come se l’aspettava. Eppure quel ragazzo con cui apri la narrazione, così abitudinario, così strano nella sua normalità ripetuta, ha attirato la mia attenzione. Penso che tu sia stata brava ad aprire la narrazione con questo personaggio, suscitando curiosità nel lettore!