Lontano dai miei verdi campi 

Serie: Dalla boccia del pesce rosso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ognuno di noi nuota in tondo, insensibile al sapore del mondo altrui. Voglio farvi intravvedere la realtà della mia boccia, ma in piccoli frammenti, un poco distorti dallo spesso vetro che ci divide.

L’erba tra cui ero cresciuta era ruvida, accumulata in covoni che riempivano i tetti delle fattorie, con quell’odore acido che ti riempiva i polmoni e saturava le narici per un bel po’. Mia madre non poteva soffrirlo, ed ogni volta che ci avvicinavamo al sottotetto di legno scuro e consumato, rallentava il passo e restava a guardarci da lontano. I miei due cugini maschi arrivavano sempre per primi a lanciarsi sui montoni di fieno, alzando nuvole di polvere e di mosche, con quei capelli marroni tagliati corti e quattro file di dentoni bianchi che brillavano come piccole perle contro la pelle abbronzata. Eravamo ancora tutti in quell’età per cui le pacche sulle spalle, gli abbracci sudati e gli sgambetti li ricevevi pure se eri una ragazzina dalla frangetta corta e storta come me. 

Non so di cosa profumassero le estati degli altri, ma in quegli anni, le mie sapevano di pini verdi e resina che colava dai tronchi rugosi, e che mio padre era solito ciccare quando andavamo per boschi e sentieri. Ne prendeva un poco sul pollice per poi riscaldarla sfregandola con le altre dita, fino a renderla malleabile come cera e poi con gli incisivi ne staccava un’estremità e ce la offriva, sfidandoci a metterla in bocca senza sputarla.

Il mio paesello sembrava staccato dal resto dell’universo: il vetro della nostra vasca finiva alla recinzione dell’ultimo giardino, accanto alla strada che poi si inoltrava tra gli alberi e scendeva lentamente verso il fondovalle, un curvante dopo l’altro. Ma per quanto le nostre notti silenziose ed il poter respirare liberamente senza troppo fottersi i polmoni potessero sembrare un Eden, ogni pesce rosso non può veramente sapere il gusto dell’acqua della boccia accanto, fino a quando non vi é bell’immerso e senza più tante possibilità di uscirvene, se non volendosi far ritrovare, la mattina, secco sulle piastrelle.

Ed allora dietro al surreale paesaggio ed alle tradizioni centenarie, io vedevo i mariti che si passavano le mogli, e le mogli che andavano a letto con i fidanzati delle proprie figlie; famiglie che cambiavano marciapiede quando si incontravano e si scrivevano insulti su cartelli che poi andavano a piantare nei rispettivi campi. Gente che sotterrava cadaveri di mucche nei giardini di altri, e nascondeva i resti delle macchine che si erano andate a schiantare alle due di notte, sperando che la polizia non bussasse alla porta di casa di una madre, che non avrebbe comunque saputo rispondere alla domanda “Dov’è suo figlio”.

I turisti ricercavano la fragranza dell’erba tagliata; io ero stata abituata a riconoscere quella di lacrime ed alcool, mischiati senza rimorso e considerazione, la bevanda magica d’una gioventù malferma sui propri piedi. Non posso parlare dei ragazzi e delle ragazze di altri mondi, ma posso ricordare quelli tra cui sono cresciuta: funambuli nel tentativo di non perdere l’equilibrio, sul bordo del baratro, che fosse il fondo del bicchiere o la strada che si faceva sempre più stretta, la macchina sempre più veloce, la traiettoria sempre più difficile da mantenere.

Come la religione fa dimenticare i dolori e rende l’esistenza più sopportabile, la paura della morte forse quasi inesistente per alcuni, così il bere pareva bloccare il tempo ed annullare la loro consapevolezza di starne perdendo ad ogni respiro, la clessidra che non ti guarda piangere e morderti le guance per non urlare.

I giovani di cui parlo, non erano difficili da riconoscere; con le loro teste appoggiate al muro, all’indietro, o la fronte appiccicata sul tavolo. 

Me li ricordavo quando ancora non avevano peli sul corpo, la voce cristallina, i palmi lisci; ora i loro sguardi fissavano il mondo appannati. Le stesse mani che avevano con forza sbattuto i righelli sulle teste d’ogni ragazzina che non lasciava loro la strada libera, erano ora attorno al vetro caldo e spesso dei boccali, macchiate dal colorante di un Campari Soda. 

I miei giovani non erano altro che ombre delle loro stesse anime e nel vederli, mi chiedevo cosa stessero cercando di riempire nei propri petti, così disperatamente. Non avevamo forse gli stessi demoni da cui nasconderci, eppure quante volte mi ero guardata allo specchio e la medesima vuota espressione si era fatta trovare nel riflesso:  osservandomi dall’altro lato del baratro, con il volto paonazzo ed il gusto acido del vomito ancora in gola, alcune nocche callose e altre tagliate dal tanto sfregare contro i denti.

Non restava che ad ognuno il proprio veleno per anestetizzare il terrore che consumava me come forse anche questi ragazzini, e uomini senza barba ancora, dimenticati dai rumori della città, soli tra i seni di roccia d’una madre che non apriva bocca se non per urlare, o piangere tra le braccia d’un uomo che non potevano chiamare “papà”.

 

Serie: Dalla boccia del pesce rosso


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Discussioni

  1. Bene, accipicchia. La prima impressione è confermata e, soprattutto, una forma pressoché perfetta. Ma è solo il parere di un lettore come un altro.

    Spiazzante, con un andamento non prevedibile e, soprattutto, non studiato a tavolino. Un Amarcord, certo, non il primo né l’ultimo, ma da uno sguardo trasversale. Specchio, mi sembra, di una gioventù perduta.

    Ora, si dà il caso che, per assonanza, io ricordi qui un film di Hollywood del 1955. Difficile indovinare.

    A rileggerti: se continui così, senza distrazioni, “spacchi” per dirla come i giovani.

  2. Il primo racconto mi aveva lasciato un po’ perplesso, benché scritto molto bene. Questo secondo invece mi ha colpito ed è servito pure a comprendere meglio il precedente. Mi è piaciuto molto, sia per lo stile che per l’argomento trattato.
    Brava, seguirò la serie.

  3. Un racconto molto amaro e coraggioso il tuo, dove protagonista è una gioventù che non sa cogliere la vita, quella vera. Il tema dei pesciolini chiusi nella boccia ritorna, giustamente opportuno come metafora della fatica che tu descrivi così bene. È veramente un piacere leggerti, come immergersi nelle tue parole. Bravissima