Si nascondono nei cappotti

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Le frequenze di Adler Venn, i cappotti dei fantasmi, le voci nella testa. Le diverse frequenze di Torino. Il sangue sui marciapiedi.

I fantasmi di Torino non gli chiedono niente.

Questo è quello che Alder ha capito nel tempo — che i morti non hanno bisogno di niente da te, non ti cercano, non ti accusano. Passano. Attraversano le strisce pedonali con quella loro leggerezza di chi ha già lasciato andare il peso, quella polvere sotto i piedi che non è polvere ma è il residuo di qualcosa che non ha ancora trovato un nome.

Li guarda passare.

Natan dice — contali.

— Perché.

— Perché chi conta i morti non li teme.

Alder comincia a contare. Tre sulle strisce di via Po. Uno fermo sotto il portico di fronte, immobile, con il cappuccio tirato su anche se non piove e non c’è vento. Due che camminano in direzione del fiume come se il Po fosse una destinazione e non solo un bordo della città.

Andrew ha smesso di ridere.

Anche Andrew vede i fantasmi quando vuole. Solo che li guarda in modo diverso — li guarda cercando qualcosa di ancora vivo in loro, qualche residuo di carne e di calore, e quando non lo trova si annoia e si gira dall’altra parte.

— Quello sotto il portico ti sta guardando. — dice Andrew. Senza il ghigno questa volta. Con una voce leggermente diversa, quella voce che ha raramente, quando il desiderio si ritira e resta solo il riflesso animale di chi percepisce un pericolo.

Alder guarda il fantasma sotto il portico.

Il fantasma sotto il portico lo guarda.

I fantasmi non guardano, normalmente. Passano, attraversano, lasciano polvere. Non si fermano. Non stabiliscono contatto.

Questo è fermo da quando Alder ha girato l’angolo.

Da prima, forse.

Omen vede quello che Alder non vede ancora.

Vede che il fantasma sotto il portico non ha il cappotto con il cappuccio.

Ha un camice azzurrognolo fino ai piedi.

E i piedi toccano terra.

Alder attraversa la strada.

Il fantasma non si muove. Aspetta — con quella pazienza specifica di chi ha tutto il tempo del mondo o non ha più tempo affatto, di chi non distingue tra le due cose perché per lui sono diventate la stessa cosa.

Da vicino Alder vede che è un uomo. Cinquant’anni, forse sessanta. Capelli bianchi tagliati male. Gli occhi chiari di qualcuno che ha guardato troppo a lungo qualcosa di fisso e adesso fatica a mettere a fuoco le cose che si muovono.

— Tu sei Adler. — dice l’uomo.

Non è una domanda.

— Sì.

— Ti stavo aspettando.

Andrew dice sottovoce — scappa.

Natan dice — ascolta.

Omen non dice niente. Guarda l’uomo con quella qualità di attenzione che riserva alle cose che riconosce senza sapere da dove.

— Chi sei? — chiede Alder.

L’uomo sorride. Un sorriso stanco, quasi gentile, il sorriso di qualcuno che ha percorso una distanza molto lunga per arrivare qui e non ha energie per fare altro che sorridere.

— Sono uno di quelli che hai dimenticato. — dice. — Ma non tutti ti hanno dimenticato.

Poi allunga una mano.

Nell’altra mano, quella che teneva lungo il fianco, c’è qualcosa.

Un foglio.

Piegato in quattro. Con qualcosa di rosso che filtra attraverso la carta come se il colore fosse bagnato, come se fosse ancora fresco, come se qualcuno l’avesse disegnato pochi minuti fa o pochi secondi fa o adesso, proprio adesso mentre Alder lo prende tra le dita e lo apre lentamente nel freddo di marzo sotto i portici di Torino.

Una porta.

Senza maniglia.

E al centro — non nell’angolo, non sul bordo, al centro esatto — la macchia rossa che preme dall’interno.

Più grande di prima.

Alder alza gli occhi.

Sotto il portico non c’è nessuno.

Solo polvere.

E quella qualità dell’aria che cambia quando Omen si ritira — quella pressione che viene meno, quel respiro della stanza che torna normale, quella sensazione di essere di nuovo soli dentro se stessi.

Quasi soli.

Alder rimette il foglio in tasca.

Cammina verso il fiume.

Continua...

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