Lotta di classe

Il gruppo era pronto.

Rastrelli, badili, cesoie, sacchi per l’immondizia; senza il fratino con le insegne di partito, sembravano una cooperativa sociale di giardinieri. Il circolo però era qualcosa di diverso, lo era sempre stato: legato con orgoglio alla propria tradizione ideologica, ancora animava la vita di quartiere con i suoi interventi sociali e gli iscritti tenevano viva la partecipazione. Non lo facevano per moneta, ma per passione: sicuramente qualcuno poi sarebbe asceso a incarichi più prestigiosi ma ora, giovani ed entusiasti, volevano solo entrare, a modo loro, nel fermento dell’attivismo, facendo sentire una presenza diversa dove più mancava la municipalità. E se questo significava sostituirsi ai servizi pubblici anche nelle mansioni più umili, ben venga lo stesso: oggi, giornata della pulizia del verde, partivano armati ed equipaggiati per rassettare la strada più centrale del quartiere.

Il gruppo e la sua organizzazione giravano da sempre intorno al segretario, un ragazzone aperto e gioviale di nome Giorgio, a cui veniva molto facile coinvolgere e motivare quei ragazzi che come lui sentivano nel cuore il bisogno di partecipare, di contribuire. Giorgio aveva un modo di fare franco e diretto. Con lui tutto sembrava facile e il circolo si muoveva coeso, fino al momento in cui si era trovato a gestire un nuovo acquisto, tanto improvviso e invadente quanto dimesso e riservato.

Un uomo anziano spiccava in quell’accolita di giovanotti. Robusto, dai capelli pochi e bianchi, vestiti vecchi come lui e come lui ben tenuti, scarpe lucide, era lì forse perché quelli del circolo lo avevano coinvolto o forse perché era lui che aveva voluto farsi coinvolgere. I ragazzi lo avevano incrociato più volte dinanzi alla sede sociale quando, con le gambe rigide e ben piantate e lo sguardo corrucciato, ne osservava l’insegna. Si fermava lì ogni giorno, fermo di fronte, quasi a sfidarla e poi riprendeva la lunga passeggiata da pensionato, che lo conduceva alla scuola dei suoi nipoti.

Non era proprio di strada il circolo, doveva fare un lungo giro per arrivarci, ma il tempo non gli mancava e, soprattutto, si ricordava di quando quel circolo, che allora si chiamava in modo molto più scorbutico sezione, lo aveva visto protagonista di calde discussioni e anche di qualche allegra bevuta.

“È di nuovo lui?” Con questa domanda innocente, Giorgio aveva fatto partire il tutto. Si era accorto che erano in diversi a sbirciare da dietro la tende e Luisa che, più di tutti, era rimasta colpita da quella presenza, gli rispose. “Già, proprio lui. Ma se gli interessiamo tanto, perché non entra?”

“Forse bisognerebbe chiederglielo?” replicò Giorgio che sapeva leggere tra le righe. E Luisa uscì.

“Buongiorno, ci fa piacere vederla passare spesso da queste parti. Le interessa il nostro circolo e la nostra attività? Perché non si accomoda, magari possiamo fare qualcosa anche per lei? O magari con lei?”

Vittorio non si mosse, fermo con le mani incrociate dietro la schiena e lo sguardo triste. Nel circolo non c’era mai entrato e non voleva entrare, ma non voleva nemmeno andar via. Cercava una scusa, forse, o magari proprio quell’invito.

“Entra?” continuò imperterrita la ragazza, col sorriso più accogliente che potesse offrire. “Io sono Luisa.”

Lui si risvegliò e lo sguardo passò dal curioso al duro. La squadrò, pensò che non fosse un pericolo e si rilassò per un attimo, prima di riprendere l’atteggiamento distaccato. “Rosetti Vittorio, ma tutti mi chiamano mastro Vittorio. Grazie, ma non entro. Conosco bene questo posto, anche se quando lo frequentavo si chiamava sezione. È per questo che non posso entrare, mi sta chiedendo di tradire i miei ricordi. No, circolo, no, non ce la posso fare.”

Un vecchio compagno, pensò la ragazza, rilassandosi anche lei. “Magari cambiano i nomi, ma i valori restano. Facciamo ancora quello che si è sempre fatto.”

“E cosa ne sa lei di cosa si è sempre fatto?”

“Non c’ero, ma conosco le storie e la storia. Cambiano i modi e i tempi, ma lo spirito è sempre lo stesso e sappiamo metterci al servizio dei cittadini per rendere questo mondo migliore.”

Vittorio avrebbe voluto essere caustico, pungere quella presuntuosa e farle sentire il peso dell’esperienza e delle delusioni, ma sapeva anche che non lo avrebbe mai fatto perché non voleva spezzare quegli stessi sogni che erano stati i suoi.

Tentennò e la sua attesa fu fraintesa.

“Domani ci sarà un’attività di impegno, qualcosa di importante per il quartiere. Sarà con noi, Vittorio? Mi dica di sì.”

Come si fa a rifiutare, quando un invito così perentorio ti viene da due occhi lucenti ed entusiasti. È vero, lei potrebbe essere mia figlia o forse anche una nipote più grandicella, ma l’entusiasmo non si paga ed è dolce farsi trascinare. E poi, perché vuoi tirarti fuori, cos’altro hai da fare, vuoi davvero continuare a girare a vuoto, aspettando di poter andare a prendere i ragazzi a scuola.

L’appuntamento fu preso e così anche Vittorio si industriò ad indossare il fratino del partito. Il gruppo eterogeneo ora era al completo e pronto a partire.

Luisa guardava i suoi compagni. Si capiva che c’era intesa: valori condivisi, età verde, estrazione sociale. Era soprattutto orgogliosa di aver coinvolto Vittorio. Tanto a guardarlo sembrava fuori luogo in mezzo a quei giovanotti di buona famiglia, tanto se ne era impossessato velocemente e con piglio. Sul campo, stava mettendo a frutto la sua esperienza di capomastro: aveva diviso i compiti, spiegato l’uso degli attrezzi, organizzato la sequenza delle operazioni e quella che era partita come una scampagnata si era trasformata in un’industria operosa. Enrico, tu sfalcia fino alle scale; Sara, col rastrello raccogli; Giangi, occupati dei sacchi. Lavoravano bene e in allegria, la gente si fermava a guardare e qualcuno iniziava anche a dare una mano. Non era mai successo, succedeva ora.

Vittorio era il più attivo, incurante dei capelli bianchi. Aveva preso a cuore l’impegno e sentiva il peso della fiducia che quei ragazzi ponevano su di lui. Non si fermava, andava avanti e indietro tra suggerimenti e insegnamenti, come se non sentisse la stanchezza. Sorrideva.

Poi, quando il gruppo cambio lato della strada, girando intorno alla curva che portava al rettilineo verso la piazza, d’improvviso si fermò.

Ritto, silenzioso, con la falce in mano e lo sguardo rivolto in avanti, fece una certa impressione ai ragazzi che non osavano avvicinarsi. In quel momento lo sentirono distante, impauriti che potesse essere un problema di salute, speranzosi che si stesse solo riposando.

Luisa si sentì in obbligo di intervenire, lo affiancò e si accorse che Vittorio non la vedeva, assorto e lontano nel suo pensare. Lo toccò sul braccio e solo allora lui sembrò svegliarsi.

Il sorriso era diventato mestizia. “Questo posto è legato a tanti ricordi, tanti dolori. Qui, proprio in quei locali dove ora c’è l’estetista, c’era una sede di partito, non la nostra, anzi. La evitavamo sempre, per scansare problemi, ma un giorno successe. Accadde proprio qui, non dove hanno messo la lapide commemorativa, ma qui, dove siamo noi. Era un ragazzo, della tua età, un nostro compagno e qui lo uccisero, mentre andava a distribuire volantini.”

Fece un giro su sé stesso per orientarsi.

“Era un po’ diverso, allora: la strada era a doppio senso, ma le auto erano molto meno e c’era uno spiazzo verde dove ora vedi quel palazzo. Lui stava scendendo per recarsi verso la piazza, stava facendo questa strada, la stessa che stiamo ripulendo ora, nella stessa direzione. Loro lo fermarono. Si dice che fossero quattro o cinque, ma non si è mai scoperto. Si dice anche che vi fossero agenti che avrebbero dovuto intervenire e non lo fecero. Lo accoltellarono, più volte. Quella mortale fu alla gola. Poi scapparono e lo lasciarono morire dissanguato.”

Si avvicinò al luogo che aveva davanti agli occhi e si accovacciò ai piedi di un muretto di recinzione. Luisa seguiva in silenzio.

“Qui c’era una pozza di sangue. L’abbiamo pulita noi quando hanno portato via il corpo” e vedeva cose che gli altri non vedevano, faceva ampi gesti con le braccia, respirava con affanno.

Luisa avrebbe voluto sapere cosa dire, cosa fare, ma non lo sapeva e restò lì, in silenzio in piedi accanto a Vittorio, in un irreale raccoglimento in un viale ossessionato da vetture rumorose e clacson impietosi.

Giangi svoltò dalla curva. Sporco in volto e sulla tuta, si avvicinò euforico trascinando due sacchi ricolmi di verde e spazzatura. “Stiamo andando forte e abbiamo pulito tutta la scalinata. Quanta immondizia, sterco e altro abbiamo trovato. Niente siringhe però. Non abbiamo ancora finito, ne abbiamo ancora per un bel po’.”

La ragazza prese Vittorio sotto braccio, come per aiutarlo ad alzarsi. ‘Dai, andiamo, abbiamo una missione da compiere. Puliamola questa città” e gli consegnò la paletta e i sacchetti. Riguardò per terra, immaginando il ragazzo moribondo nella pozza di sangue. “È davvero cambiata la politica.”

Vittorio la scrutò di nuovo e di nuovo pensò che sarebbe stato ingiusto ferire quel sogno che era stato anche il suo. “Ti sbagli, Luisa, la politica non è cambiata per nulla, perché significa sempre sporcarsi le mani. Però è meglio sporcarsi le mani di fango che di sangue.”

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Discussioni

  1. Un racconto che diventa denuncia sociale e al contempo nostalgia di un passato che, proprio perché incastonato in un tempo oramai terminato, non può tornare. Si ripresenta sotto forma di nostalgia o magari, come ci illustri così bene tu, trasformato e adeguato alle necessità delle comunità odierne. La frase conclusiva è uno spiraglio sulla speranza, però io, personalmente, credo che la ragazza abbia ragione quando afferma che la politica è davvero cambiata. Forse quell’idea unitaria e di appartenenza al partito si è totalmente dissolta. E’ buona cosa quando si converte in forza di quartiere, così operosa e generosa nel suo sostituirsi alle istituzioni. Chiudo facendoti i complimenti per questo racconto originale e aggiungo che mi sono sentita come in una canzone di Rino gaetano. Molto bravo.

    1. Sempre puntale, penetrante e cortese. Poi c’è Rino Gaetano, cosa si può volere di più?
      Ho pagato un debito, per una intuizione di Flannery O’Connor e sono contento che ti sia piaciuto.
      Grazie