L’ottava vittima

Sono un assassino. Ho ucciso già sette volte.

Lo sono diventato da quando la mia anima non prova più nulla. Rimorso, paura, senso di colpa.

È successo quel giorno in cui il dolore l’ha oscurata.

Stamattina ci sarà il mio ottavo omicidio.

Non ricordo i volti dei primi due. Del terzo sì, ma solo le mani. Tremavano. Non per paura: per il freddo. Il freddo è sempre stato il mio nemico. Faceva freddo anche dentro, ma allora non lo sapevo ancora. Credevo fosse silenzio. Era solo rumore coperto. Rumore della mia anima che vibrava all’unisono con il mio cuore.

Da lì ho imparato a non ascoltare niente. Non serviva, confondeva soltanto.

Era passato del tempo, non ricordavo più. Quel rumore non lo sentivo più. Era passata la tempesta.

Ma poi solo un attimo, una parola. Forse una poesia, una canzone. Chissà. E l’inverno è tornato. Di nuovo il buio e quel calore che parte dal basso ventre. Dalle viscere più profonde. Ho imparato presto che non serve rabbia. La rabbia sporca. Io lavoro pulito. Entro, faccio quello che devo fare, esco. Nessun colpo inutile. Nessuna parola. Le parole restano incastrate addosso, e io non voglio portarmi dietro niente.

Il quarto, e poi il quinto. Volevano rimanere con me, ci hanno provato. Ma io non ho voluto, li ho scacciati. Tornavano, spingevano. Soprattutto la notte. Ma io ho sempre chiuso, ho sempre pulito tutto. Mi hanno parlato di coscienza, non c’entra con quello che io sono.

Dicono che dopo un po’ non senti più nulla. È vero, ma non come pensano loro. Non è vuoto. È troppo pieno. Come quando il dolore non passa e allora smette di farsi sentire. Non perché se ne sia andato, ma perché ha occupato tutto.

Il sesto il peggiore. Gli occhi, grandi, luminosi. Voleva dirmi qualcosa, non gliel’ho permesso. Ma mi guardava. Non smetteva. Sentivo l’odore del suo sguardo. Dolce. Marcio. L’odore della paura.

Il settimo è stato facile. Aveva una cucina piccola, ordinata. Sul tavolo una tazza ancora calda. L’orologio appeso al muro che bloccava per sempre il tempo. Ho pensato che qualcuno l’avrebbe cercato presto. Questa è stata l’unica cosa che ho pensato.

Poi però qualcosa è cambiato. Al dolore non bastava più quello che aveva occupato. Voleva di più. Voleva anche la parte più importante, quella che gli era sempre stata proibita. Reclamava il suo potere, esigeva la sua ricompensa. Siamo arrivati a stamattina.

Stamattina è diverso.

Stamattina so chi è l’ottavo.

Lo so perché mi guarda ogni volta che passo davanti allo specchio.

Non dice niente. Non ne ha mai avuto bisogno. Ci siamo sempre capiti solo con uno sguardo.

È l’unico che non ho mai potuto lasciare lì, immobile, con gli occhi aperti.

Mi vesto lentamente. Non per rituale. Perché il tempo adesso pesa.

Quando esco di casa porto con me solo quello che serve. Come sempre.

La differenza è che, per la prima volta, so che dopo non ci sarà nessun silenzio.

E forse è questo che mi fa paura.

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