
Luce a ovest
Il Cappellaio cammina svelto e si guarda attorno con occhi stralunati. Scosta con mani frenetiche le fronde dei rami che gli frustano il viso. È smarrito, perché Alice non è tornata. C’è profumo di lei nell’erba, c’è il colore di lei nei fiori. Ma Alice non c’è.
Il Cappellaio sa che lei ha intrapreso un nuovo viaggio. A vele spiegate la sua nave solca gli oceani verso terre ancora da esplorare. Mentre lui l’aspetta. Alice ha scelto il mondo e le sue illusioni, il Cappellaio ha scelto lei.
«Io sarò sempre qui, dove mi troverai alla fine di ogni tuo viaggio, se lo vorrai.» Le aveva detto quel giorno.
Alice piangeva mentre accarezzava piano il bianco volto del Cappellaio e una ciocca di capelli lasciata libera sul viso nascondeva tante cose che lei già sapeva, ma non poteva rivelare. L’amore è come un vento carico di profumi che noi seguiamo con il naso e poi lo respiriamo. Non ci fa dormire e dice al nostro stomaco che non abbiamo bisogno di cibo. L’amore ci chiude gli occhi. Spetta a noi riaprirli su nuovi orizzonti.
Alice va, non si può fermare. Il Cappellaio crede di andare e invece è fermo. Gira lo sguardo, un bosco davanti, i prati a lato, il mare. «Dove vado? Dove sei Alice?»
Lei lo sente, ma non può raggiungerlo. Non vuole più farlo anche se sa che la ricaduta della malattia è dietro l’angolo che l’aspetta.
«Vieni con me.» Gli aveva detto afferrandogli la mano.
«Non posso, però ti aspetto, mi troverai sempre seduto qui.» Si era illuso.
***
Il Cappellaio appoggia la schiena al suo albero nodoso, quello che aveva guardato da una finestra aperta su un giardino, prima di morire. Poi, chiude gli occhi. E’ così complicato lo scorrere del tempo nell’attesa.
«Perché non l’hai raggiunta?» Gli chiede il Gatto, «Perché non hai stretto anche tu la sua mano? Sembrava facile, ti mancava così poco.»
Una lacrima scivola sul viso del Cappellaio e lascia un segno sul belletto delle guance. Il rimmel cola dall’occhio sinistro. Lui si toglie il guanto e si pulisce con la mano.
Abbandona la testa contro il tronco dell’albero e per un attimo gli sembra di sentire la sua voce. Si alza, si gira, la cerca.
«Alice!» La chiama. Ma Alice non può rispondere, perché lei non è tornata.
***
Oggi è una giornata di sole anche se il cielo non è perfetto. Nuvole nere appaiono da lontano e portano un presagio. Luce verso i prati, buio sul mare.
Il Cappellaio guarda il Gatto. «Che Paese strano, il nostro.»
Il Gatto sorride sornione. «Come fai a non sapere, amico mio. Come puoi non capire?»
Il Cappellaio è confuso perché davvero non capisce e non sa. Si sforza, ma non ci arriva. «Aiutami a comprendere, prima che le nuvole ci raggiungano.»
«Quando ci raggiungeranno, io non ci sarò più.»
«Resta con me ancora un po’, perché mi sento solo.»
«L’hai detto.»
****
Anche sui mari è un’imperfetta giornata di sole. Luce a ovest e nuvole in arrivo da nord.
Alice sa governare bene la propria nave e usa sicura il timone. Dà ordini decisi ai marinai e loro l’ascoltano perché si fidano di lei. Sanno che non tradirà il patto e potranno un giorno tornare, ciascuno alla propria casa.
Sembra così assorta che nessuno osa parlarle. Sta pensando al suo Cappellaio. Lo pensa sempre, ogni istante delle sue giornate sui mari. Sa dove lo ha lasciato, ma non tornerà.
Lui è nel suo sogno e lei lo vede piangere seduto appoggiato al tronco dell’albero. Anche Alice è nel sogno del Cappellaio, ma lui non sa come trovarla.
«Non è difficile.» Gli suggerisce il Gatto. «Bisogna solamente volerlo. »
Il Cappellaio si alza, corre ancora, senza una meta. La luce dei prati o il buio sull’orizzonte del mare? Sceglie il buio, perché è più facile e dirige i propri passi verso le nuvole scure. Alice sceglie la luce e dirige la nave verso ovest.
Il Cappellaio scende alla spiaggia e rallenta il passo, si toglie gli stivali. Comincia a capire. Sprazzi di conoscenza schizzano nella sua testa, come fotogrammi sgranati di una pellicola Super8.
Vede Alice sorridere, sicura al suo timone. Vorrebbe tanto raggiungerla.
Ecco, il mare è la chiave.
«Vieni con me» Gli aveva detto afferrandogli la mano.
«Non posso, però ti aspetto.» Si era illuso. Aveva forse avuto paura?
Sente nella testa quelle parole che si erano detti una volta, tanto tempo prima. E comincia a capire.
«Sei nel mio sogno, io non me ne sono mai andata. Devi solo imparare a guardare. »
«E’ nel tuo sogno» gli suggerisce il Gatto. «Devi solo lasciarla entrare. »
Le nuvole si fanno vicine e scure. Portano acqua che il vento spande e spazza prima che tocchi la sabbia. La pioggia cancella il trucco sul viso del Cappellaio che alza la testa verso il cielo in tempesta.
«Alice guardami! Adesso sono io. Non c’è più trucco. Mi vuoi ancora?»
«E’ adesso che ti voglio, così come sei in questo momento. Perché non capivi?»
Alice e il Cappellaio si sentono, ma il vento è così forte che cancella il suono delle loro voci. I loro sogni si incontrano e si fondono nella materia lattiginosa di cui sono fatti.
Si inginocchia, apre le braccia e aspetta che la nave sia abbastanza vicina per potervi salire.
Ma non può e finalmente capisce. Lei non torna, è andata a ovest.
Non torna, ma è con lui su quella spiaggia, dentro al suo sogno. Il Cappellaio lo prende e lo mette in una conchiglia che ripone al sicuro nella tasca della giacca. Lo porterà con sé per sognarlo mille volte ancora. Ogni notte e ogni giorno.
Anche Alice sogna il suo Cappellaio, ma lei lo fa con gli occhi bene aperti e la prua diretta e sicura verso il sole. Ora è il suo turno di aspettare. Dove sei?
Concordo con Luigi, esperimento audace perfettamente riuscito. Ho apprezzato in particolare l’atmosfera di profonda connessione e la frase “Il mare è la chiave”.
Grazie, in molti dei miei racconti, il mare è la chiave. Felice che tu abbia letto.
Assecondando la corrente delle proposte in vetrina, ho letto questo racconto non recente, senza tralasciare gli interessanti commenti che lo hanno seguito. Provo a fissare le mie impressioni.
Hai estratto due personaggi da un notissimo romanzo e li hai calati in una dimensione completamente differente. Mi è sembrato un esperimento audace, originale e molto ricco di spunti.
Hai creato fra i due un amore privo di tempo, una distanza incolmabile, un non-ritorno definitivo, vetrificando l’attesa in una stasi immutabile, permanente. Non si vedranno mai più, ma si ameranno sempre. Il loro legame ora è inscindibile, e sembra obbedire alla suggestiva “equazione dell’amore” di Dirac. Spettatore in scena è il cielo con i suoi punti cardinali, un riferimento assoluto e condiviso per il quale i due non potranno mai perdersi.
In questa eternità assicurata, si fa avanti un’idea di amore puro, disossato del tempo e del luogo, che forse si può arrivare a capire… ma non si riesce ad accettare. È così, come una malattia recidiva, risuona ancora quel lancinante “Dove sei?”.
Penso che ciascun lettore possa liberamente scegliere di vedersi pietra oppure farfalla, ma il vuoto nello stomaco destato da questo racconto possiamo sentirlo davvero in tanti.
Grazie Cristiana, mi riprometto di leggere altre cose tue più recenti.
Grazie Luigi. Parto dalla fine, che io sono fatta un po’ così. Se ti andrà davvero di leggermi, ti accorgerai che sono, in un certo senso, una scrittrice fluida. Ossi, difficilmente troverai una linea stilista o anche logica, per nulla temporale nei miei racconti. Mi piace davvero sperimentare, mi piace dare voce ai personaggi cambiando spesso forma e linguaggio in base al narrato, mi piacciono i finali aperti affinché il lettore si diverta, mi piace, insomma, che non si dica necessariamente ‘Ah, questa è proprio lei’. Pertanto, sentiti sempre libero di esprimere il tuo parere anche nel caso in cui qualcosa non sia di tuo gusto. Fa tanto bene a chi scrive! 🙂
Certamente, grazie ancora.
Detto questo, ‘Luce a ovest’ è un racconto assolutamente ispirato a questa favola che mi piace tanto e ancora di più alla sua ultima trasposizione cinematografica che trovo eccezionale. Ho sempre desiderato, fin da ragazzina, essere amata come il Cappellaio ama la sua Alice, allo stesso folle modo. Così l’ho immaginato quasi in preghiera, su quella spiaggia, in tutta la sua grottesca drammaticità. Credo che l’amore sia un’eterna ricerca di qualcosa che, alla fine, non vogliamo trovare. Diversamente, avrebbe altro nome. Grazie davvero.
Questo tuo librick mi appare spesso. Lo avevo letto la scorsa volta. Allora… Non sapevo se dire la mia, ci ho riflettuto molto evitando i commenti per non essere influenzato. Io ho letto un’esplorazione poetica dell’amore e della separazione, con un tono nostalgico che invita alla riflessione.
Grazie Giuseppe per aver letto e lasciato la traccia del tuo passaggio. La separazione è effettivamente il perno attorno a cui ruota questo racconto, nato come esperimento per partecipare a un progetto che purtroppo poi è naufragato. Il racconto però resta e la soddisfazione sono tutti i dubbi e perplessità che suscita e che mi fanno pensare che sia riuscito. Grazie 🙂
Alice nel paese ecc. è un libro scritto da un matematico che trattava le parole come numeri. In fondo quel romanzo-se si può chiamare così-è come una specie di equazione di ennesimo grado, che prevede innumerevoli soluzioni. La tua è una di queste, e a mio avviso mantiene il tono sospeso e in fondo dolcemente inconcludente dell’originale. L’incognita rimale tale, ed è bene che sia così.
A parte ciò, ho apprezzato lo stile e i caratteri letterari del testo, composto in modo elegante e sapiente.
Ho letto anche il dibattito qui sotto. Qualcuno ha fatto riferimento al surrealismo e alla scrittura automatica e forse ci sta. Ciononostante, la coerenza narrativa è mantenuta, ed in fondo in un lavoro di scrittura è questo che conta.
Mi spiace molto non avere l’interlocutore da ringraziare per questo commento articolato, interessante e ricco di spunti di riflessione. Se cambi idea e torni a iscriverti, ne parliamo. Grazie 🙂
Ciao Cristiana e complimenti per la serietà con cui ti dedichi alla scrittura.
Dopo avere letto questo racconto ero rimasta interdetta: non ero in grado di capire se mi era piaciuto o no. Allora ho cominciato a leggere la discussione e, se anche non posso ancora dire che la tua risposta a Robért des Abbés mi ha chiarito le idee, sicuramente mi ha fatto entrare di più nella logica e nelle motivazioni di questo racconto veramente difficile. Non voglio farti un complimento fuori misura ma…Hai presente come ti senti quanto cominci a leggere Joyce?
Cara Francesca, innanzitutto un mio grazie sentito va alla lettura che hai dedicato al testo e alla serietà con cui ti esprimi nel commento. Questa Alice moderna fa da filo conduttore in un gruppo di tre racconti dove la medesima donna, dopo essere ‘sfuggita’ a un padre e a un amante, gira la rotta della sua nave verso un porto ‘altro’ e diventa colei che è inseguita. Pertanto il racconto vuole essere una lunga metafora dentro e fuori dal sogno. Mi serviva una storia che mi stimolasse e ho preso una di quelle che amo di più è che mi commuove da sempre. La pragmaticita’ di lei e la splendida follia di lui, un incontro che pare essere impossibile eppure che mai si scioglie da quell’abbraccio di cui loro sono capaci. E dove mai si incontrano se non in quella terra di mezzo che è il sogno? Dove, forse, nessuno si fa male.
Ho riletto molto volentieri questo tuo racconto. Ci siamo già dette tutto al tempo in cui lo hai scritto, ma confermo anche qui la sensazione di malinconia che mi ha abbracciata. Pur amando un’altra persona, a volte si percorrono sentieri diversi: questo è un bene, se avvalora l’amore che si ha per se stessi. Crescere è una necessità, spesso un atto di coraggio: l’importante è non dimenticare mai di tenere un sogno in tasca.
Dico ancora che la magia fra Alice e il suo Cappellaio è una delle mie storie d’amore preferite e forse quella su cui ho più fantasticato. Scrivendo questo racconto mi sono chiesta quale dei due fosse nel sogno dell’altro. Alla fine non l’ho capito nemmeno io, però, come dici tu, fondamentale è non dimenticare mai di avere un sogno in tasca. Grazie Micol💜
La prima cosa che mi ha tirata verso questo racconto è stato il titolo e anche se non amo particolarmente la storia di Alice questa tua rivisitazione dei personaggi mi è piaciuta. Mi fa pensare, devo ancora ben capire come interpretarlo, se in forma di rapporto umano o di malattia mentale, ma qualcosa mi ha lasciato e quindi ti faccio i complimenti per questo.
Grazie Sara. L’interpretazione è certamente aperta, visto poi che si tratta di un testo un po’ particolare. A me, personalmente piace pensare al rapporto umano perché, confesso, quella fra Alice e il suo Cappellaio è una delle storie d’amore che maggiormente mi affascinano.
Regina: Sei pazza per lui? Come finirà questa storia?
Alice: Non ci capisco più niente.
Regina: Hai sete d’amore?
Alice: Sì, è così!
Regina: Tieni, prendi questo biscotto.
Alice: Ma è duro!
Regina: Mangia e taci e ne vedrai delle belle.
Ciao Antonio e bentornato. Mi mancavano le tue ‘parodie’ dei testi. Comunque, a loro modo, sempre azzeccate. Grazie per la lettura
Qualcosa non mi convince. Non me ne voglia l’autrice, che è stata peraltro la prima a manifestare dei dubbi.
Ritengo che i due celebri personaggi vengano qui snaturati e proprio della loro poesia. Alice appare non poco svezzata e il Cappellaio non è più matto. La coppia, se di coppia si può parlare, perde il requisito principale ciòè quello di essere un connubio senza tempo, apparendo fin troppo moderna.
“In amor vince chi fugge” ma non, credo, nei versi di un poeta.
Mi ha colpito la frase relativa alla “ricaduta della malattia”.
Che la storia sia una metafora, che vi siano dei doppi sensi, è evidente. Lo spunto è originale e il compito davvero arduo, personalmente non me la sarei sentita di affrontarlo. Lo stile appare basato su una solida esperienza ma la scelta di utilizzare il tempo presente ha un pò penalizzato, a mio parere, il testo.
In finale, ogni esperimento ha il suo senso e l’utilità nel proprio affinamento: questo non sfugge alla regola.
Buongiorno Robért. Innanzitutto un grazie sentito per aver letto il racconto e per il tuo commento che dimostra interesse e che mi dà modo di approfondire ulteriormente la riflessione. Mi piace raccontarti che l’idea del racconto nasce su richiesta di una interessante e direi alternativa piattaforma online messicana che porta il nome di Abducción. Le condizioni sono molto restrittive a partire dal nr max di parole e da un tema molto difficile da affrontare. In fase di stesura ho prodotto questo testo che ritengo sia più un esperimento, certamente una lunga metafora. L’ho pubblicato volentieri qui per capirne l’effettiva efficacia e per la fiducia che ho in voi colleghi scrittori, poi ci dovrò lavorare parecchio per adattarlo al contesto. Detto questo, seguo il tuo discorso. I personaggi sono agli effetti “snaturati” rispetto agli originali e se vuoi attualizzati. Certamente moderni, hanno vissuto un dramma che qui resta sottinteso. Quasi una coppia dei giorni nostri alle prese con la follia quotidiana e le fragilità diffuse. Ciò, naturalmente, può essere più o meno apprezzato da chi legge, in base soprattutto alle proprie sensazioni rispetto agli originali. L’uso del tempo presente mi ha aiutata a calare la vicenda in un contesto attuale, che poi mi servirà per l’altro testo.
Per quanto riguarda la frase che tu sottolinei, ancora una volta è funzionale al tema del contesto. Alice vorrebbe ‘staccarsi’ dal Cappellaio, ma ne è dipendente. Ci prova, ma lui è dentro di lei, come una malattia. Non la rende felice, eppure lei non può farne a meno di lui. Sembra a un certo punto del racconto che sia così, eppure le ultime parole sono per lui ‘Dove sei?’. Mi sono chiesta, volgerà la rotta della nave verso ancora verso di lui, nonostante tutto? Forse si, come spesso purtroppo noi donne facciamo, come fosse una sorta di ‘ricaduta’, appunto. Credo di essermi dilungata, però tenevo molto a risponderti nella maniera che fosse la più esaustiva possibile. Non so se ci sono riuscita fino in fondo. Grazie ancora.
Ciao Cristiana, di questo racconto mi piacciono molto il ritmo, l’interpretazione davvero interessante della relazione fra Alice ed il cappellaio, e la scrittura giustamente definita lisergica da un altro commentatore. Mi ha ricordato gli splendidi esperimenti di scrittura automatica fatti dai surrealisti e dai dadaisti (ammetto, alcuni anni fa partecipai ad uno di questi esperimenti, e il tanto alcool bevuto e il fumo aromatico delle canne passate di mano in mano aiutarono parecchio). Insomma, mi piace. Tanto.
Cara Nyam, grazie per aggiungere a tua volta un pizzico di bizzarria e stranezza a questo mio esperimento. In effetti questo racconto è capitato, uscito fuori e mi piace il rimando che fai alla scrittura automatica. Perché a volte, in effetti, quando si scrive è un po’ come stare in stato di trance o comunque di poca consapevolezza di ciò che fluisce. Ricordati, la prossima volta che partecipi a un corso di questo tipo, con gli stessi amici di quella volta là, ci vengo anche io assieme al Cappellaio! Un abbraccio
Hai lasciato che la scrittura ti trasportasse così Alice si è lasciata andare al suo viaggio e il Cappellaio invece è rimasto ad attendere l’incontro, il sogno: tutto si muove in un caleidoscopio di introiezioni e di rimandi. Ciò che scombina le carte al solito è l’amore, la sua inaspettata direzione, quella voglia di afferrarlo senza mai riuscirci appieno. Che poi c’è sempre il Gatto a metterci la zampa, a denudare la sua meraviglia. Un racconto circolare che ancora fa tremare la tua mano. Complimenti Cristiana!
Grazie Antonio per il tuo prezioso commento e per gli spunti che hai colto. Sono da sempre affascinata dalla concezione circolare del tempo che, personalmente, collego a un certo tipo di letteratura sudamericana. Mentre scrivevo il racconto pensavo ai due protagonisti chiusi in una sorta di palla di vetro, un mondo ‘finito’ dove, in un certo momento la successione degli eventi giungesse per forza a un punto in cui tutto fosse messo al proprio posto. Ho pensato che quello potesse essere il sogno. Fino a qua, tutto apparentemente semplice se non fosse, come hai notato tu, per l’amore che invece scombina sempre tutto. Credo da sempre che quella fra il Cappellaio e Alice sia una fra le storie d’amore più bizzarre, complicate e coinvolgenti, senza soluzione, tuttavia eterna. Grazie ancora.
Un nuovo punto di vista. Mai letto “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”!
Secondo me dovresti leggerlo perché è di grandissima attualità. Io credo poi che ti piacerebbe nel suo essere accattivante e pazzo. Grazie Kenji
Un racconto onirico, oserei dire quasi lisergico. Brava. Un racconto sull’amore e su come alle volte esso non sia abbastanza per farci “fermare”. Ci intravedo molto sentimento tra le righe. Al di là delle interpretazioni è lo stile che hai scelto ad essermi piaciuto molto.
Mi finisce sempre a parlare di musica, lo so, ma mi ha ricordato Cara di Lucio Dalla 😀
L’aggettivo lisergico che utilizzi nella sua connotazione poetica per definire il racconto, mi gratifica e stupisce al tempo stesso. Il sentimento, soprattutto quello della ‘compassione’ c’è in ogni parola che ho voluto usare. Non avrei mai potuto staccare il testo da esso. Ne è quasi impregnato. Tu me lo insegni in un tuo racconto, chi ama sa quando è il momento di liberare l’altro, di lasciarlo andare. Ci vuole il coraggio di Alice per superare il bisogno di aiuto del Cappellaio. A ‘Cara’ non avevo sinceramente pensato, ma adesso che me lo dici mi viene l’immagine di lui che l’avrebbe voluta inchiodare a un muro. E invece lei vola via, come una farfalla. Ti ringrazio X questo bellissimo rimando e soprattutto x i preziosi consigli in fase di revisione🙂
Credo che sia un racconto più da sentire che da capire. Sembra quasi canalizzato, come se avessi attinto a immagini di un diverso piano dell’esistenza. Un sottotesto di archetipi e significati tutti da indagare. Qui si incontrano la magia e la scienza dell’inconscio (non a caso, Alice). Scritto benissimo. Bellissime le parole sull’amore, soprattutto l’ultima riga: “l’amore ci chiude gli occhi (sì, mai ci illumina, ma ci spalanca davanti il buio della sua stessa assenza, del vuoto in cui avevamo sempre vissuto prima del suo giungere). Spetta a noi riaprirli su nuovi orizzonti (di consapevolezza).”
Apprezzo moltissimo il tuo commento al testo che è quasi più misterioso del testo stesso. Mi piace! Vero, come dici tu, che è più da sentire che non da indagare. Confesso che temevo proprio questo, di essermi spinta troppo ‘dentro’. Mi gratifica invece molto il fatto che chi legge se lo cucia un po’ addosso e lo faccia suo. L’amore, come lo intendo, chiude gli occhi, acceca. A volte è bellissimo rimanere in questo stato di sospensione, altre volte però è incredibile riaprire gli occhi e guardare oltre. Grazie 🙂
Il Cappellaio è sempre stato il mio personaggio preferito del Paese delle Meraviglie. Complesso, malato di mente, buono, forse anche un po’ innamorato. Penso che sei riuscita perfettamente a non uscire dal personaggio il che è complicato vista la sua complessità. Bello bello piaciuto molto
Ciao Valeria. Anche io ne sono innamorata. Lui è una sfida per qualsiasi Alice. Personaggio molto complesso, come dici tu, e per questo affascinante. Grazie per aver letto.
Ciao Cristiana, un altro racconto molto bello, tra fantasie, sogno e realta`. Il mondo e` sicuramente un immenso Paese ricco di meraviglie e tante di noi che siamo un po` come Alice, per vivere appieno, vorremmo conoscere realta` diverse, esplorare i tanti luoghi particolari del mondo. Il cappellaio da` l’ idea di non saper osare. L’ avventura e l’ ignoto, forse lo spaventano. Gli manca il coraggio di adattarsi al cambiamento, forse, e di rischiare o di perdersi. Preferisce stare fermo ad aspettare, illudendosi che un giorno tornera` tutto come prima, nonostante tutto cambi sempre, in continuazione.
Una storia che si ripete, antica e nuova, ricca di simbologie, e significati sottintesi; molto piacevole da leggere, in questo diverso stile piu` fantasy.
Una nuova versione, attualissima, di Alice, che invoglia a seguire il suo esempio. Se non ora, forse un altro giorno, anch’io, chissa`; oppure faro` come il cappellaio, mentre le mie amiche “Alici”, continuano a varcare il mare, verso lidi sempre piu` lontani.
Il Cappellaio e Alice sono, a mio avviso, fra i personaggi maggiormente ‘evergreen’ in letteratura. Difficilmente passeranno di moda proprio x la loro attualità. È molto facile rispecchiarsi in essi. Non così facile invece ‘scegliere’ chi frai due vorremmo essere. Io amo lui per la sua fragilità e ‘immobilita’ che non ha scelto, ma dalla quale non riesce sganciarsi. Più solare lei, forse solamente un po’ più coraggiosa. Grazie cara X la tua lettura 🙂
Molta poesia.. e personaggi che hanno navigato nei cuori dei bambini.. e continuano a farlo in quello di qualche adulto.
Grazie Furio per la tua lettura. Questa volta sì, meno prosa e un po’ più di poesia. Farneticazioni che vengono da dentro.
Davvero non ho mai provato a vedere il punto di vista del Cappellaio. Questo racconto è incredibilmente caoticamente “matto” come il Cappellaio ma mi è piaciuto molto l’immagine dei sogni che si incontrano ma il Cappellaio resta comunque bloccato, dentro al sogno “reale” di Alice che deve proseguire il suo viaggio. Qui si aprono discorsi filosofici al limite dei vaneggi su cosa è reale e cosa è sogno, sull’amore e il viaggio che l’umanità si domanda dai tempi di Platone e io dopo 16 anni ancora cerco di capire le “idee” di Platone! Al prossimo librick!
In effetti ho anche io molti dubbi su questo mio racconto strano e diverso che è uscito un po’ di getto e un po’ così. Sono vaneggi, cose che avevo dentro, doppi sensi, metafore. Forse uno, alla fine, lo può interpretare un po’ come meglio sente. Ero in dubbio, poi l’ho fatto leggere a una nostra amica collega bravissima e specializzata in questo genere di scrittura. Al suo ok mi sono buttata. Anche se ancora con molta perplessità di non aver detto tutto, io che solitamente sono molto più diretta. Grazie Carlo per la lettura.