
L’ULTIMA GITA
Le belle storie di solito iniziano con c’era una volta… e finiscono, spesso, con vissero felici e contenti. Piacerebbe tanto anche a me questo finale ma purtroppo non è andata come credevo. Mi avevano avvisato.
***
Erano giorni che organizzavo il mio fine settimana in tenda. Avevo comprato quel poco che mi serviva per stare all’aria aperta per due giorni. Cibo in scatola, acqua a sufficienza e qualcosa di dolce a cui non potevo rinunciare. Aspettai in gloria quel venerdì, ma dopo me ne pentì amaramente.
Decisi che sarei partito il mattino presto, mi svegliai all’alba e per evitare di sporcare la moca, che avevo già messo nello zaino, andai a fare colazione al bar. Non c’era nessuno a quell’ora se non il barista, un uomo sulla sessantina, che avevo già visto, appoggiato al bancone, e io. Ordinai cappuccino e cornetto e lo mangiai mentre leggevo il giornale. Pensai che un navigatore GPS mi sarebbe stato utile ma non l’avevo mai comprato, poco male, erano zone che grosso modo conoscevo e per sicurezza avrei montato la tenda vicino al paese.
L’uomo sulla sessantina mi guardava ma ero assorto a leggere il giornale. Quando alzai gli occhi lo guardai interrogativo, senza chiedergli niente. Aveva i capelli radi e bianchi, un orecchino grosso e luccicante. Era lo stesso uomo con cui parlai qualche giorno prima per caso al bar. Quando andò a pagare mi guardò ed uscì dal locale senza nemmeno salutarmi.
Guidavo per le strade colorate del mio paese, tra gente indaffarata e studenti che aspettavano l’autobus della scuola. Lasciai la macchina in un parcheggio ai piedi del bosco e mi incamminai. Era bello. Mi sono sempre piaciute le mattine d’estate, quelle calde dove si respira il profumo dell’erba e i rumori sono limitati a quelli della natura.
Camminai per due ore e trovai il paese. Decisi di non addentrarmi, avevo tutto quello che mi serviva e al primo luogo idoneo montai la tenda. Per molti non c’era niente, per me invece c’era tutto. Grossi alberi, piante e fiori selvatici ma soprattutto quello che cercavo: la solitudine. “Chissà cosa voleva dire quell’uomo l’altro giorno” pensai, quando mi raccontò che questo posto non era sicuro e mi consigliò di andare altrove. Non gli avevo dato retta, incosciente di quello che mi sarebbe capitato. Avevo organizzato tutto nei minimi particolari, amavo fare campeggio e stare a contatto con la natura. Lo facevo fin da bambino.
Venni distratto da un rumore. Mi guardai attorno e c’era una persona che si stava allontanando, forse un uomo, forse uno che abita al paese. Quella persona si voltò verso di me. Riuscivo a vedere a malapena la sua faccia nascosta da una barba incolta. Aveva la pelle bianca e il suo abbigliamento era scuro, forse grigio. Gesticolò con una mano. Non sembrava che fosse rivolto a me. Io non risposi e continuai nelle mie cose mentre lui si allontanava.
La mia vita fino a quel momento era piatta. Avevo abbandonato gli studi presto per iniziare a lavorare come idraulico e adesso avevo una mia piccola attività. Non avevo una moglie e i miei genitori mancavano già da due anni. In molti credevano che ero solo ma in realtà avevo tutto e mi sentivo comunque molto fortunato.
Accesi la radiolina ma non prendeva il segnale, sentivo solo parole nascoste da forti scariche. Un cane attirò la mia attenzione, abbaiava e arrivò fino alla mia tenda. Non sapevo che razza fosse ma nonostante la sua grossa stazza dava l’impressione di essere dolce. Lo accarezzai. Mi fece capire di seguirlo quindi mi addentrai nel bosco. Sentivo un forte profumo di legno, mi piaceva molto. I raggi del sole illuminavano a sprazzi la natura scura e umida. Era bellissimo. Sentivo un forte odore di fumo e poco più avanti trovai una piccola costruzione in legno, non sembrava una casa, pensai fosse un capanno per i cacciatori. Il cane si fermò davanti alla porta che era spalancata, decisi di avvicinarmi per guardare dentro e in quel momento capì che dovevo dar retta a chi mi aveva sempre detti di farmi gli affari miei.
La cosa che mi colpì subito era l’odore forte e pungente di legno bruciato nonostante non ci fosse nessun fuoco acceso. Le pareti del capanno avevano un colore strano, c’era un letto e un tavolo nel mezzo alla stanza. Un coltello sporco di sangue e un uomo morto accasciato a terra. Non avevo conoscenze mediche, ma il cadavere era quasi mummificato, probabilmente era stato ucciso molto tempo prima.
Urlai dallo spavento e corsi alla tenda. Iniziai a piangere. Presi il cellulare per chiamare aiuto ma si spense. Ero nel panico, non sapevo cosa fare e come se non bastasse iniziò a piovere forte. Avrebbe fatto buio in poco tempo e valutai che non era il caso di addentrarsi nel bosco con il temporale. Il sentiero che avevo percorso era impervio e sarebbe stato pericoloso, oltretutto per arrivare alla macchina avrei dovuto attraversare un fiumiciattolo. Preparai la moca, lo so che può sembrare strano ma quel caffè mi rilassò. Dovevo raggiungere il paese per chiedere aiuto a qualcuno. Camminai lungo il sentiero buio e silenzioso, profumato di natura bagnata, un odore che mi era sempre piaciuto ma in quel momento mi fece salire l’ansia. Avevo solo voglia di piangere. Ero incosciente di quello a cui stavo andando incontro.
Nel frattempo ero arrivato in paese. Sentivo delle persone che ridevano a squarciagola, c’erano le luci pubbliche accese, fioche e timide, piccoli coni di luce opachi e gialli. Intorno a me non c’era nessuno e non capivo da dove provenissero quelle risate. Era un vicolo in mezzo ad alcune case alte e strette. Sentivo delle voci che non parlavano la mia lingua. Forse era latino, non sapevo riconoscere le parole ma davano l’idea di un linguaggio arcaico. Speravo solo che qualcuno mi aiutasse.
L’insegna del vecchio bar era a pezzi, si leggeva a malapena quello che era il nome, la serranda era abbassata e la finestra rotta. Continuai a camminare in direzione delle voci tra piccoli e stretti vicoli ciottolati. Passai di fianco a quella che prima era la farmacia. Era chiusa e abbandonata. Trovai strano che la luce all’interno era accesa. Per guardare dentro avvicinai il mio viso al vetro appannato della finestra. Vidi un occhio. Poi un volto. Urlai. Qualcuno mi stava guardando. Chiesi di nuovo aiuto. Sentì una persona che correva. Con il cuore in gola mi accasciai dietro un muretto, ad un certo punto vidi un ragazzo che mi guardava. Durò tutto pochi attimi poi lui iniziò a correre. Aveva qualcosa in mano che non riconobbi perchè svenni dalla paura.
Mi servì qualche minuto per riprendermi, quando trovai il coraggio di rialzarmi, continuai a seguire quelle voci, dolci e solari, di persone adulte, sicuramente non erano del posto. Del ragazzo non c’era più traccia e avevo capito di essermi perso.
La strada principale era illuminata dai soliti coni di luce opachi e gialli. Le case con i tetti a punta e i balconi in legno mi ricordavano il paesaggio di montagna, alcune avevano le luci accese ma continuavo a non vedere nessuno. Quando raggiunsi la piazza principale iniziai a piangere. C’era una fontana in pietra. Le persone erano vestite completamente di bianco e attorno a loro c’erano dei grandi falò. Parlavano una lingua sconosciuta e ridevano tra loro mentre si lanciavano la testa mozzata di un uomo come se fosse una palla. Uno di loro si accorse di me. Mi guardò. Aveva il viso completamente bianco, la sua bocca piccola si mosse in un sorriso, grande ma allo stesso tempo vuoto e carico cattiveria. Attirò l’attenzione degli altri e tutti si avvicinarono a me. Non avevo scampo. Alzai gli occhi verso una casa e lo vidi ancora una volta. Il sessantenne del bar era affacciato alla finestra. Con uno scambio di sguardi mi fece capire che mi aveva avvisato. Non gli avevo dato retta e adesso dovevo pagarne le conseguenze. Non avevo scelta, dovevo farmi coraggio per reagire e scappare.
***
Avevo abbandonato tutto nella tenda, il mio coltellino svizzero, le chiavi della macchina che non mi sono più servite e i ricordi. Avevo corso talmente forte che appena mi fermai credevo di svenire.
Dopo due giorni di cammino arrivai a casa e per fortuna non era cambiato nulla.
Mi ero promesso di non raccontare niente a nessuno. Credevo che mi avrebbero preso per pazzo o per un ciarlatano. Quell’uomo non l’avevo più incontrato e spesso mi chiedevo che fine avesse fatto? Che ruolo ricopriva in quella situazione? Non mi interessava più avere risposte. Ormai mi portavo dentro quelle facce che mi perseguitavano ogni notte quando dormivo. Riconoscevo bene che non ero più quello di sempre. Il paese? Beh… quello era abbandonato. Lo sapevano tutti.
FINE
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Piacevole e angosciante allo stesso tempo seguire le (dis)avventure dei tuoi personaggi, persone comuni catapultate in situazioni da incubo.
Grazie per la condivisione.
Grazie Stefano. Beh questo personaggio aveva programmato un fine settimana in solitudine dopo mesi di lavoro frenetico, telefoni che squillavano e varie rotture. Grazie di aver dedicato del tempo alla lettura del mio racconto.
Ciao Giglio e ben ritrovato, con i tuoi personaggi solitari, la pioggia che scende costante e scrosciante e il bosco che porta sempre a luoghi che forse sono più dell’anima che reali. Ho sempre l’impressione, leggendo i tuoi racconti, che questi viaggi, brevi o lunghi che siano, si possano compiere nel proprio letto e immersi negli incubi più cupi. La linea che distingue il sogno dalla realtà, nei tuoi racconti è sempre molto sottile e questo stimola la fantasia del lettore che può decidere dove finisce l’una e inizia l’altro.
Ciao Cristiana, grazie molto per il tempo che hai dedicato alla lettura del mio racconto.
E’ sempre un piacere!