L’ultima seduta.

Serie: Il Canzoniere


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una storia a tinte un po' "dylandogghiane".

La porta automatica della stazione si apre con un fruscio. Abbasso gli occhiali da sole sul viso e sistemo una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

La manina di Chiara è così morbida. Il vestitino giallo le sta benissimo. Francesco le tiene l’altra mano, si accarezza la pancia rotonda e si tocca il pizzetto. La piccola ha ripreso le sue gote paffute, ma quei bei riccioli bruni sono tutti miei. Il nostro raggio di sole.

Lui mi guarda e inarca le sopracciglia. – Vola vola?

– Si mamma. – Strilla Chiara. Mi stringe forte.

Inclino la testa e le sorrido. – Vola vola!

Prendiamo una breve rincorsa e lei salta. La accompagniamo verso il blu. L’abitino ondeggia al vento. La chioma morbida fluisce dietro di lei. Fra ride. Li amo così tanto.

Arriviamo al bordo del piazzale, davanti alla statua di un tizio in divisa da ussaro. Francesco ondeggia un braccio. Il tassista, più avanti, lo ignora. – Ma vaf—.

– Fra!

– Mamma! – Chiara mi tira la manica. – La bimba.

Indica una bambina che avrà sei anni come lei, da sola.

Ci guarda, affacciata sul vicolo che gira dietro la stazione. Anche lei è castana ma il suo viso è più scavato, la bocca più piccola. Indossa un vestitino giallo, però il suo è a pois neri, piccoli e radi.

– France’, guarda. Magari si è persa, vado a vedere. – Gli passo la manina di Chiara e mi avvio verso la ragazzina.

Sfilo fra i pochi presenti. Lei mi sorride e abbassa gli occhi.

– Ciao piccola. Ti sei persa?

Annuisce.

– Come ti chiami? Io sono —. Mi afferra la mano e mi tira verso la stradina. Mi giro in direzione di Fra e Chiara. Ma da dov’è spuntata tutta ‘sta gente, dove cacchio stanno? Vabbè, poi lo chiamo al cellulare.

La seguo. – Mamma e papà stanno lì?

Niente.

– Sono tua amica eh.

Annuisce ancora. Almeno…

Dietro la stazione c’è un prato in lievissima pendenza alla sommità della quale si alzano due cipressi e, accanto, una piccola lapide grigia. Il cielo è pieno di nuvole. Cosa cacchio… Ficco la mano in tasca. Ma dov’è il cellulare?

La bimba lascia la presa e corre su per il prato.

Scollina e la perdo di vista oltre la lastra di marmo. Mi avvicino anche io.

Nella piccola cornice ovale di bronzo, la foto di mio padre è la stessa della patente. Non c’è niente inciso nella pietra.

Un uccello gracchia dietro di me.

Francesco e Chiara mi stanno osservando dalla base della collina, sorridono. La bimba misteriosa è alle loro spalle. I pallini neri del suo vestito mi sembrano più grandi e fitti.

Fra stringe una mano sul braccio di nostra figlia, indica qualcosa dietro di me e grida, ma non esce alcun suono dalla sua bocca spalancata. Chiara nasconde il faccino fra le mani. Mi giro.

Davanti la lapide, fra le zolle smosse verdi e marroni, c’è un uomo magrissimo con lo sguardo basso. Ha un vestito nero pieno di terra, la camicia bianca e la… La cravatta Paisley grigia e azzurra di mio padre… Solleva il viso. 

Papà! Il suo volto è scheletrico, la pelle cinerina. Gli occhi privi di pupille sono palline bianche in fondo a orbite profondissime. Le sue labbra sono fine e cianotiche. Le solleva in un grottesco sorriso. Caccio un grido acuto.

Lui si incammina verso di me. Mi sfila accanto. Lascia puzza di vino e sigaretta. Tremo forte. Deglutisco. Non voglio girarmi, non voglio guardare. 

Chiara! Mi forzo.

Francesco ora è dietro la nostra bambina. Ti prego fai qualcosa. Portala via.

Al posto della ragazzina misteriosa c’è una donna, con le palpebre cucite da un punto a X, rivolta verso la scena. Ha uno chignon grigio e le braccia conserte. Tiene in mano una sigaretta.

Mio padre continua a camminare verso di loro, io sono paralizzata. Vorrei raggiungerli, vorrei strillare. Invece sto ferma. Tremo e sudo… Scoppio in lacrime.

Oddio! Francesco azzanna il collo di Chiara, lei grida e si accascia. Mio padre inizia a correre, Fra si china sulla piccola. Lui li raggiunge e si accovaccia.

– No! – Urlo disperata!

Quei maledetti strappano coi denti pezzi di carne sanguinolenta e cotone giallo flagellato di pois cremisi. Se… Se la stanno mangiando. Cristo Santo se la stanno mangiando.

La mia piccolina sbraita, piange, si dimena. Sbatte a terra i piedini, che sdrucciolano sull’erba vermiglia, madida del suo stesso sangue. Violenti singhiozzi mi scuotono. Il naso cola muco.

La mia bimba adorata ha un ultimo sussulto, poi stramazza immobile. Chiara, amore…

La donna con lo chignon aspira una lunga boccata e scuote la testa, poi si volta e si incammina.

Mi lascio andare sul prato umido, premo forte il viso sul terreno fangoso che puzza di putrefazione. Non posso più guardare, non voglio più guardare.

Da lontano, si fa sempre più forte il borbottio disperato di un vecchio motore spinto al massimo. Ruoto appena il capo.

Lo sgangherato furgoncino di Paolo inchioda fra me e quell’orribile scena. La luce al neon gialla della scritta Porchetta di Luco dei Marsi brilla come il sole che manca nel cielo. Mi asciugo le lacrime. 

Paolo scende con calma, si pulisce le mani sulla canottiera bianca che fascia il suo panzone rubicondo, si gratta la barba grigia e poi mi sorride.

Si volta a cercare qualcosa nell’abitacolo. Dai jeans scoloriti spunta la rima del suo culone. Porto la mano alla fronte e scuoto il capo.

Il suo vecchio revolver!

Paolo gira attorno al furgone. Fa saltare la testa a Francesco e a mio padre. Loro si accasciano su… Una capra? Stavano mangiando una cacchio di capra…

– Ma che —.

– Corri dai! – Quell’adorabile burbero indica qualcosa dietro di me con la canna.

Migliaia di mio padre, grigi e scheletrici, in abito nero e cravatta Paisley, avanzano in silenzio, oltre i cipressi.

Una vampata di calore mi risale da dentro. Una vertigine arrotola il prato davanti ai miei occhi e sotto il mio corpo, il cielo grigio si stringe in un tunnel bianco sempre più… sempre—.

*

– Paolo. – Il dottor Busnaghi si gratta la pelata. – Il padre di Francesco ti ha dato un lavoro quando eri solo un’adolescente scappata di casa. – Sospira. – Ma non solo, ti ha accolto in casa e, con la sua gentilezza, ti ha aiutata a lasciarti alle spalle gli abusi osceni di tuo padre. – Si sfila gli occhiali. – Grazie a Paolo hai superato la paura che tutti gli uomini, compreso Francesco, fossero come quella bestia. Il risultato? – Li poggia sulla scrivania di mogano e mi sorride. – La vostra splendida Chiara.

Il mio piccolo raggio di sole…

Il dottor Busnaghi scuote la testa. – Eravamo già arrivati a questo punto, non capisco l’urgenza di questa seduta. – Gli sfugge un’occhiata alle mie spalle, all’orologio sopra la porta bianca smaltata.

– Stavolta non mi sono svegliata dottore. Il sogno è andato avanti.

Inarca le sopracciglia. – Interessante. – Con un cenno della mano mi invita a proseguire.

– Beh, quando mi riprendo sono sola sulla collina. Davanti a me c’è una porta bianca smaltata. La apro e dietro c’è la bambina misteriosa, ma ora il suo vestitino è tutto nero. – Raccolgo la borsetta e la appoggio sulle mie gambe. – Se ne sta in pizzo a una fredda sedia bianca. Ha gli occhi bassi e dondola i piedi che non arrivano al pavimento…

*

– Il vestito giallo a pallini non mi piaceva e l’ho messo nel forno, non volevo dare fuoco alla cucina! – Qua puzza di disinfettante, ma che cacchio ci siamo venuti a fare? Il vaccino me lo so’ fatto il mese scorso.

– E sentiamo, perché ce l’avevi tanto con quel vestito? – Il dottore guarda l’orologio sul muro e si gratta la pelata. Pure il papà di quella della quarta B è pelato, però è molto più vecchio del do—.

– Rispondi al dottore! – Mamma si aggiusta lo chignon. Le sue dita gialle di sigarette tremano.

Deglutisco. – Perché quando… Quando me lo metto, papà mi guarda strano.

Mamma sbuffa.

Il dottore toglie gli occhiali e fa di no con quella testaccia lucida. – Ancora con queste bugie? Avevamo già —.

– Non dico le bugie! Papa viene in camera quando mamma dorme e —.

Mamma mi strattona per un braccio. – Mary!

*

– Mary…

– Sono cresciuta, eh dottore. – Infilo la mano nella borsetta. – Quel giorno, quando tornammo a casa lui era arrabbiato. – Il ciccione trema. – Appena mia madre andò a dormire, lui venne in camera mia per farmelo sapere, e da allora non ha perso occasione per ricordarmelo.

Accarezzo con il polpastrello la zigrinatura sul manico del vecchio revolver di Paolo. – A un certo punto non aspettava neanche più che quella vigliacca andasse a dormire o uscisse.

– Mary io…

Gli sorrido. – Non c’è un cacchio da dire dottore. – Tiro fuori la pistola e gli sparo dritto in faccia!

Dio mio che frastuono! Mi fischiano le orecchie.

Passo l’arma nell’altra mano e ruoto un po’ il polso nell’aria.

Sospiro e mi lascio andare sulla sedia.

Il trippone, sbracato sulla poltrona, mi fissa con gli occhi sbarrati e un buchetto bruciacchiato in fronte, da cui cola un rivolo scarlatto.

Apro il tamburo. Mi restano ancora due proiettili.

Oggi la mamma torna tardi, Chiara. Deve fare visita ai nonni.

Serie: Il Canzoniere


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Discussioni

  1. Ho letto molto volentieri anche questo secondo episodio, inquietante e onirico. L’idea di entrare e uscire da un sogno certamente destabilizza il lettore. Il tema trattato è delicatissimo e secondo me tu lo hai fatto molto bene. Il finale è quello giusto, non poteva essere diversamente.