L’ULTIMA TRASFERTA

Conobbi Luciano dopo quasi un mese da quando avevo iniziato a lavorare in officina di questa nuova azienda, per me, che realizzava grossi macchinari e li esportava in tutto il mondo. Tornava da una trasferta in Russia; faceva il montatore all’estero da diciotto anni, quasi sempre nei paesi dell’ex Unione Sovietica.

Ci presentammo ed entrammo subito in sintonia: era del ’56, come me, ma sembrava avere più anni addosso, ed anche più preoccupazioni.

“Mi sono sposato tardi” mi disse dopo qualche giorno “e ho una bambina di due anni che non ho visto crescere. Sempre in giro per il mondo a montare queste macchine!”

Mi guardò negli occhi e mi mise una mano sulla spalla “Sono stanco di questa vita; quando torno a casa la piccolina non mi riconosce: non mi ha mai chiamato ‘papà’ una sola volta… è dura da accettare!”

Lavorammo insieme un’altra settimana, in magazzino a preparare casse di ricambi da spedire. Solo l’ultimo giorno mi confidò che aveva preso la decisione che lo tormentava da mesi: ne aveva già parlato con il titolare, ed erano giunti ad un accordo. Avrebbe fatto l’ultima trasferta per collaudare un impianto, e poi sarebbe rimasto sempre in officina.

Mentre mi parlava aveva gli occhi un poco umidi: “Capisci, prenderò meno soldi, ma finalmente diventerò papà!”

In spogliatoio provai a prenderlo in giro: “Ma non ti mancheranno gli aeroporti, gli imprevisti piacevoli, le avventure di viaggio?”

Mi fissò serio: “Viaggiare è pericoloso, se ti dovessi raccontare quante insidie ho dovuto affrontare ci vorrebbe qualche giorno. Quattro anni fa, quando è crollata l’Unione Sovietica, ero a Ekaterinburg: un freddo boia, ma a quello ero abituato, però un casino pazzesco! Ci ho messo una settimana per tornare in Italia. Una volta in Uzbekistan l’aereo arrivò troppo lungo sulla pista ghiacciata; passai tre giorni in un ospedale pieno di scarafaggi. In Turchia il responsabile del cantiere ci sequestrò i passaporti, a me e al mio compagno, per essere sicuro che avremmo terminato il montaggio nei tempi previsti.”

Mi guardò, stavolta sorridendo: “Ma adesso vado da mia moglie a darle la bella notizia. In dieci minuti, col motorino, sono a casa. Ci pensi?”

Partì il lunedì successivo e ritornò dopo una quindicina di giorni, di venerdì, a collaudo terminato. Il capo ci disse che dalla seguente settimana Luciano sarebbe rimasto in officina, addetto al magazzino e al carico container.

La mattina del suo ritorno al lavoro era fredda e nebbiosa, ma decisi ugualmente di andare in motocicletta. All’incrocio prima dei capannoni aziendali vidi una macchina in mezzo alla strada, e un gruppetto di persone intorno. Mi fermai e spensi il motore. Per terra, sopra una piccola pozzanghera di sangue, c’era Luciano. L’auto aveva il cofano schiacciato dall’urto con il motorino, che probabilmente il guidatore non aveva visto.

Luciano aveva iniziato l’ultima trasferta, ma non sarebbe più ritornato.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Quanta tristezza mi ha messa addosso questo racconto. L’emozione l’ho percepita fin dalle prime righe e poi quella sensazione crescente che qualcosa sarebbe successo.
    Spesse e troppe volte la vita non va come ce l’eravamo disegnata addosso, come l’pavevamo desiderata per noi.
    Un racconto amaro, ma profondamente realistico. Scritto benissimo, con quello stile asciutto e essenziale che caratterizza la tua prosa così umana.

    1. Grazie Cristiana.. la storia è tutta vera, da anni chiusa tra i miei ricordi più tristi.. ho fatto anch’io il montatore all’estero, ma solo per un anno.. non riesci se ci tieni davvero alla famiglia.
      Luciano voleva cambiare vita, e invece l’ha lasciata sulla strada, a due km da casa

    1. Questa storia, che è vera, l’ho sempre interpretata come una grande beffa del Destino, che si cura poco delle speranze e dei propositi degli esseri umani.
      Grazie per la lettura.