
L’ultimo fuoricampo – 2
Serie: Avamposti
- Episodio 1: L’ultimo fuoricampo – 4
- Episodio 2: L’avamposto
- Episodio 3: L’ultimo fuoricampo – 1
- Episodio 4: Caccia
- Episodio 5: L’ultimo fuoricampo – 2
- Episodio 6: L’ultimo fuoricampo – 3
STAGIONE 1
Quando Justin tornò dal suo giro esplorativo, trovò il padre che preparava il mezzo per partire.
Daniel si interruppe dopo aver incrociato lo sguardo attonito del ragazzino. Si violentò nel tentativo di resistere alle emozioni.
– Non guardarmi così. Tanto ce ne andiamo comunque.
– Ma, io…
– Prepara le tue cose, ho detto! – la voce gli uscì straziata.
Justin corse verso il campo.
Daniel lo seguì con lo sguardo. Come avrebbe voluto che anche quel giorno il diamante fosse stato deserto, come in quel momento.
Lasciò perdere quello che stava facendo e vi entrò. Salì sul monte di lancio e guardò verso casa base.
Quel campo sembrava popolato da una folla di fantasmi, con il dito accusatore puntato sullo spettro di un giovane battitore pronto a colpire. Visto dall’altra parte, non poté fare altro che provare compassione per il perdente. Una compassione che non aveva riservato a sé stesso.
Una nuvola di sabbia sembrò passare davanti ai suoi occhi. Cadde nella polvere.
– Sta male? – disse una voce giunta da un luogo che non poteva vedere.
– Chi sei? Vai via! Vattene!
– Lasci che la aiuti.
Una figura distorta gli tese la mano e prese la sua. Era grinzosa.
– Io la conosco. Ho capito subito chi è.
Daniel non ravvedeva nell’ombra scura alcun contorno conosciuto.
– Io non sono nessuno.
Justin gli corse incontro, preoccupato.
– Signore!
Il ragazzino lo strinse forte.
Quando sciolsero l’abbraccio, l’anziano se ne era andato.
– Dov’è il vecchio? – domandò il padre, confuso dal dolore dei ricordi.
– Ci siamo solo noi, qui, signore.
*
Quando uscì il mattino seguente, l’aria era pungente.
Aveva deciso di prendersi qualche giorno per riflettere.
C’era un’automobile accesa nel parcheggio. Deviò per accertarsi che non ci fosse qualche problema. Una donna fumava al posto di guida. Sul sedile del passeggero dormiva una ragazzina. Indossava una maglia degli Apaches.
Daniel bussò discretamente. La donna si riscosse e schiacciò la cicca nel portacenere.
– Cerca qualcosa?
Si scansò per lasciarla scendere. La ragazzina si era svegliata. La donna aveva i lineamenti orientali.
– Buongiorno. Le hanno chiesto di fare l’allenatore, vero?
– Ho già risposto di no, grazie.
– Quella è mia figlia, Catherine.
La bambina li raggiunse.
– Non potrebbe ripensarci?
Daniel si sentì sfinito, prima ancora che iniziasse la giornata. Come poteva resistere ancora un giorno, solo un’ora, in quel posto! Stava diventando una maledizione.
– No. Ora mi lasci stare, per favore. E non torni.
Era intenzionato a ritornare nell’autocaravan, senza voltarsi più indietro. Fine della storia.
– Mio marito c’era quel giorno.
La voce della donna risuonò diversa nella sua testa. Un’altra persona sconosciuta che diceva di sapere qualcosa di lui. Non che si aspettasse di cavare il ragno dal buco, voleva però vedere dove sarebbe arrivata.
La invitò a prendere un caffè.
– Sarà pronto tra un istante, – comunicò, mentre saliva la scaletta.
Il latte per Justin era già sul fornello, pronto per essere scaldato. Il bambino dormiva ancora, la testa sotto il cuscino.
Finse di aver dimenticato la loro presenza per alcuni istanti, in attesa che fosse lei a riprendere il discorso.
La donna stava osservando le sue foto sulla mensola, ne era certo. Quella del record di battute valide. E quella con Jerry Core che gli consegnava una targa.
– Suo marito c’era, dunque, – disse senza voltarsi, quando il silenzio divenne troppo carico.
– Ero incinta di Catherine. Tornato dallo stadio, Ed mi posò la maglia degli Apaches sulla pancia.
Daniel tolse il latte dal fornello e riempì una tazza fino al bordo. La porse alla ragazzina, che alzò la testa e gli sorrise. Apparecchiò con due tazze da caffè e versò il liquido fumante.
– Chi l’ha mandata?
La donna stava mescolando il caffè. – Nessuno…
– Stronzate! – scattò lui. Poi tacque. Poi si scusò.
– No, sono io che devo scusarmi. È vero, mi hanno chiesto di convincerla ad allenare la squadra.
Sarebbe stata una sorpresa se quella donna fosse la moglie di uno degli stronzi del barbiere.
Per un attimo ritornò a osservare le foto dietro a lui, come a verificare che fossero la stessa persona.
– Mi ha mandato mio marito. In un certo senso.
– Questa, poi… crede di entrare e prendermi in giro in casa mia?
– No! Non mi permetterei mai.
– Allora cosa vuole? Me lo dica e poi sarà libera di andarsene.
– Mio marito mi raccontò che lei aveva fatto la cosa più coraggiosa che avesse mai visto.
Coraggiosa. Era consolante come ogni persona potesse vedere in modo diverso la stessa cosa. O forse non c’era nessuno pessimista quanto lui?
– Temo che abbia visto un’altra partita, suo marito, – rispose, lapidario.
La donna fece un cenno alla figlia ed entrambe si alzarono.
– Mi dispiace di averla disturbata…
– Daniel. Mi chiamo Daniel.
– Comunque grazie della colazione e di avermi ascoltata… Daniel. Io mi chiamo Stacy.
Le lasciò andare senza aggiungere una parola. Un groppo allo stomaco si stava aggrovigliando sempre più. Non si trattava di fare chissà cosa, solo ammettere che la sua vita, così com’era, era solo una maschera. Ed era forse ora di gettarla.
Fece scroccare le dita e quel leggero dolore sembrò risvegliarlo completamente. Sentiva le gambe desiderose di sfogarsi e si avviò al campo. Scavalcò la rete esterna e prese a correre lungo il diamante. Chissà quanta autonomia gli era rimasta, dopo tanta inattività. La corsa lo aiutò a svuotare la mente dalla negatività.
Dopo una decina di giri, l’incantesimo si ruppe. Il fianco cominciò a tormentarlo. Le gambe si indurirono, tanto che faticava ad andare avanti. Si fermò del tutto, mani sui fianchi. Guardò in basso, le scarpe impolverate.
Alzò gli occhi e vide Justin aggrappato alla rete, che lo guardava. Da quanto stava lì? D’un colpo Daniel percepì l’apprensione che Justin provava per lui. Non aveva mai pensato seriamente alla sofferenza che lo costringeva a sopportare.
Alzò una mano per salutare. Il ragazzino rispose. Scusami, figliolo, sussurrò a se stesso.
Justin entrò nel campo e fece una breve corsa verso la prima base, per poi imitare la delusione del corridore che viene eliminato. Ritornò a casa base e imitò un battitore mancino con una mazza immaginaria. Questa volta, con una mano sulla fronte a riparare gli occhi dal sole, guardò la palla andare in fuoricampo. Poi partì in parata, le braccia alzate verso il cielo, fece il giro di tutte le basi, salutando un pubblico inesistente.
Quando il sole calò sedettero sulla scaletta esterna. Entrambi guardarono l’orizzonte di bronzo, finché l’ultimo riflesso scomparve.
Mangiarono poco. Justin, seduto di fronte al padre, ne imitava i movimenti. Daniel ne fu divertito, ma tenne tutto dentro di sé, come era solito fare. Dopo cena il ragazzino lesse la biografia di Jerry Core, mentre il padre scorreva le pagine di una rivista.
– Io vado a dormire.
Daniel sollevò gli occhi. – Di già?
Justin annuì. – Notte.
– Notte, figliolo.
*
Quel sabato mattina, Daniel si concesse un riposo prolungato. Si era svegliato tre o quattro volte, durante la notte, perché i pensieri facevano troppo rumore nella sua testa. Si tirò su e cercò Justin nel letto.
Si lavò e si vestì, preparò del caffè e lo consumò in piedi. Lavò la tazza e intanto era passata una buona mezz’ora. Uscì, sicuro di trovare suo figlio seduto fuori o al campo. Era meglio che Justin facesse colazione, prima. Il guantone non era al suo posto, come aveva immaginato. Ma all’esterno il diamante luccicava sì al sole mattutino, ma era deserto.
Ispezionò i dintorni del caravan, ma senza esito. Qualcosa gli solleticò i sensi. Possibile?
Balzò in sella alla bicicletta.
Alle prime case del paese le gambe gli tremavano per lo sforzo. Chiese alla prima persona che incontrò, se conosceva una certa Stacy, che aveva una figlia di nome Catherine. Subito ottenne le indicazioni per raggiungere casa sua.
Doveva essere conosciuta, in paese. Merito – o colpa, non sapeva ancora bene, – della notorietà del marito?
Quando arrivò in vista di una casa bianca, una palla da baseball attraversò il suo campo visivo.
Era stato Justin a lanciarla a Catherine.
In fondo se lo aspettava.
– Justin! – chiamò, irritato.
La porta di casa si aprì e ne uscì Stacy.
Daniel fissò la donna, poi il figlio. Va bene, sospirò, forse è la cosa giusta da fare.
– Con te farò i conti a casa, Justin!
– È colpa mia, Daniel. – Stacy li aveva raggiunti.
– Apprezzo il tentativo, ma sono questioni che non ti riguardano.
Stacy rientrò in casa. L’aveva offesa, forse? Non gliene importava.
– Andiamo subito a casa, forza!
Il ragazzo lo raggiunse a capo chino. Daniel gli strinse forte un braccio.
– Signore, la prego! – Era Catherine. – Non abbiamo fatto niente di male.
L’ultima cosa di cui aveva bisogno, erano le suppliche di una ragazzina che nemmeno conosceva.
Stacy ritornò in strada, stringendo una maglia. La stese davanti ai suoi occhi.
– Questa è la divisa della nostra squadra. Apparteneva a mio marito, sarebbe fiero se lei la portasse, ne sono certa.
Rilasciò il braccio di Justin.
I ragazzi fiancheggiarono la donna, ma Daniel capì che non volevano mettersi contro di lui, piuttosto gli chiedevano di unirsi a loro.
Scosse il capo, sperava solo di non doversene pentire.
– Che ruolo ricopri, Catherine? – chiese.
Il volto della ragazzina si accese di gioia. – La lanciatrice, signore!
– Bene, Cat. Ci servirà una brava lanciatrice.
Serie: Avamposti
- Episodio 1: L’ultimo fuoricampo – 4
- Episodio 2: L’avamposto
- Episodio 3: L’ultimo fuoricampo – 1
- Episodio 4: Caccia
- Episodio 5: L’ultimo fuoricampo – 2
- Episodio 6: L’ultimo fuoricampo – 3
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