L’ultimo ormeggio

Serie: L'ultimo ormeggio


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: A Valeria. Ovunque sia.

Nel mio lavoro, di gente, ne incontro parecchia. Sono uno di quelli con cui si deve parlare quando si vuole un prestito dalla banca. Mi occupo solo di imprese. Non lo preciso per vanteria, con sussiego. Semplicemente, nell’ufficio dove mi hanno destinato, nel quale sperpero così tanto tempo da quasi vent’anni a questa parte, si fa quello, e quello soltanto. Perciò è con gli imprenditori che ho a che fare, e con la pletora di cortigiani dei quali amano circondarsi. Per necessità, e per vanità: pura e semplice. Professionisti con una laurea, due di preferenza, meglio abbondare, cui ci si affida per sbrogliare qualche gomitolo più intortigliato degli altri, che non vuole saperne di dipanarsi da sé. Scudieri ai quali il cavaliere delega il pensiero e l’azione in certe faccende complicate, che richiedono esperienza, amicizie interessate, delicatezza, e non di rado un discreto pelo sullo stomaco.

Sono, imprenditori e guardia d’onore, persone con le quali devo intrattenere un minimo di relazioni. Quel tanto che mi consente di non venire meno agli obblighi verso l’istituto di credito per il quale lavoro. Navigo dove l’acqua è bassa: mi limito al piccolo cabotaggio nella laguna del minimo sindacale. Non è perché li disprezzo. Certo che no! in fondo lo stipendio a fine mese lo devo a loro. Piuttosto perché, se un giorno mai dovessi decidere di frequentare qualcuno, sarebbero gli ultimi nella lista dei candidati. Non me ne vogliano, ma non ci ho mai trovato nulla di notevole. Eppure, sono i santi del nostro tempo. Veicolo della grazia della produzione. Demiurghi del posto di lavoro. Ne salvo qualcuno. Giusto eccezioni rarissime. Lo dico per senso di giustizia. Forse, nella vetrina della mia presenza, qualcosa di interessante, pur possedendolo, omettono di esporlo. Chi lo sa? Il dubbio mi resta. Può darsi che siano differenti in altri momenti.

Valga per i piccoli, come anche per i grandi e i grandissimi. Banali, in definitiva, gli imprenditori. Quasi tutti. Persino quando, a contratti firmati e milioni erogati sui conti correnti, ci si rilassa col pranzo o con l’aperitivo, secondo l’ora che fa, e secondo quanto la cassa sia stata rifornita: abbastanza per concedersi un piacere più intenso e prolungato, oppure appena per tirare avanti. Parlano sempre di cose. Che hanno, soprattutto. Ma anche che avranno, in un prossimo futuro. Magari proprio grazie a quei milioni. Ho finito per credere che sia questa l’essenza dell’imprenditore, siccome dei suoi accoliti: parlare delle cose: vivere per le cose. Ne muoiono anche. È questo che li anima in definitiva: le cose: riempiono il loro presente, sono l’orizzonte del loro futuro.

Se le persone che incontro sono parecchie, allora quelle con le quali parlo al telefono devono essere una moltitudine. È un teorema che posso dimostrare: per via empirica: dati alla mano. Basti riferire il fatto incontestabile che ho tre telefoni posati sul tavolo dell’ufficio. E sovente squillano assieme. Dev’essere questo il mio compito, dopotutto: parlare al telefono. Se lo si riconoscesse, collasserebbe dentro tre parole la prolissità dei mansionari.

Tutti costoro, cioè quelli coi quali mi sento e che mai guarderò in faccia, penso che debbano pur essere persone come le altre, come quelle che si vedono. Come me. Di un mondo separato magari, alieno, ma persone, con tutte le loro cosucce al loro posto: braccia; gambe; mani, forse tre, o cinque; un volto; un sorriso, o due. Anche se per me, in definitiva, rimarranno per sempre solo voci. Però, un corpo lo devono avere, ne sono convinto: la loro non può essere un’intelligenza eterea, puro spirito. Soffrono troppo. Tali e quali a me. Per soffrire come si deve, a regola d’arte, con l’intensità che ci vuole, un corpo credo si debba possederlo. Per forza? Chissà. L’averlo aiuta di certo. Potrebbe essere persino una condizione sufficiente. Allora basterebbe un corpo. Uno qualunque. Sarebbe spaventoso. Servirebbe così poco per soffrire, in quel caso.

Io stesso, ai loro sensi, devo essere nulla più che una voce. Lo deduco per simmetria. Crederanno che io un corpo ce l’abbia? Alla stessa maniera in cui io credo che l’abbiano loro? Mi domando cosa accadrebbe se non ne avessi uno. Forse soffrirei di meno. O di più. Loro, per i quali sono solo una voce, potrebbero saperlo. Ma non me lo hanno insegnato.

I “loro” dei quali parlo sono gli impiegati di quegli imprenditori, i cui nomi mi scorrono tra le dita nelle distinte degli stipendi. Non ho mai avuto il coraggio di rifiutarne una di quelle distinte. Nemmeno quando il conto del datore di lavoro era più rosso del Campari. Cominciamo a pagarli, poi si vedrà. In qualche modo sistemeremo. Ne ho avuti di grattacapi per questa inusuale condotta. Inusuale nel mio ambiente, beninteso. Di quello si parla. Strigliate da far paura. Ma che importa? Un altro mese d’aria alle famiglie. Questo sì! questo conta. Me lo dicono i colleghi: mi dicono che sono troppo tenero per il lavoro che faccio. Sarà… ma preferisco pagare per una cosa giusta che godere per una sbagliata.

Con alcuni impiegati, che potrei anche vedere tutti i giorni senza saperlo, si finisce, piano piano, col sentire un’affinità, col farsi confidenze. Dev’essere che mi trovo più a mio agio con le voci. Sto meglio con le persone in potenza: con le manifestazioni parziali. Le temo di meno rispetto alle integrali. Parlano poco delle cose, gli impiegati. Quasi niente. Della famiglia invece, dei figli. E io altrettanto. Della famiglia, dei figli. Sono terribili le confidenze. Ti fanno scivolare in una pericolosa dimensione d’intimità, senza sospetto, morbida, con naturalezza. Non te ne accorgi nemmeno, e ti è già scappato detto. Senza rendermene conto, dico loro, a quelle voci, cose che mai ho confessato. Neppure alla moglie, quando l’avevo. E similmente le voci fanno con me. La sincerità la si dona solo agli sconosciuti. Perché solo da questi si riceve.

Così ho conosciuto Valeria, sublime voce emersa dall’oceano mugliante delle voci. Come dalle rotolanti spume del mare sorge una Venere bellissima. 

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Preferisco pagare per una cosa giusta che godere per una sbagliata” Una affermazione coraggiosa. Anche i bancari hanno un cuore, te lo dice un ex che di “fenomeni” ne ha visti tanti.