L’ultimo ormeggio

Serie: L'ultimo ormeggio


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: A Valeria. Ovunque sia

Ci ripenso spesso a Valeria. Alla sua voce calda, al tono dolce. Gioviale. Facile al riso e al tutoyer. Eppure, parlando con lei, avevo la sensazione di ascoltare una melodia dove cadesse, di tanto in tanto, una nota triste. Una sfumatura di disperazione, ben dissimulata. Quasi impercettibile. Mai l’ho veduta, eppure sono sicuro che ne ero innamorato. Cotto come un ragazzino delle medie. Si chiacchierava le mezz’ore alle volte, delle avventure dei figli soprattutto. Scuola, sport. Amorucci e delusioni. Una donna assai pratica Valeria. Non una cerebrale frigida come me. Per questo mi piaceva tanto. Mi ha sempre attirato quello che io non sono. Come per un mosaico incompiuto si cercano le tessere mancanti, perché il disegno sia completo. I suoi discorsi erano così equilibrati! pieni zeppi di buon senso! non riuscivo a trovare una sola parola sulla quale dissentire. Era una comunione totale, un trionfo di “anch’io!”, un tripudio di “come me!“. Il connubio mirabile di due voci che si rincorrono lungo la trama simbolica delle cose elettroniche. L’avrei amata qualunque aspetto avesse. Ancora oggi ne sono convinto. Era un’anima fatta apposta per la mia, come un abito confezionato su misura dal più abile dei sarti.

Mi aveva accennato al fatto di essere sposata, ma non mi aveva mai parlato del marito. Neanche una parola. Un giorno lo fece. Nel profluvio degli “anche tu?”, e tra i “pure a me” come se piovesse. Chiacchierando, de fil en aguille, senza preavviso, dietro un “sai cosa ti dico” uguale in tutto e per tutto a tanti altri, mi confessò che si era suicidato. Una malattia incurabile lo aveva colpito. La sua mente degradava in maniera inarrestabile. Degenerava, e con la degenerazione che progrediva il comportamento si faceva violento. Lo coglievano accessi imprevedibili, che non poteva controllare. Avrebbe potuto essere pericoloso. Per lei. Per i loro figli. Non era sua volontà. Certo che no. Ma sarebbe stato capace di qualunque cosa perduto il lume della ragione. Anche le più orribili forse.

In un momento di lucidità, si era tolto la vita. Spaventato da ciò che diventava, aveva scelto di andarsene. In solitudine aveva deciso. In solitudine aveva agito. Di nascosto. Lontano dagli occhi dei suoi cari adorati. Un gesto eroico. Così lei lo interpretava. Un ultimo disperato sacrificio. Per le sue creature amatissime. Le metteva al riparo dei rischi troppo grandi della sua follia incontenibile. Le liberava, una volta per tutte.

Fu lei a trovarlo. Agonizzante. O forse appena morto. I tentativi di rianimarlo s’erano prolungati per un’ora. Non c’era stato nulla da fare. Se n’era andato. Aveva lasciato indietro il suo corpo malato e un ricordo in più, dolorosissimo. Era scomparso. Per sempre.

Avevano fatto insieme un grande investimento. A debito. Un albergo. Un posto incantevole, lassù, tra le montagne della Carnia. L’assicurazione non pagò nulla. Nelle sue clausole, il sacrificio estremo d’un padre e marito, per gli adorati figli e per la moglie venerata, non valeva niente. Nemmeno un centesimo. Le rimase il debito sulle spalle. Grande. Enorme. Troppo per le sue possibilità.

Sulle prime, aveva tentato di proseguire. Non ce l’aveva fatta. Tutta sola, con tre figli piccoli, aveva dovuto abbandonare. Alla malora l’albergo! Aveva scelto i figli. Venivano prima dei debiti.

L’hotel era ancora lì, chiuso. In vendita. Da anni. Non c’era verso. Le cause si trascinavano. Con le banche. Coi fornitori mai saldati.

I figli, il minore su tutti, avevano subito un colpo troppo duro. Ad anni di distanza, soffrivano ancora parecchio. Bisognava fare attenzione alle parole con loro.

Non piangeva Valeria. Raccontava come leggendo. Seguiva il filo di una storia. Siccome fosse l’altrui anziché la propria. Eppure io le sentivo le sue lacrime. Colavano a fiotti dentro la mia anima. Il loro pliiing, cadute al suolo, si amplificava. Ogni stilla una cascata. Ogni goccia un fragore poderoso. Tremava tutta la mia anima per quei boati. Si contorceva nello scuotimento. Faceva male. È curioso come sgorghino in silenzio le lacrime. E come siano tuoni quando toccano il mondo.

Durante il racconto, mentre lei alitava il suo tragico trascorso, quasi in un sol fiato, il mio ufficio era scomparso. Era divenuto irrilevante. Si era dissolto. Desideravo annullare lo spazio. L’avrei voluta accanto a me Valeria. Per accarezzarla, come la più preziosa delle creature. Perché respirasse il mio calore e il mio soffio. Affinché condividesse la sua pena, concedendomene un poco. Che posasse, anche per un istante soltanto, il peso grave del mondo sulle mie di spalle, alleggerendo le sue. Ed erano forti le sue spalle, fortissime. Volevo esserle consolazione. Per una volta, non mi bastava la voce, la parzialità. Desideravo la persona, nella sua pienezza. La presenza tutta intera.

In quella condizione di separatezza, non potevo che contemplarla. Ci vuole una distanza per contemplare. È una condizione necessaria. Richiede spazio la contemplazione. Quant’era straordinaria Valeria! Un essere divino. D’un coraggio ineguagliabile. Una fierezza! Diritta, in faccia alle tormente del destino.

Non l’amavo più. La veneravo.

Doveva possedere un segreto per non impazzire.

“Una palestra”, diceva. Questo nostro mondo sotto la luna è una palestra. Fortifica il nostro spirito. Lo prepara a quello che seguirà. Insisteva su quest’idea, mentre raccontava la sua storia. La ribadiva. La teneva stretta stretta vicino a sé. Non la lasciava. La ripeteva, intercalando il racconto. La sottolineava. Ci si aggrappava. Con tutto il suo essere.

Era un salvagente. Un galleggiante. Quanto precario? La manteneva sulla superficie delle acque tempestose nelle quali era naufragata suo malgrado. Dov’erano affondati i sogni e le speranze, trascinati negli abissi dalle correnti implacabili, indifferenti, che agitano il mondo. Che li sommergono i sogni, li annegano. Giù, giù. Fino al fondale, in profondità. Irraggiungibili. Li spingono nel gorgo spaventoso delle cose che sono state, che ormai non sono. Delle cose che non sarebbero.

Un pensiero intrecciando il quale s’era fabbricata una gomena. Con le cui maglie s’era forgiata una catena. Che tratteneva il battello della sua vita alla banchina dell’esistenza. Che si opponeva alle forze che l’avrebbero perduta alla deriva. Forse era l’ultimo: l’ultimo ormeggio, l’ultimo filo che la tenesse nel mondo, che le impedisse di andarsene, e lasciare il porto della sua vita. Per non farvi ritorno. Un porto malsicuro. Battuto dalle tempeste. Gonfio di uragani. Frustato dai venti e percosso dalle mareggiate. Ma il porto dove dormivano i beni i più preziosi: i figli.

Non ne ho più saputo nulla di Valeria. Quando ci sentimmo, la volta dopo, fu molto sbrigativa, quasi scortese. Forse sentiva di aver detto troppo. Era stata troppo sincera. Ci si era messa questa cosa tra noi, questa troppa intimità, questo eccesso di comunione, di confidenza. Il fatto è che non ero più uno sconosciuto. Non poteva più essere come prima. Non poteva più concedermela la sincerità.

Poi, un giorno, venni a sapere che era stata destinata a un altro ufficio. Non si occupava più delle banche.

Poi non seppi più nulla. Più niente del tutto. Quando chiedevo di lei ricevevo risposte vaghe, evasive. Piene di “forse”, di “si dice”, di “può darsi”, “non si sa”. Non rispose più nemmeno alle mail.

Infine, anche il suo indirizzo venne rifiutato: not found diceva il computer, unable to deliver.

Che il suo animo, pur fortissimo, avesse ceduto al logorio? Che l’ultima cima, l’ultima che la tratteneva, si fosse spezzata? Sfibrato dalle burrasche, allentato dagli strattoni dei marosi, s’era sciolto l’ormeggio? Era alla deriva? La si poteva salvare? Si deve correre in suo soccorso! Cercare! Rovistare! Sondare! Fare ricognizioni! Spedizioni! Reperire! Individuare! Trovare! Rianimare! Ricoverarla, poi: tout doucement, con mille carezze, mille precauzioni. In acque sicure. In acque calme. Al riparo dai tifoni. Nessuno me lo volle dire, per quanto chiedessi. Et puis voilà… et puis tant pis. Se n’era andata. Dov’era? Scomparsa. Per sempre. A me rimaneva un ricordo doloroso di più.

La notte, lottando per cercare di prendere sonno, ripenso spesso a Valeria. Alla melodia della sua voce. Mi manca terribilmente. 

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ci si può innamorare di una voce? Sì, ne sono convinta. Una voce, in fondo, è un’anima. Questo secondo episodio mi ha toccata particolarmente per la sua implicita poesia, parla d’amore dall’inizio alla fine (compreso quello di chi ha preferito l’oblio). A volte solo un estraneo ci permette di rompere il muro che contiene i nostri silenzi: il prezzo da pagare è che, dopo averlo fatto, non si può più tornare indietro.

  2. Non c’è vis polemica da parte mia. Se ne ho dato l’impressione me ne scuso. Ti sono grato per il tuo commento approfondito. Mi aiuta. Spero ce ne saranno altri. Anche “pepati”. Sono quelli che più insegnano.

  3. Due precisazioni, la prima è che ho usato il termine “inserto” non propriamente ma intuitivamente. Sì può leggere come “inciso”.
    L’ultima è diretta all’autore per un chiarimento immediato: in realtà, ho percepito immediatamente come la figura così creata fosse propedeutica alla narrazione. Tant’è che mi sono complimentato per la pura invenzione narrativa nel suo complesso.
    A volte mi piace dire che “dobbiamo raccontare storie”, ed è esattamente il senso e il complimento nascosto in questa espressione.
    Spero non ci sia stato equivoco.
    Rinnovo i complimenti.

  4. Che la padronanza di parola e stile, da parte di questo autore, sia manifesta, è un fatto ormai conclamato. Non ho dubbi di come ogni lettore se ne renda conto. Mi concentrerei pertanto sul dettaglio.

    In primis parlerei di “inserto” – inteso come artifizio narrativo. Ecco, in questi due episodi tale strumento è utilizzato magistralmente. Non una sola volta ho potuto rilevare una interruzione del ritmo. Anzi l’utilizzo, in alcuni casi, della lingua francese ha creato in qualche punto, e chiedo scusa per l’involontaria ironia, un décalage positivo, uno slittamento subliminale che ci fa voltare indietro mentre corriamo all’impazzata in avanti. Non è forse questo lo scopo finale del narratore? Certo un uso eccessivo potrebbe invalidare questo vantaggio acquisito, ma sta qui la bravura dell’autore, nell’avere sempre il “polso” della situazione.

    Parliamo poi del preambolo, il primo episodio. Ho ammirato la cura con cui è stato creato il pretesto, termine questo da intendere con accezione narrativa. Perché chi scrive deve, deve aver cura della propria storia: il lettore è attento ed esigente, si fa presto a perderlo. Con una cornice iniziale così ben strutturata il solco è creato, noi che leggiamo ci sentiamo comodi, siamo “dentro” il protagonista di cui conosciamo i segreti. Siamo lui.

    Per quanto riguarda il contenuto apprezzo molto la pura invenzione narrativa, contrapposta al dilagare di scritti che di narrativo hanno ben poco. Per quanto mi riguarda, scivolare sull’ideologico o sulle frustrazioni/esaltazioni personali non può che allontanarmi. Mentre descrivere l’innamoramento nei confronti di una voce ci mette tutti sullo stesso piano. Incuriosisce poi quel dietro-front improvviso, così tremendamente realistico in questa vita in cui non di rado i motivi che portano a certe scelte restano per noi irraggiungibili. Vedremo.

    Confidando di fare cosa utile, se c’è un punto su cui vorrei optare per un attimo di riflessione, ma sia chiaro si tratta di una considerazione “tecnica” da autore ad autore, è che per quanto mi riguarda avrei calcato meno la mano sulla figura tipo dell’imprenditore, per il mio modesto parere eccessivamente negativizzata.

    Concludendo che dire, rimando a una valutazione più esaustiva e completa a fine serie, sempre nei limiti delle mie modeste capacità, ovviamente.

    1. Ti ringrazio vivamente. Se ho dato l’impressione di uno scivolamento ideologico, vuol dire che non ho fatto bene. Non c’è ideologia, o non è voluta. O invidia peggio. Solo che non ho mai trovato interessanti certe persone. Per lo meno come si mostrano in mia presenza.
      Ahimè la serie è già finita. È in quella forma in quanto racconto troppo lungo per un solo episodio. Null’altro.

  5. Davvero bello e potente. Poi, quelle piccole concessioni al francese, che adoro…
    Della tua capacita’ di giocare cn le parole e gli stili già ho detto, e confermo, ancora una volta.

    1. Sei molto gentile. Il francese ce l’ho nella testa. Ascolto gli audiolibri di Céline in lingua originale. Anche io l’adoro. Pensa che ho letto vie de saint louis e la chanson de roland in lingua d’oïl.