Luna bugiarda

Serie: Antologia Horror


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una fredda notte di novembre del 1968, Claudia, per la prima volta in vita sua proverà davvero paura. Ma di cosa? Cosa può spaventare così tanto una coraggiosa ventunenne cresciuta da sola?

Si svegliò di botto nel cuore della notte. Il palazzo, era avvolto in una morsa di forzato e inquietante silenzio, che si era lasciato andare a forti e incessanti colpi alle pareti. Claudia era seduta per terra, le sue spalle magre appoggiate al muro e le ginocchia toccavano il mento tremante. Nella stanza, un letto sfatto e abbandonato al freddo della notte. In cielo, tra milioni di puntini luminosi, la luna piena, unica e triste spettatrice della sua solitaria angoscia. La sua luce seppur cupa e opaca sembrava voler mostrare nella penombra, la foto della Torre Eiffel attaccata alla parete color canna da zucchero. Claudia non sapeva che la luna era bugiarda e stava tentando in ogni modo di deviare il suo pensiero altrove. Mai come in quel momento Claudia, avrebbe voluto essere da un’altra parte, magari a Parigi, mano per la mano con Luis, come l’ultima volta. Occhi arrossati e gonfi, aveva pianto e avrebbe continuato ancora, lo stomaco in subbuglio, i conati, e il cuore batteva forte in gola. Durante la sua breve vita, non aveva mai avuto così tanta paura. L’orologio sul comodino, invece, diceva la verità: le due di notte. In punto. 

Oltre le sottili pareti ancora quella voce femminile, la stessa del pomeriggio, gracchiante e profonda di una vecchia radio che si alternava a tormentoni estivi di quel periodo, la fine degli anni ’60. Era novembre del 1968. Colpi secchi e decisi, erano martellate sul muro della vicina, ancora quei lamenti, un pianto amaro, acuto e delle suppliche. Risate isteriche facevano da contorno a quella situazione surreale in cui Claudia, infermiera di ventuno anni, era capitata per caso. Le martellate cessarono all’improvviso ma la radio, quella no, come i pianti a perdifiato di quella persona. Sembrava un uomo anche abbastanza giovane. 

I battiti del suo cuore risuonavano ritmici nel buio di un lieve ma tormentoso silenzio, sapeva che sarebbe durato ben poco. Infatti, piccole serie da tre colpi ripetute con regolarità sulla porta. Di nuovo il respiro corto e lacrime cariche di terrore a solcarle il viso. Voleva gridare aiuto ma sapeva che non l’avrebbe sentita nessuno. Voleva fuggire, ma non poteva. Era al quinto e ultimo piano del palazzo e l’unica via di fuga era la porta, la stessa dove quella donna stava bussando. Era sembrata strana fin dai primi giorni. Una volta Claudia andò a presentarsi ma lei non aprì nemmeno la porta. Poi quella mattina piovosa, la incontrò per caso, sul pianerottolo. Sembrava una donna molto anziana, i suoi capelli grigio cenere erano sciolti, indossava un vestito a fiori logoro. La cosa strana era la sua pelle, liscia come quella di una ragazzina. Salutò Claudia, veloce e solo con un gesto della mano. Poi rientrò in casa e chiuse la porta a chiave.

«Dai. Lo so che ci sei. Apri la porta, maledizione!»

Non aveva mai sentito la sua voce, era acuta e liscia come quella di una ragazza.

«Aiuto, aiuto, aiuto» sussurrò Claudia, angosciata da quella voce che, seppur lineare e flebile appariva soffocata e minacciosa. Un piccolo sforzo e aprì la finestra. Il vento freddo scorreva sulla limpida pelle e congelò le sue lacrime. Ricominciò a piangere più forte. 

Fuori la strada buia e nera, coni di luce di lampioni allineati, sembravano attorcigliati attorno a palazzi spenti e grigi, silenziosi, lasciati andare alla stanchezza del fine settimana. Poco più avanti, oltre il marciapiede, l’ospedale con il suo silenzio e le sue luci. Ancora forti e veloci colpi alla porta sempre più frequenti. Sul pianerottolo, risate isteriche riecheggiavano nel buio del palazzo ormai arreso alla signora Ines del quinto piano. 

Un briciolo di coraggio per avvicinarsi in punta di piedi allo spioncino, non era lontano, solo quattro passi. Si pentì. La donna aveva occhi grandi e neri e sembrava essersi truccata per l’occasione. Il viso tutto bianco e sulle labbra un vistoso rossetto dato male. Claudia in punta di piedi ritornò nella sua stanza da letto, alle sue spalle colpi incessanti alla porta, talmente forti che sembrava volerla tirare giù. Aveva le mani sudate, il cuore in gola e il respiro affannato mentre sedeva sul davanzale. Non sapeva cosa fare, la signora Ines continuava a battere pugni sulla porta. Era in preda al panico.

 

Il vento freddo di novembre tra i suoi lunghi capelli biondi. Seduta sul cornicione in vestaglia da notte stava gelando. Però qualcosa in strada cambiò. Un uomo fischiettava sul marciapiede, aveva le mani in tasca e canticchiava una canzone che andava tanto di moda. 

«Aiuto!» urlò Claudia. Lo ripeté due volte, agitò anche le braccia per attirare la sua attenzione.

Il ragazzo iniziò a correre verso il palazzo, arrivò affannato al quinto piano. C’era uno strano odore, sembrava carne bruciata. Ultimo piano. Il quinto. 

Un urlo di spavento, di fronte a lui, Ines era seduta per terra e stringeva nella sua mano un martello, notò più tardi che per terra c’erano chiazze di sangue. Oltre porta accostata del suo appartamento la radio gracchiava e usciva un forte odore nauseabondo. 

«Giovanotto, hai fatto molto male a salire fin qui. Era meglio se ti facevi gli affari tuoi» gli occhi erano diventati bianchi e la sua voce cavernosa e rauca. Si avvicinò al ragazzo, lo guardò negli occhi e sussurrò

«Ti verrò a cercare, Alberto.»

Rientrò dentro l’appartamento lasciandosi dietro una leggera scia rossa.

Quando Claudia uscì di corsa, scapparono insieme.

Camminarono tutta la notte, in mezzo a campi freddi e neri. Mano per la mano sotto la luna piena, accecante e maestosa in cielo in mezzo a milioni di stelle brillanti. 

Serie: Antologia Horror


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ciao Giglio, concordo con Giuseppe sul fatto che questa storia si davvero da brividi. Mi sono immaginata Claudia fuori di sé, magari seduta da giorni, con quei rumori nella testa. Poi ho pensato che forse non era così, che forse era tutto reale. Fino al finale, che per me è un vero punto di domanda, aperto all’interpretazione che uno desidera per sé, quella che più lo terrorizza. Il tuo stile di scrittura continua a piacermi, didascalico nella scansione degli episodi all’interno del racconto e tuttavia così particolareggiato nelle descrizioni. Bentornato e fatti leggere più spesso:)

    1. Ciao Giuseppe, molte grazie mi fa piacere il tuo commento. 🙂 In effetti…è un’antologia horror a cui sto lavorando (forse con troppa lentezza) 🙁 e al momento della pubblicazione, ho selezionato il teme horror ma molto probabilmente ho sbagliato qualcosa.